La “Relazione” del 1926 sul luogo dell’incontro fra Garibaldi e il Re

L’iter per l’ apposizione della lapide di marmo nella città di Teano in memoria dell’incontro fra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II ebbe il suo incipit il 28 giugno 1882 con l’approvazione della delibera dei consiglieri comunali di Teano, di cui era sindaco il dott. Carmine Ciello.

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La vecchia chiesa di San Vito nel casale di Partignano

Il saccheggio del Palazzo Vescovile di Calvi da parte dei soldati del Duca di Maddaloni Diomede Carafa, nel 1648, fu una gravissima perdita anche perché andò distrutto quasi tutto l’Archivio diocesano. La Santa Visita di Mons. Fabio Maranta del 1583 e la Platea dello stesso vescovo di Calvi costituiscono la documentazione preminente per informazioni sulla storia dei Casali dell’attuale Agro Caleno.

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Il funerale massonico di Francesco Borrelli

Se non fosse stato l’amico fraterno di Bartolomeo Scorpio, di cui condivideva appieno le idee della democrazia radicale e nel contempo il padre dello storico locale Nicola, autore di “ Memorie storiche di Pignataro Maggiore”, di Francesco Borrelli( Pignataro Maggiore- 1850- 1906) conosceremmo ben poco.

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L’amor di patria in Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri trattò in un apposito capitolo della “Scienza della Legislazione” il tema “Dell’amor della patria e della sua necessaria dipendenza dalla sapienza delle leggi e del governo”.
Secondo Vincenzo Ferrone, l’illuminista napoletano intendeva esporre con massima chiarezza un concetto che si prestava ad essere considerato riduttivo e fuorviante per una società moderna da costruire. Continue reading

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Il maritaggio di una zitella povera nella Pignataro del Seicento

Era molto difficile trovare marito nel Seicento per una zitella, ossia per una giovane donna senza dote, e quindi quasi un peso per la famiglia. Infatti il termine zitella nel Seicento indicava ” fanciulla da marito”, che poteva avere anche solo 12 anni, età minima per le donne per potersi sposare nel Regno di Napoli. Continue reading

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L’eredità ideologica della nuova Capua longobarda di Landone

E’ Erchemperto a riportare che nell’anno 843, alla morte di Landolfo, Capua era toccata, nella divisione dei territori fra figli e nipoti, a Landone. Per Capua in tale periodo si intendeva non solo quella che è l’attuale città ma tutto il territorio rientrante nelle pertinenze del “Comitatus”, compresa l’antica Capua romana.

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“Il Capofamiglia” di Salvatore Borrelli

La vicenda umana, professionale e sociale di un bravo laureato di provincia è al centro di questa bella storia romanzata del dr. Salvatore Borrelli, poliedrico intellettuale dei nostri tempi, che dell’etica politica fa il centro tematico della sua interessante pubblicazione “Il Capofamiglia”. Dante, il protagonista, giovane di belle speranze, da docente precario deve lasciare Bramos, il proprio paese, in provincia di Reggio Calabria, per Pignataro Maggiore, piccolo centro della Campania, dove è stato nominato per una supplenza.

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Gli uomini illustri delle prime lotte operaie e contadine in Terra di Lavoro

Per gli uomini che rappresentarono il movimento operaio e contadino in Terra di Lavoro essere comunisti coincideva con la lotta per cambiare un assetto sociale fortemente ingiusto. La maggior parte di loro lo fece sia nel corso della lotta antifascista che nel dopoguerra, allorché si mostrò necessario lottare ed agire in maniera forte per il riscatto delle classi subalterne.

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La CALES ROMANA: sintesi storica, testimonianze e cose notevoli della città

Collocata ai piedi delle montagne che seguono verso nord il limite della pianura campana, l’antica Cales fu un importante luogo strategico per il controllo delle vie di accesso dalla Campania al Lazio e al Sannio. Il sito, nel territorio dell’attuale Calvi Risorta, già frequentato in età preistorica ( almeno fin dall’Eneolitico), a partire dall’Età del Ferro divenne sede di un insediamento con caratteri urbani attestati dall’VIII secolo a. C. da aree di necropoli e da capanne circolari del VII- VI secolo a.C. Si è ipotizzato che la fase più antica delle mura risalga al V secolo a. C. con opere di canalizzazione e bonifica.

Nel 336 a. c Tito Livio(Ab Urbe condita- VIII, 16) ci testimonia della guerra conbattuta dai Romani contro gli Ausoni, un popolo che abitava la città di Cales: “ Insequens annus, L. Papirio Crasso K. Duillio consulibus, Ausonum magis novo quam magno bello fuit insignis. ea gens Cales urbem incolebat.” ( L’anno successivo, durante il consolato di Lucio Papirio Crasso e Cesone Duilio, si segnala per una guerra, combattuta con gli Ausoni, un popolo che abitava la citta di Cales).
Tito Livio, principale fonte di informazioni sul conflitto tra Cales e Roma( Ab Urbe condita- VIII-16) ci narra ancora che “ essi avevano unito le proprie forze con quelle dei Sidicini; ma siccome l’esercito delle due genti era stato sconfitto in un’unica battaglia tutt’altro che memorabile, a causa delle vicinanze delle rispettive città fu tanto pronta alla fuga quanto sicuro fu il rifugio trovato nella fuga stessa” ( “Sidicinis finitimis arma conxiuerat; unoque proelio haud haud sane memorabili duorom populorom exercitus fusus propinquate urbium et at fugam ipsa tutior fuit )
Quando Marco Fabio, cavaliere dell’esercito romano, fu catturato dagli Ausoni, fu condotto in catene nella cittadina fortificata di Cales ove rimase prigioniero per breve periodo di tempo.
Il senato romano affidò allora al condottiero Marco Valerio Corvo, il più grande ed autorevole comandante dell’epoca (ut maximum ea tempestate imperatorem), il comando supremo dell’esercito per dirigersi a Cales ove era scoppiata di nuovo la ribellione (unde bellum ortum erat), mettendo in fuga i nemici che non si erano ancora ripresi dalla precedente battaglia.
Tito Livio scrive che “ le legioni romane arrivarono di fronte alla capitale degli Ausoni, Cales, e cominciò l’assedio (moenia ipsa oppugnare est adgressus). Per prima cosa i romani ripulirono il terreno intorno all’area, circondarono la citta e l’ardore dei soldati romani si mostrava talmente incontenibile da sospingerli ad assaltare le mura nemiche con le scale. (et militum quidem is erat ardor ut iam inde cum scalis succedere ad muros vellent evasurosque contenderent).
Poiché l’impresa era ardua, il comandante Marco Valerio Corvo preferì portare a compimento il suo piano puntando sul lavoro dei soldati in modo da salvaguardare la loro incolumità (Corvus, quia id arduum factu erat, labore militum potius quam periculo peragere inceptum voluit). Decise così di costruire rampe che partivano dall’accampamento romano e gradualmente si avvicinavano alle mura. Le rampe erano fatte di tronchi d’albero e di terra che permettevano di raggiungere la sommità delle mura di cinta. Da qui i romani potevano scatenare un attacco massiccio contro la città. Durante la costruzione delle rampe i legionari piazzavano delle catapulte tutt’intorno per impedire ai nemici di salire in cima alle mura e difenderle. Ma per una fortunosa circostanza l’impiego di questo armamentario non fu necessario.
Infatti Marco Fabio, prigioniero nelle galere calene, sfruttando la disattenzione delle guardie in un giorno di festa, si liberò dalle catene e, con una fune legata a un bastione del muro, si calò lungo il muro stesso fino alle strutture d’assedio erette dai romani e convinse il generale ad attaccare i nemici frastornati dal vino e dai banchetti (namque M. Fabius, captiuus Romanus, cum per neglegentiam custodum festo die uinculis ruptis per murum inter opera Romanorum, religata ad pinnam muri reste suspensus, manibus se demisisset, perpulit imperatorem ut uino epulisque sopitos hostes adgrederetur).
Gli Ausoni e la loro capitale furono sopraffatti con uno sforzo non più arduo di quello impiegato per sconfiggerli in battaglia. Il bottino ottenuto risultò essere ingente e, posto un presidio a Cales, le legioni furono ricondotte a Roma (praeda capta ingens est praesidioque imposito Calibus reductae Romam legiones).
Per questo successo il Senato decretò il meritato trionfo a Marco Valerio Corvo (consul ex senatus consulto triumphauit). Il trionfo nella Roma antica rappresentava il massimo onore tributato con una cerimonia solenne al generale che avesse conseguito un’importante vittoria.
Furono i consoli Tito Veturio e Spurio Postumio ad essere incaricati di portare a termine la guerra contro i Sidicini, anticipando i desideri del popolo e per rendere un servizio ai plebei, presentarono la proposta di insediare una colonia a Cales (de colonia deducenda Cales rettulerunt) Per questa iniziativa, il Senato decise di inviare 2500 uomini ed elesse un triumvirato formato da Cesone Duilio, Tito Quinzio e Marco Fabio con il compito di fondare il possedimento e di assegnare la terra (factoque senatus consulto ut duo milia quingenti homines eo scriberentur, tres uiros coloniae deducendae agroque diuidundo creauerunt K. Duillium T. Quinctium M. Fabium).

Durante la terza guerra sannitica ( 298-290 a.C.), il suo territorio fu devastato ( Tito Livio, X, 29); la città fu poi scelta come sede di una delle quattro questure decretate dal Senato Romano nel 267 a. C. e a quel periodo risale la coniazione delle monete con legenda Caleno.
La città fu nuovamente devastata ad opera di Annibale durante la seconda guerra punica( Tito Livio, XXII, 13); nel corso della stessa guerra, nel 209 a.C, fu una delle dodici colonie che si rifiutò di fornire aiuti a Roma( Tito Livio, XXVII, 9, 10): “Erano allora trenta le colonie del popolo romano. Dodici di queste, avendo tutte i loro ambasciatori a Roma, negarono ai consoli di poter dare né soldati né denaro. Furono queste Ardea, Nepete, Sutrio, Alba, Carseole, Cora, Suessa, Circello, Sezia, Cales, Narnia, Interamna( Triginta tum coloniae populi romani erant; ex iis duodecim, cum omnia legationes Romae essent, negaverunt consulibus esse unde milites pecuniamque darent. Eae fuere Ardea, Nepete, Sutrium, Alba, Carseoli, Sora, Suessa, Circeii, Setia, Cales Narnia, Interamna).
Per questo motivo Cales fu punita cinque anni dopo, con l’imposizione di pesanti tributi e la perdita della relativa autonomia di cui aveva goduto ( Tito Livio, XXIX, 15, 37): “Decretarono che i consoli chiamassero a Roma i magistrati e dieci dei principali cittadini di Ardea, Nepete, Sutrio, Alba, Carseole, Cora, Suessa, Circello, Sezia, Cales, Narnia, Interamna[…] comandassero loro che ciascuna desse duplicato il numero di quel più di soldati, che avevano dato al popolo romano dal giorno che il nemico avesse posto piede in Italia, nonché centoventi cavalieri ( decreverunt ut consules magistratus denosque principes Ardea, Nepete, Sutrium, Alba, Carseoli, Sora, Suessa, Circeii, Setia, Cales Narnia, Interamna[…] Romam excirent; iis impararent quantum quaeque earum coloniarum militum plurimo dedisset populo Romano ex quos hostes in Italia essent, duplicatum eius summae numerum peditum daret et equites centenos vicenos).
Nel Foro di Cales, furono inoltre messi a morte i maggiorenti di Capua, rei della defezione ad Annibale della loro città.
Quella che fu l’antica Cales degli Ausoni, nel 344 a. C. con il nuovo status di colonia latina, venne a perdere alcune delle tradizionali prerogative di città libera. Tuttavia essa ricevette dai Romani un trattamento di riguardo. Collocata in una posizione strategicamente rilevante e dominante l’intera pianura campana, baluardo fondamentale per la difesa e il controllo della via Latina, Cales costituì la testa di ponte dell’espansione romana nei territori dei Sanniti.
La presenza di già rilevanti strutture difensive, la sua forte posizione naturale e la vicinanza di alcuni corsi d’acqua concorrevano a rendere Cales adatta a sostenere lunghi assedi. Anche per questo la colonia latina di Cales conservò notevoli autonomie e giurisdizionali, esercitate tramite propri magistrati ( pretori, duoviri e successivamente quatorviri). Ebbe, inoltre, un proprio Senatus e due Censores. Inoltre, in relazione alla religione, fu concessa agli abitanti di Cales piena e libera facoltà di culto. Anche l’attività commerciale fu incoraggiata e ai Caleni fu consentito di poter acquistare suoli e immobili in territorio di Roma, come analogamente potevano fare i Romani nel territorio di Cales. Gli esponenti della classe patrizia potevano prendere la cittadinanza romana, senza avere l’obbligo di residenza.
Fu solo alcuni dopo alcuni anni che la città di Cales fu scelta come sede di una delle quattro questure decretate dal Senato Romano nel 267 a. C. e a quel periodo risale la coniazione delle monete con legenda Caleno. Gli scrittori classici ci forniscono notizie del Questore di Cales. Facciamo riferimento in particolare a quanto scrive Marco Tullio Cicerone in relazione ad un certo Vatinio, come riporta anche lo storico locale Mattia Zona. Invece Tacito, il grande storico latino, nel IV libro degli Annales, fa esplicito riferimento al Questore Curzio Lupo che, muovendosi da Cales, riuscì a bloccare la sedizione di schiavi che stava divampando a Brindisi ( …et erat iisdem regionibus Curtius Lupus, cui provincia vetere ex more Cales evenerat…)
Dovettero passare molti anni prima che Cales venisse innalzata al rango di Municipio. Giuseppe Carcaiso ipotizza che ciò “ sia avvenuto all’indomani della guerra sociale, fra l’83 e l’81 a.C., allorché Silla pose mano ad un profondo processo di riordinamento politico- amministrativo della Repubblica Romana”. Secondo Mattia Zona, invece, “ Cales era già Municipio molto tempo prima della guerra sociale”. La testimonianza letteraria più bella del Municipio Caleno è costituita dalla lettera di Marco Tullio Cicerone a Dolabella ( Ad Familiares, IX, 13) per perorare la sorte di Caio Suberino Caleno e di Marco Sterede, due cittadini caleni rimasti intrappolati in Spagna a causa della guerra civile. Della lunga lettera citiamo il paragrafo in cui si fa riferimento al Municipio di Cales:
[…]Perciò ti prego di adoperarti affinché questi due miseri Caleni, non per colpa loro, ma a causa della sfortuna alla quale ogni uomo soggiace, non ricevano alcun danno. In modo che io per mezzo tuo faccia loro questo favore e possa soddisfare il desiderio del Municipio caleno col quale sono in stretti rapporti di amicizie[…].
In effetti Marco Tullio Cicerone ebbe una predilezione particolare pe Cales, ove soggiornava spesso e di cui si considerava l’autorevole patrono

LA MONETAZIONE AUTONOMA

La città coniò monete per più di un sessantennio, un arco di tempo compreso tra il 268 a.C. e il 218/202 a.C., quei sedici anni in cui si svolsero gli eventi bellici della Seconda guerra punica. Dopo quest’ultima, a Cales non fu più consentito di battere moneta propria, a favore della monetazione romana. In realtà i caratteri nazionali erano già stati sostituiti con la leggenda latina, poiché Roma stava estendo anche nel Meridione la sua lingua.

Purtroppo, attualmente, i numismatici non possono disporre di un testo appositamente dedicato alla monetazione calena per dare il via a una ricerca più proficua. J.H. Eckhel, numismatico settecentesco, nella sua Doctrina numorum veterum, tendeva comunque a considerare le monete emesse a Cales all’interno dell’ampia monetazione greca, prodotte appunto nei vicini territori influenzati dalla cultura ellenica della Magna Grecia.

L’antica Cales batté monete in argento e in bronzo, il cui studio non può in alcun modo prescindere dal confronto con la produzione monetaria che, nel III secolo a.C., caratterizzò tutte quelle colonie e i centri alleati di Roma. All’interno delle monete bronzee, a sua volta, si differenziano tre gruppi, troviamo così monete su cui venivano battuti diversi caratteri, tratti principalmente dalle simbologie del pantheon greco-romano: c’erano così quelle con l’effige di Atena Pallade e il gallo; quelle con la faccia di Apollo e il toro antropoprosopo, tavolta sovrastato dalla lira o da una stella; e quelle in cui, sopra al toro dal volto umano, veniva incisa una Nike alata che lo incoronava.

La tipologia in cui troviamo l’Apollo in compagnia del toro antropoprosopo è identica a quella adottata per la coniazione delle monete dell’antica Neapolis (Napoli), mentre di chiaro stampo romano sono quelle monete che raffigurano la dea Atena.

Uno studio dettagliato sulla storia della moneta emessa nell’antica Cales è stato compiuto da Silvia Pantuliano, dell’Istituto Italiano di Numismatica, la quale nel pdf facilmente reperibile in rete, dal titolo La monetazione della colonia latina di Cales, si riallaccia al lavoro più significatitivo compiuto sull’argomento, si tratta di Les monnaies antiques de l’Italie di A. Sambon, pubblicato nel 1903, a cui, sebbene risultino ancora validi i punti di riferimento, mancano ricerche più recenti e aggiornate.

L’autrice presenta questo suo scritto come un’introduzione propedeutica a una ricerca più dettagliata, attualmente ancora in corso d’opera, che darà vita a un volume organico, con lo scopo di trovare vasta duffisione nel mondo accademico e presso il grande pubblico.

“Della monetazione calena molto si è detto ma altro occorre dire, sia per andare oltre l’arido schema che se ne dà nelle trattazioni scientifiche, sia per chiarire possibilmente il significato discusso e controverso di qualche tipo e di qualche simbolo alquanto oscuri, sia per riprendere delle varie inesattezze – di cui alcuna gravissima – gli storici locali; i quali, con la guida di non sempre accreditati autori, abbastanza si diffusero intorno alla moneta di Cales” scrive Nicola Borrelli in La moneta nell’antica Cales.

Quest’ultimo ci fornisce qualche interessante informazione circa gli studi compiuti sull’etnico monetario: CALENO sarebbe l’abbreviazione del genitivo plurale CALENO(RUM), sebbene altri numismatici abbiano visto in esso un dativo (Caleno populo), oppure quanto resta di una forma antiquata, Calenom, termine del latino arcaico, con una chiara reminescenza del greco ΚΑΛΕΝΩN.

GLI UOMINI ILLUSTRI : I VINICI e FUFIO QUINTO CALENO

Il senatore Vinicio Marco Juniore apparteneva ad una delle famiglie più prestigiose di Cales. Era nipote di Vinicio Marco Seniore(Cales, 50 a.C. circa – dopo il 3 d.C.), il console amico di Augusto, che aveva condotto guerre vittoriose contro i Germani e pertanto apprezzato ed onorato a Roma. Il primo storico latino che ci dona testimonianza di Vinicio Marco Juniore è Tacito, , facendo riferimento a Marco Vinicio, figlio del console Publio e nipote del celebre Marco Seniore, scrive nel capitolo 15 del VI libro degli Annales:
“ Vinicius, oppidam genius, Calibus ortus, Patre atque Avo consularibus, cetera, equestri familia. Erat mitis ingenio et comptae facundiae[…] Anche Dione Cassio fa riferimento a Vinicio Marco Juniore, scrivendo che proveniva da” una famiglia illustre per due consolati”. In effetti la carriera di Vinicio Juniore era iniziata con la sua elezione a console nel 30 d. C. Negli stessi anni aveva sposato Giulia Lavilla, una delle tre sorelle del futuro imperatore Caligola. Sotto l’impero di Claudio, Marco Vinicio Juniore fu eletto console per la seconda volta, precisamente nel 45 d.C. e dopo qualche anno fu nominato senatore. Quella di Vinicio Juniore la si può definire una vita politica tranquilla in quanto non aveva partecipato ad alcuna rilevante impresa militare. Tuttavia egli si trovò ad esercitare il suo ruolo di console e di senatore negli anni degli intrighi di Palazzo a Roma e gli fu fatale la presenza della maggiore protagonista di quegli intrighi di Palazzo, Messalina. Tale donna dissoluta si era invaghita di Vinicio, ma Vinicio non intese corrispondere a tale attrazione, soprattutto per non inficiare i suoi rapporti con la corte o, come scrive Giuseppe Carcaiso, “ semplicemente perché provava un effettivo disinteresse per la stagionata playlady”. Messalina non poté sopportare il rifiuto di Marco Vinicio Juniore e lo avvelenò “ ai tempi di Nerone”. Nelle Dissertazioni sull’Antica Cales, scritte dal canonico pignatarese Giovanni Penna, usando lo pseudonimo di Mario Pagano, le motivazioni dell’avvelenamento di Vinicio da parte di Messalina si rivelano più convincenti. Giovanni Penna, che, ripetiamo, scrive tali dissertazioni usando il nome amato di uno dei più grandi martiri della Repubblica Napoletano del 1799, Mario Pagano, sostiene che all’avvelenamento di Vinicio Marco Seniore “ non dovette essere estraneo anche il suo rifiuto a partecipare al complotto contro Nerone, ordito dalla stessa Messalina”. Tale riflessione e motivazione sembra anche a noi molto probabile.
Fufio Quinto Caleno fu il personaggio più rilevante che espresse l’antica città di Cales. Appartenente ad una delle migliori famiglie di Cales, nacque tra la fine del II secolo e gli inizi del I secolo a.C. Nella sua carriera sarà determinante il determinante ruolo ricoperto nello scandalo della solenne cerimonia religiosa, il Damnium, in quanto con la sua eloquenza riuscì a salvare la carriera stessa di Giulio Cesare, suo intimo amico.
In effetti successe che nel 62 a.C. Publio Clodio Pulcro, agitatore politico dell’ultima età repubblicana, si era introdotto abusivamente in casa di Giulio Cesare travestendosi da donna per sedurne la moglie Pompea durante la festa della dea Bona, da cui erano esclusi gli uomini. In seguito a tale profanazione, seguì una grave crisi politica. Era il momento giusto che attendevano gli accaniti avversari di Caio Giulio Cesare, soprattutto Catone e Cicerone nel tentativo di fermarne la carriera.
« Publio Clodio, figlio di Appio, è stato colto in casa di Gaio Cesare mentre si compiva il sacrificio rituale per il popolo, in abito da donna, ed è riuscito a fuggire via solo per l’aiuto di una servetta; grave scandalo; sono sicuro che anche tu ne sarai indignato. » scriveva Cicerone ad Attico

Con determinazione gli avversare di Cesare riuscirono a portare la questione davanti al Senato e fu in tale occasione che Fufio Quinto Caleno dovette far leva su tutta la sua abilità politica ed oratoria. Per il sacrilegio gli oppositori di Cesare chiesero una commissione senatoriale che facesse piena luce su quanto era accaduto, i cui membri dovevano essere scelti a discrezione da un Presidente, nominato dai Senatori stessi. In tal caso gli avversari di Cesare godevano in Senato di una larga maggioranza. Fu allora che Fufio Quinto Caleno contestò con forza tale decisione con impeccabili capacità dialettiche ed oratorie, riuscendo a far sì che i componenti della Commissione fossero estratti a sorte. La fortuna arrise a Cesare e al suo eloquente amico Fufio Quinto Caleno. Tuttavia nel processo che seguì, citato come testimone, Caio Giulio Cesare, come è noto, rifiutò di deporre contro Clodio e si dichiarò convinto dell’innocenza della moglie. Quando i giudici gli chiesero perché avesse allora chiesto il divorzio, rispose con la famosa frase divenuta proverbiale: “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”.
Dopo tale vicenda Fufio Quinto Caleno si recò in Gallia al seguito di Giulio Cesare, mettendosi in luce quale brillante ufficiale. Nel 49 a.C. fu in Spagna al comando di quattro legioni romane. Combatté strenuamente anche durante la guerra civile che oppose Pompeo a Cesare, prima di essere inviato da Cesare nel Peleponneso. Fece ritorno a Roma nel 47 a.C. e fu nominato console. Nella scena politica romana, dopo l’uccisione di Cesare, Fufio Quinto Caleno si schierò con Antonio e tenne la Gallia come suo proconsole dopo la famosa battaglia di Filippi. Morì in Gallia nel 40 a.C. e, dopo la sua morte, le sue 11 legioni, passarono dalla parte di Ottaviano.
L’elogio più bello di Fufio Quinto Caleno fu proprio del suo avversario Marco Tullio Cicerone, che nella filippica contro Dolabella, riferendosi all’ex tribuno di Cales, ebbe ad affermare che “ spesso si era trovato in contrasto nel Senato con le cause propugnate da Caleno, ma non aveva mai messo in discussione l’uomo, di cui conosceva il valore e la dirittura morale”.

IL TEATRO, L’ANFITEATRO, LE TERME

In età imperiale, Cales ebbe due edifici per spettacoli: il Teatro per le rappresentazioni sceniche e l’Anfiteatro per i combattimenti tra gladiatori. Consideriamo che in età imperiale la città di Cales acquistò un suo particolare prestigio, anche in relazione al fatto che alcune famiglie locali, tra cui i Vitrasii e i Vinicii rivestirono importanti incarichi pubbliche, un prestigio che a Cales si rifletteva in atti di cosiddetto evergetismo col finanziamento di importanti opere pubbliche. In particolare Marcus Vinicius fu due volte console e intimo dell’imperatore Augusto.
Il teatro di Cales sorge nella zona mediana della città antica, in prossimità del limite occidentale delle mura e a poca distanza dal Foro. Gli scavi hanno portato alla quasi completa messa in luce del monumento che si dispone in uno spazio quadrangolare tra un asse viario a sud e la terrazza di un’area sacra a nord. Le coordinate geografiche del teatro di Cales sono latitudine 41° 11’ 59.91”; longitudine 14’ 7’55.48”. Inoltre la struttura del teatro si pone tra un asse viario, diramazione del cardo maximus, che prosegue a sud e a nord di un muro di contenimento in opus incertum della terrazza che ospitava sin da età arcaica la suddetta area sacra.
Il primo impianto, datato alla prima metà del secondo secolo A. C. è documentato non solo dai resti murati in opus incertum, già individuati nel corridoio di accesso alla scena, ma anche dalle tracce, all’interno dell’orchestra, di una gradinata più antica, a sua volta obliterata da un bacino monumentale di età augustea. Disposto in parallelo, accostato al proscenio e occupante l’intera larghezza dell’orchestra, ossia lo spazio tra le gradinate e il palcoscenico, esso dava all’edifico l’aspetto di un ninfeo, con un prospetto ornato da semicolonne.
La cavea, ossia l’insieme delle gradinate, attualmente visibile, fu costruita nel I secolo a. C. in opus quasi reticulatum, ossia con una tecnica muraria con conci di pietra o terracotta a superficie esterna, disposti in maniera da formare una rete di rombi, con nucleo interno della struttura in opera cementizia.
Il proscenio si mostra ornato di nicchie semicircolari e quadrangolari in ordine alterno con la una scena frontale, in relazione alla sua costruzione è da ritenere che una prima struttura sia stata realizzata con dimensioni modeste nel corso del I secolo d.C.
Successivamente, nel corso del I secolo d.C. l’orchestra e l’edificio scenico, in particolare, subirono modifiche e rifacimenti in riferimento all’innalzamento del livello e del piano pavimentale dell’orchestra. Inoltre si realizzano nuovi sistemi per consentire l’accesso alla media ed alta cavea, su cui viene creato un piccolo tempio che richiama la struttura dei teatri di Sessa Aurunca e di Teano Sidicino. Tale tempio potrebbe essere dedicato al dio Apollo.
Il teatro di Cales è stato purtroppo spogliato in maniera sistematica del suo apparato decorativo che era notevole, vista la quantità di frammenti marmorei e degli elementi architettonici in marmo e tufo rinvenuti negli strati di interro. Infatti, anche se mancano i resti di apparati decorativi ed elementi architettonici, è ipotizzabile che la decorazione fosse di alto livello qualitativo tramite la visione attenta dei pochi frammenti di marmi policromi presenti, le modanature architettoniche in tufo e marmo e gli elementi scultorei lapidei.
A proposito di questi ultimi, si evidenziano soggetti dionisiaci. E’ tale il frammento di rilievo con sileno flautista che, come gli altri frammenti, possono essere di datazione tra la fine del I e del II secolo d.C. Altri frammenti a tema dionisiaco e una testa marmorea di età antonina furono rinvenuti nell’area nel 1862.
Collegato al teatro da una scalinata in tufo, sulla terrazza a nord di esso e a sud del decumano massimo, vi era un santuario di cui si conservano i resti di un edificio templare ( coordinate geografiche: Latitudine 41° 12’ 1.35’’ N, longitudine 14° 7’ 59.71’’ E).
Tale edificio fu costruito verso la metà del I secolo d. C. su un’area sacra precedente da cui proviene un capitello arcaico in tufo di stile dorico etrusco- campano ed un’antefissa a testa femminile tra fiori di loto della fine del VI- inizi del V secolo a. C.
Il teatro romano di Cales e i monumenti vicini gravitavano molto probabilmente intorno al Foro della città, considerando altresì che al margine meridionale era presente un arco monumentale, detto tradizionalmente “ Arco d’Orlando.
L’ Anfiteatro di Cales si trova in territorio quasi inaccessibile e con visibilità quasi nulla per una delle principali testimonianze dell’Antica Cales in età romana, la cui costruzione risale al I secolo a. C. Ripetendo lo schema tipico degli antichi municipi romani, anche l’Anfiteatro di Cales fu costruito in una posizione che lo storico Giuseppe Carcaiso definisce “ piuttosto eccentrica” in quanto la sua localizzazione è alla periferia della nord-orientale della città fortifica, quasi sul ciglio del burrone che affacciava sul Rio dei Lanzi.
La datazione della sua costruzione è ascrivibile al primo secolo a. C., quindi nello stesso periodo in cui fu costruito quello di Pompei con il quale l’Anfiteatro di Cales doveva avere diverse analogie. La tecnica di costruzione è quella dello scavo del terreno tufaceo e parzialmente a terrapieno artificiale. Alle gradinate inferiori, i cui posti erano riservati alle autorità municipali e agli ospiti di riguardo, secondo consuetudine, si accedeva dal pianterreno attraverso appositi corridoi. Ai piani superiori, invece, si arrivava salendo dalle scale esterne.
Come abbiamo evidenziato, attualmente la struttura è coperta dalla vegetazione e conservata in pochi resti, ma si riconosce sul terreno la vasta pianta ellittica dell’arena, che si trova a circa 7 m di profondità rispetto al piano di campagna attuale, e presenta un asse maggiore lungo m 87,20, orientato in senso E – O. La cavea era costituita, originariamente, da gradinate per il pubblico che partecipava ai giochi gladiatori (venationes) e da portali monumentali di accesso all’arena, ornati da semicolonne in laterizio, affiancati da porte minori in opera reticolata. Secondo lo studioso Johannowsky, la costruzione dell’Anfiteatro di Cales fu “ampliata in età flavia o più tardi”.
Come è noto, uno dei meriti più rilevanti dell’impero romano è consistito nell’aver messo a disposizione di tutti, patrizi e plebei, liberi e schiavi, una serie notevole di impianti termali con fruizione gratis del servizio offerto oppure pagando una somma molto modesta. Per quanto riguarda la Cales romana, due imponenti complessi termali ci danno la testimonianza della vita civile e culturale di quel tempo: le Terme settentrionale e le Terme centrali.
Non impropriamente parliamo di vita civile e cultura in quanto l’uso delle terme non era circoscritto ai vari tipi di bagni, ma esteso al gioco, all’esercizio fisico, alle annesse biblioteche, alle conversazioni negli attigui giardini. Le Terme settentrionali erano situate in prossimità del Foro, lungo il lato destro del Cardo Maximus, scendendo dall’Arce. Trattasi di una costruzione del II secolo d. C., edificata in opus latericium e parte in reticulatum. Tuttavia le più note sono le Terme Centrali, in quanto l’archeologo napoletano Werner Johannowsky e la sua équipe, tramite scavi sistematici e mirati del 1960, ci forniscono notizie complete e dettagliate.
Riguardo, infatti, alle Terme centrali Johannowsky ci comunica che trattasi di edificio databile intorno al 90-70 a. C. il quale è da considerarsi “ dopo le terme di Mercurio e Baia, e, accanto al nucleo delle terme Taurine presso Centumcellae, il più grandioso complesso termale di età repubblicana finora conosciuto.
Scrive Johannowsky: “Le terme centrali di Cales sono uno dei pochissimi edifici relativamente ben conservati di epoca anteriore al II secolo a. C.” di cui le terme pompeiane costituiscono “ il confronto migliore” aggiungendo che “ la predominanza ancora assoluta della linea, sia pure accompagnata da una nota coloristica di carattere ellenistico, in qualche figura, impedisce di scendere con la datazione verso la metà del I secolo a.C. Anzi l’ottima qualità degli stucchi dell’ Apoditerio[…] sono in favore di una datazione alta, verso il 90-70 a.C.”
Le Terme Centrali di Cales erano articolate in una serie di ambienti, ornati in maniera ampia con splendide statue, vasche, marmi pregiati e pannelli di stucco policromi a rilievo incastrati alle pareti. Ogni ambiente aveva una sua funzione specifica in maniera da permettere tutti i “ passaggi” che costituivano la parte attrattiva di tali impianti. Così all’ingresso vi era l’Apodyterium, un salone rettangolare di circa 170mq, adibito a spogliatoio. Passando attraverso il Tepidarium, si accedeva al Calidarium, ove si facevano bagni caldi e di vapore e bagni di sudore che erano considerati molto salutari. Dal Calidarium si tornava nel Tepidarium, ove la temperatura era tenuta costantemente tiepida. In tale luogo si era soliti sostare e chiaccherare in maniera da ottenere un calo graduale ed ideale della temperatura. Dopo di ciò, si poteva passare nel Frigidarium per un più o meno lungo bagno in piscina con l’acqua fredda.

LA STRUTTURA URBANA DELLA CITTA’

Le strade urbane di Cales erano tutte lastricate in calcare, ad eccezione di quelle principali, il Cardo Maximo e Via Patula. In particolare il Cardo Maximo era interamente pavimentato con blocchi di selce. Dalle epigrafi si riesce ad avere una definizione, anche se non completa, della toponomastica della cittadina. In particolare sono due iscrizioni che ci forniscono le informazioni al riguardo.
La prima, dopo essere stata sistemata nell’ex palazzo vescovile di Pignataro, ai principi dell’Ottocento, fu regalata da un vescovo dell’epoca al sign. Francesco Daniele di San Clemente. Essa ci parla dei quatorviri di Cales, i quali avevano fatto lastricare la strada che portava a Porta Somma e al Clivo, presso la Porta Gemina, nonché quella situata tra la Porta Marziale e l’Angioporto, nei pressi del tempio della dea Matuta ( M.FURIUS.C.F.NUMIDA/ M.VERATIUS.C.F.POLLIO/ III.VIR.J.D./STRATAM. AD. PORTAM/ SUMMAM. ET.IN. CLIV./AD PORTAM GEMINAM/ ET INTRA PORTAM MARTIALEM.AD. ANCIPO/ MUTATAE.S.C.R.C./ IDEMQUE.PROBAVERE).
Una seconda epigrafe fu rinvenuta nel vecchio seminario di Calvi e andò ad arricchire le collezioni private del suindicato Francesco Daniele, le quali furono successivamente dal Museo Nazionale di Napoli dagli eredi del Daniele. Da questa seconda iscrizione apprendiamo che un ignoto Augustale caleno aveva provveduto, di tasca propria, a far pavimentare ed ornare di statue e colonnati la via che andava dall’Angiporto di Giunone Lucina fino al tempio della Dea Matuta. Nel contempo aveva fatto sistemare la strada che, partendo dal Clivio, e dal tempio di Giano, si allungava fino al rione dei Cisiari di Porta Stellatina per proseguire dalla via Patula fino alla Porta Laeva e dal Foro alla Porta Domestica. ( …GUSTALIS/ ORNAMENTIS/VIAM A.B.ANGIPORTU A/ IUNONIS.LUCINAE.USQUE/AEDAM.MATUTAE.ET.CLIVO/ AB JANU AD GISARIOS.PORTAE/ STELLANITAE ET VIAM PATUALM/ AD PORTAM LAEVAM ET AB FORO/AD PORTAM DOMESTICAM/ SUA PECUNIA.STRAVIT).
Tali indicazioni ci consentono di ipotizzare una plausibile toponomastica, ad iniziare dalla Porta Stellatina che era situata in fondo all’attuale via Forma. Da via Forma partiva una via anonima che collegava Cales con l’ager Stellas, ossia gli attuali comuni di Vitulazio e Bellona. Riguardo ai menzionati Cisiari di Porta Stellatina, è plausibile altresì che le loro botteghe fossero situate lungo l’attuale via Forma e che tale via portasse il nome di Via dei Cisarii. Inoltre il Foro si trovava tra le terme centrali, l’arco centrale ed un tempio non identificato. La famosa via Latina, provenendo da Teano Sidicinum, passava all’interno di Cales per portarsi successivamente a Casilinum e a Capua. La via Latina attraversava Cales da Nord-Ovest a Sud-Est e la sua denominazione plausibile era Via Patula, ossia Via Lata o via Maestra. Le porte più imponenti erano Porta Summa e la Porta Marziale, la prima che chiudeva la città a Nord-Ovest, al limite dell’attuale via Forma e l’altra identificata più a sud, alla fine di Via Formelle. In relazione al Clivo è plausibile, inoltre, ipotizzare che esso fosse presente nel poggio ove sorgono attualmente la cattedrale e il vecchio castello longobardo e ove ai tempi della Cales Romana vi era l’Arce e il tempio di Giano, sulle cui rovine fu edificata la cattedrale romanica. Notevole importanza rivestiva la Porta Gemina in quanto fungeva da collegamento tra Cales e le città di Trebula, Caiatia e Alife. In relazione alla Porta Leva e alla Porta Domestica, una delle due era situata davanti al Ponte delle Monache, all’inizio di una strada che portava verso l’Ager Falernus, mentre l’altra sul perimetro occidentale della città, a sud del teatro. Ci resta l’identificazione del Vicus Palatius, riguardo al quale, contrariamente all’archeologo Giuseppe Novi, che lo considera un importante e florido borgo di Cales , Giuseppe Carcaiso ritiene che fosse un rione della stessa cittadina.( vedi immagine mappa della città)

Il VINO CALENO
Le testimonianze di vari scrittori classici ci confermano come i vini che si producevano a Cales fossero apprezzati in epoca romana. Il grande poeta Orazio ne fa riferimento nel libro I, Ode 20 e 31 dei Carmina e nel Libro IV- Ode 12 della stessa raccolta di poesie.
Nell’Ode “Mecenate a cena da Orazio” il poeta assicura il suo ospite che berrà “ uva spremuta con torchio caleno”.

Berrai un vino sabino di poco valore
in semplici boccali, quel vino che in un’anfora greca
ho io stesso sigillato e imbottigliato,
quando ti fu dato in teatro un applauso,
caro cavaliere Mecenate, tale che le rive
del fiume dei tuoi avi e la festosa
eco del colle Vaticano
ti rendevano le lodi.
Berrai Cecubo e uva spremuta con torchio caleno;
né le mie tazze
sono mitigate da viti di Falerno
né dai colli di Formia.

Nell’ Ode 31 dello stesso Libro I, Orazio scrive:
Lascia che con la falce poti le viti di Cales
chi le ebbe dalla fortuna…
Premant Calena falce quibus dedit
Fortuna vitem…

Nell’Ode 12 del libro IV, dedicata a Virgilio, il grande Orazio scrive:
La stagione, Virgilio, accende la sete;
ma se vuoi vino dei torchi di Cales,
tu, amico di giovani famosi,
dovrai guadagnartelo col tuo nardo:
basta un suo vasetto per attirare l’anfora,
che ora giace nei magazzini di Sulpicio
e che donerà nuove speranze,
dissipando l’amarezza dei nostri affanni.

Strabone, storico e geografo greco, magnificando i prodotti della Campania Felix, ebbe a scrivere nel “De situ orbis”
Vinum optimum hinc habent romani: Falernum, Statanum, Calenum…

I vini di Cales furono magnificati anche da Plinio, il quale, nel Libro XIV, capitolo 6 di Historia Naturalis, li poneva nella terza categoria tra tutti quelli che si producevano in Italia: Ad tertiam palmam venere Albana…Massica…juncta his praeponi solebant Calenum et quae in vineis arbustisque nascuntur Fundana…

In piena epoca imperiale furono Giovenale e in seguito Ateneo a scrivere della bontà del vino di Cales. In particolare Giovenale, nella prima satira, dichiarando che è stato indotto a scrivere tale opera per sdegno contro il malcostume e la corruzione dilaganti a Roma, fece riferimento al vino caleno al verso 55 con tali parole: “Occurrit matrona potens, quale molle Calenum/ Porrectura viro, miscet sitientem rubetam…”( Corre incontro una dama impettita che al marito assetato propina nettare di Cales mescolato con veleno di ranocchio…)

Invece Ateneo, nel testo “ I sapienti a banchetto” paragona il Calenum al Falernum, affermando che “ Calenum leve magis Falermum stomacho placet”.

Angelo Martino
Giuseppe D’Auria

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UOMINI ILLUSTRI DI PIGNATARO MAGGIORE

GIOVANNI PENNA CANONICO E STORICO
Giovanni Penna ( Pignataro, 20 ottobre 1754- Pignataro, 30 maggio 1837) era figlio di Giuseppe che era stato sindaco di Pignataro, nel 1766. Studiò nel seminario di Calvi ove conobbe il vescovo Giuseppe Capece Maria Zurlo che prese a ben volerlo e lo volle accanto a lui come segretario . Anche quando divenne Arcivescovo di Napoli, Zurlo lo condusse con sé. La morte del fratello Carlo nel settembre 1802 lo richiamò a Pignataro e nel 1806 fu nominato canonico della cattedrale. Aprì in paese una scuola per istruire i giovani, ma gli fu imposto di chiuderla. Verso il 1827 diede inizio alla composizione della sua opera di storia locale.
Nel 1833 il canonico Penna pubblicava un libro di interesse locale che fu considerato un piccolo avvenimento letterario a quei tempi e riempì la cronaca della tranquilla vita cittadina: Stato antico e moderno del circondario di Pignataro di Capua e suo miglioramento.”
L’opera del Penna non si riguardava solo Pignataro, ma anche tutto il circondario che, nella divisione amministrativa borbonica, comprendeva Partignano Giano, Pastorano, S. Secondino, Pantuliano, Camigliano, Vitulazio, Bellona, Calvi, Rocchetta e Croce, Sparanise.
Il canonico Penna intraprese una battaglia per favorire la scuola e la cultura in genere, aprendo una sua scuola che fu chiusa. Alle motivazione della chiusura della scuola del Penna si interessò Don Salvatore Palumbo, arciprete di Pignataro Maggiore, ricercandone le cause ed evidenziando varie ipotesi il sospetto dei Borbone per la scuola e la cultura i in quei tempi in cui si annunciavano idee nuove e rivoluzionarie. Cosa rendeva sospetta alla polizia borbonica la scuola del Canonico Giovanni Penna?
Lo stesso storico locale ne parla con parole piene di tanta disillusione:
“Dopo la morte di mio fratello, accaduta il 5 settembre 1802 mi rimpatriai; e sebbene avessi portato con esso me le mie imperfezioni, che con il mutar del cielo non si cambiano, purtuttavia con ogni studio incominciai ad istruire alcuni figliuoli.
Ma il demonio che s’oppone sempre al bene, frastornò un’opera così santa e così accetta a Dio, venendomi impedito l’insegnare e l’istruire.
Come questo sia stato, non saprei io dirvi se non che fu così.
Sospettai qualche calunnia, ma qualunque fosse stato il motivo, il fatto è certissimo e così va la cosa, ben potete pensare quanto dispiacere ne sentissi; però se essere sincero ed accurato ecclesiastico e non essere adulatore , né iniquo uomo è colpa, confesso in ciò aver peccato; ma di tal peccato non chiederò mai perdono.”
Parole nobili piene di dignità che non potevano non incuriosire Don Salvatore Palumbo , il quale decide di andare a fondo della questione , sapendo che un rapporto di Mons. De Lucia sui sacerdoti della diocesi aveva bollato il canonico Giovanni Penna quale irrequieto e iscritto alla carboneria.
Don Salvatore Palumbo ci conduce ad analizzare il contesto storico del periodo al fine di comprendere chi avesse impedito al canonico Penna di insegnare e istruire e perchè.
Il canonico Penna era vissuto accanto a colui che sarà l’arcivescovo di Napoli nel periodo della Repubblica Napoletana del 1799 e non possiamo non fare riferimento a tale figura per comprendere non solo il contesto storico, ma anche la misura in cui il rapporto tra il Penna e Zurlo fosse più o meno stato decisivo per influenzare le attività di iniziative sociali del Canonico tali da attribuirgli la fama di irrequieto e massone.
Il cardinale Zurlo ebbe rapporti difficili con il potere costituito borbonico e con la S. Sede in diverse occasioni, ma ciò che gli fu rimproverato decisamente è non avere usato tutto il suo prestigio per screditare la Repubblica Napoletana .
Come scrive Don Salvatore Palumbo:
“Il vecchio cardinale si era trovato impigliato nelle vicende della Repubblica Partenopea.
C’era stato in Lui un gesto coraggioso , ma certamente non in linea con la politica della S. Sede a quel tempo.”
In effetti il Cardinale Zurlo non sottostava in maniera celere alle pressioni della S. Sede allorché le truppe del restauratore Cardinale Ruffo insidiavano le sorti della Repubblica Napoletana.
Essendo argomento storico delicato, intendiamo riportare fedelmente le parole dell’ Arciprete Don Salvatore Palumbo riferite al cardinale Zurlo.
“Aveva pubblicamente anatematizzato l’esercito della S. Fede organizzato da un altro cardinale, Fabrizio Ruffo, in Calabria, per attaccare la Repubblica Partenopea; come abbia agito così, dimenticando le persecuzioni della rivoluzione francese, l’incarceramento di Pio Vi non riusciamo a spiegarcelo.”
Forse – prosegue Don Salvatore Palumbo – fu la presenza di sacerdoti fra le personalità maggiori della governo repubblicano napoletano (uno dei martiri del 1799 fu un Sacerdote: il Conforti).
In effetti alla Repubblica Napoletana del 1799 avevano dato il sostegno e preso parte in maniera attiva tanti sacerdoti e vescovi: oltre Francesco Maria Conforti ricordiamo Mons. Giuseppe Andrea Serrao, Mons. Michele Natale e Mons. Francesco Saverio Granata, Marcello Eusebio Scotti, Antonio Scialoja, martiri della breve esperienza della Repubblica Napoletana.
Don Salvatore Palumbo così prosegue al riguardo:
“La reazione borbonica, abbattuta la Repubblica Partenopea, non risparmiava il novantenne Cardinale Zurlo.
La ingenerosa corte borbonica, senza trovare negli anni del cardinale un’attenuante, lo esiliava a Montevergine dove moriva due anni dopo, il 31 dicembre 1801.
A questo punto Don Salvatore Palumbo ipotizza che le disgrazie del Cardinale Zurlo, abbiano pesato anche sul nostro Canonico Giovanni Penna , il quale aveva vissuto tutte le vicissitudini del Cardinale Zurlo in stretto rapporto con lui a Napoli.
Perchè prendersela tuttavia anche con il nostro ” modesto sacerdote”, costretto a chiudere la sua scuola?
A tale argomento si appassiona Don Salvatore Palumbo il quale riassume le sue ipotesi in tre punti.
“Innanzitutto chi chiediamo: fu la chiusura della scuola del Canonico Giovanni Penna un’imposizione dell’autorità ecclesiastica? Non pare “
L’arciprete Don Salvatore Palumbo inizia ad interrogarsi in tale maniera.
“In qualunque anno vogliamo porla, non si sfugge all’anno lunghissimo dell’episcopato di Mons. De Lucia (1792-1829); ora il nostro Penna nella sua opera dedica molte pagine a questo Vescovo, che, anche se non hanno il tono di profonda ammirazione e venerazione di quelle dedicate al Cardinale Capece Zurlo, tuttavia sono sempre elogiative.”
“Avrebbe egli scritto quelle pagine, se a quel vescovo risaliva quel provvedimento che lo colpiva così duramente, la chiusura della scuola? – si chiede Don Salvatore Palumbo.
E’ difficile pensarlo e quindi si potrebbero, tramite gli indizi, individuare tre ipotesi palusibili.
La prima concerne la battaglia che il Canonico Penna intraprende per favorire la scuola e la cultura in genere.
A tal riguardo Don Salvatore Palumbo così scrive:
“I borboni avevano motivo di sospettare della scuola e della cultura in genere, perchè sulla falsariga della scuola penetravano le idee dissolvitrici della rivoluzione francese.”
La seconda ipotesi va ricercata nella sensibilità del Canonico Penna per le condizioni del “basso popolo” che egli descrive nella sua opera con dettagli per rimarcare quanto” nostro uguali o nostri fratelli ” conoscessero fatiche dure, eccessive, ingiustizie essendo la loro sorte già segnata dalla nascita.
Don Salvatore Palumbo, a tal riguardo, considera il Penna “un uomo che guarda in anticipo alla questione sociale con l’occhio del sacerdote sensibile alla miseria umana, ma che non chiude nel suo animo la disapprovazione verso l’ordine costituito che gli sta innanzi, bensì alza la voce in favore degli oppressi quando nessuna voce si levava.
E’ questo il lato più umano del Canonico Penna, che lo avvicina ai nostri tempi, ce lo rende più simpatico. E’ bene che anche i Pignataresi di oggi sentino e meditano sulla parola scritta, 140 anni or sono, da questo sacerdote.”
Don Salvatore Palumbo scriveva tali nobili riflessioni su Il Pino di gennaio – febbraio 1972, continuando in tale maniera, che ci fa ancora apprezzare la sua figura di sacerdote amatissimo:
“Ma mi domando: non erano questi i fermenti che avevano agito nella Rivoluzione Francese? Una migliore giustizia sociale di fronte alle classi privilegiate”.
Quindi quale seconda ipotesi ritroviamo la sensibilità verso il popolo non gradito all’ordine costituito.
La terza ipotesi concerne la simpatia del Penna per Mario Pagano, uno dei martiri della Repubblica Napoletana del 1799.
Così conclude Don Salvatore , ricordando che un rapporto di Mons. De Lucia sui sacerdoti della Diocesi , accanto al nome del Canonico Giovanni Penna era riportata la nota: Antico iscritto alla Carboneria…irrequieto:
“Il Penna a pag. 266 della sua opera in una nota ci fa sapere che egli aveva scritto delle dissertazioni, due delle quali erano state pubblicate in un libro del barone Ricca sotto il nome di Mario, l’illustre giurista condannato nel 1799, nobile vittima della rivoluzione partenopea.
E’ un indizio molto sintomatico: avrebbe posto i suoi scritti sotto quel nome, se quel nome non gli avesse ispirato profonda simpatia?”
Anche queste ultime parole di Don Salvatore Palumbo ci confermano che il Penna era un uomo giusto, un sacerdote molto serio nell’affrontare tematiche storiche delicato.
Una polemica dura derivò dal fatto che il Canonico nel suo testo dedicava un centinaio di pagine al tema dell’istruzione impartita nel seminario diocesani di Calvi, criticando duramente i sistemi pedagogici ed educativi impartiti .
Il Rettore del Seminario, i professori e il Vescovo stesso lo ritennero uno scandalo per cui il libro era da Proibire e da scoraggiare in tutti i modi la sua diffusione.
Il libro del Canonico Penna offuscava il buon nome del Seminario e come scrive il Canonico Teologo Filippo Sgueglia, Rettore del Seminario, in un documento in latino del 10 maggio 1834.
“Si chiede il sequestro di tutte le copie e che l’autore venga sospeso a divinis finché non presenti in curia tutte le copie del suo libro sequestrato”.
Le accuse del Penna sono considerate velenosi morsi dei maldicenti e il suo libro opera di un cane rabbioso.
Così fu molto difficile trovare il saggio storico di Giovanni Penna per tanti anni.
Solo nell’ottobre del 1988 l’Editrice Atesa di Bologna riuscì in qualche modo a trovarne una copia per farne una riedizione anastatica.
Circa l’origine di Pignataro e del suo circondario, il Canonico Penna, scrive che “ alcuni di questi Villaggi ebbero origine dopo il Mille, alcuni forse più antichi e soffermandosi su Pignataro dalla pagina 165 del testo, e specificamente sulla Chiesa di S. Giorgio al cui riguardo ci parla della famosa pergamena n. 3792 dell’Archivio Arcivescovile campano, sulla vecchia chiesa di S. Maria della Misericordia e sulla Cappella di S. Maria Lauretana. Nel prosieguo Penna ci parla del monastero dei frati alcanterini, dell’iter della costruzione del convento, che proseguì nonostante s la morte di Mons. Filippo Positano, che ne aveva voluto la costruzione. Seguono notizie sulla chiesa di Grazzano, su quella di Partignano prima di addentrarsi nell’analisi storica delle arti e del commercio. Tuttavia è la parte dedicata alle origini del toponimo Pignataro che ha attirato l’attenzione degli storici locali. Penna ne accenna a pag. 205, scrivendo “ L’origine di questa patria mia s’ignora affatto, e resta occulta sotto una scura notte per mancanza di scritture”. Tuttavia il canonico non si perde d’animo, cercando tra le pergamene dell’Archivio Arcivescovile e trovando la pergamena 2427 del 1268. Scrive testualmente Penna: Eravasi in quel tempo una civile famiglia detta Pignataro, di cui si fa degna commemorazione in esse Pergamene, nelle quali si trova: a campo Pignataro, a mio intendimento dal nome del territorio ritrae il suo nome.” Quindi per Penna è la famiglia Pignataro che trae il suo nome dalla Villa di Pignataro e non viceversa. La seconda parte del testo non poteva non contenere informazioni su Calvi Antica nel periodo in cui era colonia dei Romani, sulla Calvi longobarda e sui suoi preziosi monumenti
Il canonico Giovanni Penna moriva a Pignataro il 30 maggio 1837.

BARTOLOMEO SCORPIO, POLITICO, SINDACO DI PIGNATARO MAGGIORE
La famiglia di Scorpio era originaria di Pietravairano, avendo il nonno paterno Nicola Scorpio sposato la nobildonna Angela Alvino di Pignataro e avendo suo padre Giuseppe spostato i suoi interessi a Pignataro nella metà dell’ottocento.
Bartolomeo Scorpio nasce a Pignataro il 10 gennaio 1857 da Giuseppe e Maria Maddalena Sagliocco, prima che il paese prendesse dopo l’Unità la denominazione di Pignataro Maggiore.
Dopo aver frequentato gli studi di seminario prima a Calvi e poi a Capua per dodici anni, e dopo aver conseguito la licenza ginnasiale nel Collegio di Venafro, la formazione di Scorpio si mostra in sintonia con il dibattito di idee dei vari movimenti e partiti politici che si affacciavano alla ribalta nel periodo post-unitario, per cui il giovanissimo Scorpio a soli diciassette anni, nell’anno di frequenza dell’ateneo Mazzocchi di S. Maria Capua, fondò il Consorzio Giovanile Garibaldino e fu fra i fondatori della società operaia ” Giuseppe Garibaldi”.
A 19 anni aderì al Partito radicale Italiano e fondò la società di Mutuo Soccorso radicale “Amore e Libertà”, collaborando quale redattore in giovanissima età ai giornali “Il ribelle”, “La Bandiera” e al “Giordano Bruno”.
Quindi quello di Scorpio fu un impegno precoce, un interesse per il notevole e ricco confronto e scontro di idee che però troverà solo a Napoli quale discepolo di Giovanni Bovio il suo pieno compimento.
Proprio presso la facoltà di Giurisprudenza di Napoli Scorpio ha la possibilità di conoscere Giovanni Bovio e trovarsi coinvolto nel vivo delle agitazioni antimonarchiche promosse dai mazziniani e dai socialisti, in particolare con Luigi Zuppetta, Matteo Renato Imbriani e Antonio Gaetani di Laurenzana.
Giovanni Bovio, il leader napoletano della democrazia repubblicana, avrà tanta influenza sui giovani a causa della sua posizione preminente nel nucleo dei repubblicani napoletani, e il giovane Bartolomeo Scorpio sarà uno di questi.
Provenendo dalla provincia di Terra di Lavoro ove tali ideali non avevano ancora trovato compiuto terreno fertile, si può immaginare il fervore politico con cui Scorpio visse la sua esperienza napoletana. Bartolomeo Scorpio si avvicinò e seppe far sue le idee della democazia radicale che rappresentava il filone più laico, democratico e repubblicano del Risorgimento italiano, quello mazziniano e garibaldino, con riferimenti propri al pensiero e all’azione di Carlo Cattaneo e di Carlo Pisacane.
A Napoli Bartolomeo Scorpio divenne un agitatore, battendosi per il suffragio universale, ritenuto dallo Scorpio mezzo di elevazione sociale delle categorie sociali più povere.
Grazie al fermento di idee socialiste e radicali con cui venne a diretto contatto a Napoli, Bartolomeo Scorpio riuscì nella diffusione del movimento democratico e repubblicano a Pignataro Maggiore e in Terra di Lavoro che interessò gli anni compresi tra il 1881 e gli ultimi anni del secolo e fu legata ad altre personalità quali Antonio Gaetani di Laurenzana, Giuseppe Lonardo e Michele Verzillo, questo ultimo suo nume tutelare che sarà deputato eletto a Capua dal 1892.
Dal 1881 Bartolomeo Scorpio fu uno dei più ardenti sostenitori del movimento irredentista facente capo al “ Comitato per l’ Italia Irredenta” alla cui guida vi era il generale Giuseppe Avezzana.
Fu in tale periodo che Scorpio entrò nella massoneria, ove raggiunse il 33° grado, il massimo della gerarchia massonica e , insieme ad altri, fondò a Napoli la loggia massonica “ Roma”.
In particolare Antonio Gaetani di Laurenzana e Bartolomeo Scorpio furono i primi a stabilire contatti con gli ambienti democratici napoletani in vista delle elezioni del 1882 a suffragio allargato in cui le forze del socialismo radicale democratico uscirono decisamente rafforzate.
A Caserta furono pubblicati i primi numeri del giornale “ La Civetta” di cui Scorpio divenne collaboratore nel gennaio 1882, primo organo di informazione dei democratici radicali, che prenderà successivamente il nome di “Spartaco” allorché Scorpio ne diverrà direttore.
A questo germoglio di idee nuove Bartolomeo Scorpio partecipa in maniera rilevante, diventando un esponente non solo provinciale , ma regionale .
Infatti, leggendo lo statuto della società operaia “Libertà e Lavoro” ci si rende conto che il suo intento non era solo di risvegliare sentimenti cooperativistici, non di semplice assistenza, ma di far acquisire agli operai la coscienza dei propri diritti, di innalzare la ” plebe al grado di popolo”, come ebbe a dire e scrivere più volte testualmente Scorpio.
Il 22 giugno 1882 Scorpio fu a Genova , al fianco di alcuni fra i più importanti esponenti del movimento democratico radicale , a presenziare all’inaugurazione del movimento a Giuseppe Mazzini.
La grande intuizione di Scorpio fu la creazione di una delle prime società operaie di mutuo soccorso Libertà e Lavoro, che sarà per lui la premessa per l’attività politica amministrativa a Pignataro Maggiore e per la diffusione delle idee radicali in Terra di Lavoro.
La società operaia era ritenuta da Scorpio l’unico mezzo per elevare le condizioni degli operai ed educarli alla difesa dei loro diritti.
Per Scorpio era giunto il momento che anche il popolo di Pignataro Maggiore prendesse consapevolezza dei suoi diritti e il 13 aprile 1882 finalmente il sogno di Scorpio diventa realtà , un progetto da lui formulato fin dal 1879. Nel cortile di Palazzo Scorpio si adunano circa 500 persone.
Nasce così Libertà e Lavoro e con Scorpio inizia la politica intesa in senso moderno . Grazie a lui Pignataro diventa partecipe di una vera e propria iniziazione alla politica, in quanto Scorpio riesce a coinvolgere altre persone in un ambito di impegno politico che va oltre quello prettamente localistico .
In provincia, se poche società persero il loro impeto iniziale e si arenarono davanti ai primi ostacoli, in tante realtà di Terra di Lavoro si affermarono , passando in soli dieci anni, dal 1879 al 1889 , da 34 a ben 148 associazioni.
A Pignataro Maggiore la lotta si concentrò sullo scontro tra le due Società Operaie, i cui obiettivi , anche per Libertà e Lavoro di Scorpio, non andavano oltre una concezione ideale tipica del riformismo borghese. Per tale ragione Scorpio riuscirà a cooptare all’interno della sua Società Operaia tanti notabili pignataresi i cui impegni ed interessi politici erano totalmente collocabili nell’ambito locale.
Infatti alcuni notabili pignataresi contribuirono a modificare la situazione di quiete gestione degli interessi delle élites i i quali si erano consolidati dopo l’Unità d’Italia.
Per le famiglie L’azione politica di Scorpio stava progressivamente portando innovazione importanti a Pignataro Maggiore, ma necessitava di alleanze con famiglie aventi la caratteristica di un gruppo di potere consolidato da anni a Pignataro Maggiore, e , in questo suo intento , riuscì ad avere il consenso delle famiglie Borrelli e De Vita, come anche parzialmente della famiglia Santagata.
Quindi tre famiglie pignataresi l’interessamento agli affari pubblici era inteso , prima dell’ingresso di Scorpio nella vita pubblica
Tra lo schieramento che si andò progressivamente creando attorno a Scorpio spicca la famiglia dei Borrelli, l’unica che ebbe un membro , Francesco Borrelli, grande amico di Scorpio , il quale condivideva le idee di Scorpio in relazione all’aspetto ideologico ed era anche lui massone .
Il personaggio della famiglia Borrelli più esposto fu Nicola Borrelli . Al debutto di Bartolomeo Scorpio nelle vicende politiche e amministrative di Pignataro, Nicola è un uomo prossimo alla vecchiaia , ma non rinuncia ad un ruolo che lo vedrà protagonista quale tramite tra la famiglia e la Società Operaia Libertà e Lavoro.
L’altra famiglia che diede un apporto importante all’affermazione di Scorpio a Pignataro fu quella dei De Vita, la quale aveva un elemento di spicco in Salvatore De Vita, avvocato e quasi coetaneo di Scorpio, anche lui in rapporti personali con Scorpio.
Salvatore De Vita diventa uno dei punti di riferimento dello schieramento creatosi intorno a Scorpio, partecipando alla fondazione della società operaia Libertà e Lavoro, ma assumendo un ruolo importantissimo nella banca popolare , un’altra intuizione di Scorpio la quale gli sarà di aiuto per l’ulteriore conquista del consenso a Pignataro.
Allorché il Prefetto Giorgetti, in data 8 maggio 1884, chiedeva al Comune di Pignataro di conoscere quante società operaie ci fossero nel Comune, il Sindaco rispondeva testualmente” Due sono le società operaie operanti : la prima denominata ” Libertà e Lavoro” fondata l’8 maggio del 1882, ne è Presidente Bartolomeo Scorpio fu Giuseppe e conta circa 500 soci; la seconda società è denominata ” Fratellanza operaia di mutuo soccorso ” fondata in data 13 giugno 1882; ne è Presidente Antonio Villani di Francesco e conta circa 200 soci.
Dopo il successo di Libertà e Lavoro di Scorpio l’opposizione del gruppo clerical-conservatore, preoccupata, in breve tempo costituì una propria Società Operaia denominata ” Fratellanza Operaia” , antagonista a quella di Scorpio, il quale rispose che non poteva essere possibile una cooperazione tra le due società, essendo quella del gruppo clericale conservatore, nata per iniziative delle famiglie Giuliano e Del Vecchio, sorta in contrapposizione a Libertà e Lavoro, anzi più precisamente per combattere Libertà e Lavoro.
I rapporti conflittuali tra le due società esplosero in occasione del rinnovo del Consiglio Comunale del 24 luglio 1882. Mentre la funzione di Libertà e Lavoro si esplicava soprattutto attraverso la lotta politica e amministrativa per una gestione diversa del potere e una democratizzazione della vita sociale con l’intento scritto di “ fare guerra al privilegio, alla corruzione e al parassitismo, come anche di favorire “ la trasformazione tributaria a sollievo dei poveri, alla redenzione dei disoccupati , soddisfazione alle giustizie sociali”, la posizione di Fratellanza Operaia era solo di ostacolare con qualsiasi mezzo Libertà e Lavoro. In occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 luglio 1882 si presentarono due liste : Libertà e Lavoro di Bartolomeo Scorpio e Fratellanza Operaia del gruppo delle famiglie Giuliano- Del Vecchio. Libertà e Lavoro rappresentava le istanze dei ceti popolari, quali contadini , operai , artigiani , mentre Fratellanza Operaia era sostenuta dal partito clericale- conservatore
Le elezioni si svolsero in un clima di grande conflittualità con episodi di violenza e con denunce con la vittoria del gruppo conservatore di Fratellanza operaia.
Dopo tali turbolenti elezioni Bartolomeo Scorpio intuisce che un’ altro strumento importante per la conquista dell’amministrazione municipale possa rilevarsi una ” Banca popolare cooperativa Previdenza e Risparmio ” che si prefigge di procacciare , secondo lo statuto , credito ai propri soci e agli operai regolarmente iscritti nelle Società operaie per favorire lo svolgimento del commercio e dell’industria e mettere freno all’usura mercé la mutualità e il risparmio”.
In quel periodo il decollo della Banca e l’aumento di soci della società operaia Libertà e Lavoro furono i segni tangibili che si avvicinava il momento in cui Bartolomeo Scorpio aveva più che buone possibilità di diventare sindaco di Pignataro Maggiore. I Socialisti Radicali erano riusciti a conquistare consenso in seno alla comunità pignatarese, ma anche provinciale . Erano pronte le condizioni di un sindaco progressista che avrebbe portato nella società idee di rinnovamento e ciò avvenne nel 1887.
L’esperienza amministrativa di Scorpio quale sindaco di Pignataro Maggiore fu di breve durata. Nel 1884 si concludeva l’esperienza ventennale da sindaco di Francesco Pratilli a cui successe il notaio Luigi Vito la cui giunta nell’arco di poco tempo si trovò ad essere composta interamente dagli uomini di Scorpio, i cui più fedeli erano Salvatore de vita e Nicola Borrelli con suo figlio Francesco e Domenico Salerno.
Scorpio fu eletto sindaco nel 1887 e si fece notare quale amministratore onesto, ma l’opposizione fu determinatissima.
Comprendeva che i cambiamenti avrebbero messo in crisi il consolidatissimo potere clericale e conservatore.
Bisogna pur riconoscere che il carattere di Scorpio gli fu d’impedimento in quanto, quale sindaco, doveva dialogare con tutti, ma anche da sindaco mostrava sempre la sua versalità per il ruolo dell’agitatore .
C’erano dei motivi ben precisi in questo suo atteggiamento, dato che Scorpio intendeva il suo ruolo quale sindaco di Pignataro come posizione per raggiungere obiettivi politici ben più alti .
D’altronde era un ambizioso e non aveva mai nascosto di ambire ad avere un ruolo quale deputato e incidere nella realtà nazionale e non in quella locale , che doveva rappresentare per lui il trampolino di lancio.
L’evento che comunque pose fine alla amministrazione progressista di Pignataro fu l’attentato della sera del 11 settembre 1988, un tentato omicidio che avrebbe costituito la premessa per il suo ritiro dalla vita pubblica a Pignataro Maggiore.
Quando fu colpito da diversi colpi di fucili, un attentato che fortunatamente andò a vuoto, Bartolomeo Scorpio era con la moglie e un figlio.
Bartolomeo Scorpio da irruento qual era fece di tutto per dare il destro agli avversari di affossare lui e la società operaia Libertà e Lavoro.
Infatti, conoscendo il carattere di Scorpio ,la sua reazione non poteva essere che quella di accusare ,tramite una campagna di stampa virulenta, persone senza che avesse alcuna prova.
Accusò del subito attentato Giuseppe Giuliano e Giovanni Giuliano, persone a lui ostili, facenti parte di una famiglia sua avversaria politica, di essere i mandanti del tentato omicidio insieme a Giovan Giuseppe Natale.
Inoltre senza prove concrete individuò quale esecutore materiale dell’attentato Giulio Ortensio.
Fu questo davvero un evidente errore, dovuto al suo carattere irruento ma ingenuo , che pagò duramente allorché fu costretto a ritrattare sul suo giornale tutte le sue accuse.
Inoltre il prefetto decideva di sciogliere nel 1889 la società operaia Libertà e Lavoro , il che procurò in Scorpio una profonda avversione per Pignataro da fargli decidere di abbandonare il paese.
Eppure nel breve periodo di tempo in cui Bartolomeo Scorpio era stato Sindaco di Pignataro Maggiore aveva ricoperto l’incarico con onestà in un ambiente a lui ostile per il forte tentativo del clero locale di screditarlo, ma non solo del fronte clericale.
Scorpio era altresì inviso al potere centrale per le sue idee democratiche e radicali .
La conseguenza di tali eventi fu lo scioglimento della società operaia Libertà e Lavoro.
Anche se una nota del ministero dell’Interno del 27 dicembre 1889 raccomandava al prefetto di Caserta la riconferma di Scorpio quale sindaco di Pignataro, da parte della prefettura si opposero le considerazioni di un consiglio comunale spaccato con fazioni estremamente contrapposte.
In tale lunga relazione del prefetto di Caserta di cui ci parla si faceva riferimento esplicito all’attentato e sulle idee ” troppo spinte ” di Scorpio , pur riconoscendo allo stesso una dirittura morale e di aver amministrato con assoluta onestà.
La prefettura di Caserta opponeva a Scorpio la nomina di Alfonso Del Vecchio , giovane e colto , notaio di ventisei anni la cui nomina costituì la premessa per il ritorno al potere del partito clericale per un decennio. Alfonso del Vecchio fu sindaco di Pignataro fino al 1894.
Sciolta la Società operaia Libertà e Lavoro , terminata la pubblicazione del giornale “ La Spira”, allontanatosi Bartolomeo Scorpio da Pignataro Maggiore, il gruppo democratico radicale, alla vigilia delle elezioni del 1895 proponeva un periodo di pace e di concordia tramite la gestione della vita pubblica a uomini nuovi, che non avevano avuto parte a quella politica di vendetta e rancore personale che avevano preso il posto dello scontro di idee e di valori.
All’inizio del novecento il ventennio di Bartolomeo Scorpio diventa un ricordo, una speranza che ha attraversato una comunità dal 1880 al 1900 , ma dai primi anni del novecento Pignataro ripiega su se stessa e le stesse , medesime famiglie si ritrovano a amministrare con una compattezza ed un unità mirata gestire il potere in maniera tranquilla , unanime con uno Scorpio non è più l’uomo di una volta , anche lui siede in consiglio comunale insieme a quelle famiglie che gli si erano opposte nelle vicende di fine ottocento in cui c’era stata la speranza di un cambiamento, di una svolta in senso progressista.
Nel gennaio 1923 , poco prima del suo decesso, in una lettera indirizzata a Michele Bianchi, segretario generale del Ministero dell’Interno , Scorpio chiede, invoca giustizia, rivalutazione e rivalorizzazione , scrivendo parole di assoluto rammarico per l’ingratitudine, dichiarandosi vittima di una congiura del silenzio immeritata.
Tutto ciò avvenne negli anni precedenti la sua morte. Infatti
Bartolomeo Scorpio, il personaggio della democrazia radicale dell’ottocento , si spegneva a Pignataro Maggiore nel 1923 all’età di 77 anni.
Bartolomeo Scorpio fu anche autore di testi che provocarono dibattiti di natura non solo politica, ma giuridica e socio-economica . L’opera più importante di Bartolomeo Scorpio è il libro maggiore dal titolo “ Dello Stato nella storia, nella dottrina , nelle funzioni” , un testo voluminoso di ben 1109 pagine , che affronta e approfondisce le tematiche politiche, sociali ed economiche dell’ ottocento con riferimento ai vari momenti storici di confronto e scontro delle ideologie del liberalismo , della democrazia , del principio rappresentativo, del socialismo utopista , marxista, dell’anarchismo.
Tra tutte tali forme di organizzazione istituzionale Bartolomeo Scorpio rileva primariamente la bontà dell’ideale mazziniano.
Bartolomeo Scorpio sottolinea che il riscatto delle plebi non è demandato a una dimensione ultraterrena ma deve realizzarsi nel presente, evidenziando la modernità del pensiero di Giuseppe Mazzini nel momento in cui scrive :“[…] appajono alcune linee che accennano non in astratto alla redenzione delle plebi, […] ma tracciano i mezzi, specialmente nelle forze operaje consociate e nella proposta di un fondo nazionale sacro al riscatto della terra.”
L’insistente appello di Scorpio è, però, più determinato e deciso di quanto sia effettivamente presente nel pensiero di Mazzini in relazione alla questione sociale come complemento della questione politica. Si deve tener presente che Scorpio, nel corso del suo impegno politico in Terra di Lavoro, aveva sotto gli occhi la dura realtà del Mezzogiorno che di per sé costituiva un atto di accusa nei confronti dell’azione di governo della Destra Storica, ma anche della Sinistra Storica inadempiente nella realizzazione delle necessarie riforme.

NICOLA BORRELLI- STORICO, LETTERATO
Nicola Borrelli( Pignataro Maggiore 1878- Piedimonte di Sessa 1952) fu uno studioso eclettico in quanto i suoi interessi furono ampi e compresero vari settori del sapere, come si evidenzia da una produzione vasta in cui trovava spazio la storia locale, il folklore, l’archeologia, profili di personaggi storici e politici conosciuti, tra cui il politico Bartolomeo Scorpio e il patriota e pittore Luigi Toro. Nicola Borrelli era figlio di Francesco Borrelli, l’amico massone di Scorpio, su cui lo stesso Scorpio aveva esercitato tanta influenza di ordine politico e sociale. Nicola Borrelli fu autore di un importante saggio dal titolo Storia e demopsicologia dell’Agro vescino che pubblicò nel 1919 e di Memorie storiche di Pignataro Maggiore del 1940. Tali due opere risultano fondamentali per comprendere la visione élitaria della storia che caratterizzò tutta la produzione di Nicola Borrelli. Se il nonno Nicola, il padre Francesco avevano lottato al fianco di Bartolomeo Scorpio per un’emancipazione degli operai e contadini tramite la Società operaia Libertà e Lavoro, lo studioso Nicola Borrelli chiarisce in Storia e demopsicologia dell’Agro Vescino le sue idee delle èlites che fanno la storia, considerando alcuni paesi, tra cui Pignataro Maggiore, suo paese natale, “ astorici”. Scrive testualmente “ esistono paesi il cui carattere astorico va rilevato non tanto dalla mancanza di avanzi, di ruderi, di cimeli, quanto da una sommaria disamina dei riti, delle pratiche, del linguaggio, dei nomi delle contrade, delle strade, come dei cognomi dei naturali, degli agnomi e dei nomi”. Quindi parole dure che sono riferite al suo paese natale “ astorico” in quanto senza memorie, senza tradizioni di rilievo, senza “ vanti” come scrive testualmente Nicola Borrelli, “sorto dall’oscurità medievale, vissuto di tenebre, alimentato di tenebre”. Infatti, nell’avvertenza con la quale si apre lo stesso testo dedicato a Pignataro Maggiore, Nicola Borrelli scrive: Non è in queste pagine ciò che suol dirsi una “ storia”: una storia municipale, cioè, che molti forse aspettano. Scrivere la storia di un paese, il quale manca appunto di storia- e dico di antecedenti memorandi, di un passato da rievocare- è impresa che trascende la maggiore buona volontà- ed ogni possibilità; e se amor del natìo loco invogli a scrivere di questo il poco che se ne sappia, o che sia possibile saperne, l’intento di questo è reso vano non pure dal silenzio delle fonti monumentali e bibliografiche, ma anche dalla mancanza o scarsezza o povertà di quelle archivistiche”.
L’opera letteraria e storica del Borrelli è, tuttavia, rivolta ad evidenziare essenzialmente le tradizioni della zona aurunca, territorio in cui erano fiorite le antiche città Aurunca o Ausona, Vescia, Suessa. Infatti il Borrelli nel territorio aurunco ritrovava le vere tradizioni da conservare e approfondire e a tale territorio dedica tantissimi scritti. Nicola Borrelli fondò nel 1921 la Rivista Campana “ una pubblicazione periodica, cioè, che in forma chiara, semplice, succinta, che illustrasse di Terra di Lavoro la memoria e gli eventi, le bellezze, le ricchezze, le risorse e le promesse”.

Gli argomenti di carattere archeologico e storico ci comunicano un interesse eclettico, vario e vasto, dall’Orfismo in Campania all’ubicazione di Suessola, da Venafro e le sue antichità ai nuovi avanzi di pitture romaniche in Terra di Lavoro, dall’ultima dimora di Plotino al Museo Campano e la Reggia di Caserta con studi monografici sull’Agro vescino, sul culto di Afrodite a Sinuessa, sulla Chiesetta di Grazzano, su Cales, su Bartolomeo Scorpio e tanto altro. L’opera “Memorie storiche di Pignataro Maggiore” nella prima parte descrive Pignataro Maggiore in relazione alla sua posizione geografica e alla sua demografia. Nella seconda parte ritroviamo le tradizioni, memorie di uomini illustri o notevoli. La terza parte è dedicata alle Memorie sacre e la quarta agli usi, costumi e tradizioni.
Nicola Borrelli pubblica anche uno studio sul brigantaggio reazionario in terra aurunca. Il titolo del testo è “Episodi del brigantaggio reazionario nella campagna sessana. Nell’agro aurunco , secondo lo storico Pignatarese, i Borbone aveva lasciato tale ” scia di ignoranza, di incoscienza e di abbruttimento ” da procurare un forte sentimento di odio contro la società borghese dell’ agiatezza e , dell’ozio e dello sfruttamento.
Comunque fu nel 1921 che il Borrelli diede inizio al suo ambizioso progetto di dar vita ad una pubblicazione periodica a Pignataro Maggiore la quale, come esplicita lo stesso Borrelli nel primo numero, alle pagine 4 e 5, “ in forma chiara, semplice, succinta, illustrasse di Terra di Lavoro le memorie ed eventi, le bellezze e le ricchezze, le risorse e le promesse, che rendesse note o meglio note le figure più degne dei suoi figli d’ogni tempo; che, tenendo viva la fiamma delle idealità ne rispecchiasse la vita intellettuale e il movimento culturale; ne affermasse le conquiste morali, ne additasse i bisogni materiali, ne alimentasse la vita spirituale, attraverso e malgrado il turbine materialista, le rinunzie, le aberrazioni, l’arrivismo dei mezzi belluini, la febbre crematistica, i parossismi insomma dell’hora preaesens, sovvertitrice e preparatrice”. Amico e discepolo del leader della sinistra radicale storica, Bartolomeo Scorpio, Nicola Borrelli e la sua redazione si proponevano di rilanciare l’intellettualità idealistica, fondata sulla spiritualità contro il “turbine” del materialismo storico e dialettico marxista, che in quegli anni si stava affermando anche in Italia. Ricordiamo che nello stesso anno della prima pubblicazione della “Rivista Campana”, nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia, che inizialmente si poneva come obiettivo l’abbattimento dello Stato borghese e l’instaurazione di una dittatura del proletariato. La Rivista Campana fu pubblicata inizialmente con una cadenza trimestrale nel 1921 e nel 1922, per sospendere la sua attività nel 1923 e riprendere la pubblicazione nel 1924, anno in cui furono pubblicati dieci numeri a scansione mensile. Gli argomenti di cui si occupava la Rivista sono esplicitati nel frontespizio: Storia, Etnografia, Lettere e Arte per Terra di Lavoro. La sede sociale della Rivista era Pignataro Maggiore ed era stampata presso una tipografia di Maddaloni. La Rivista Campana fu organica all’emergente cultura fascista e lo stesso Borrelli si dichiarava un intellettuale “ organico” al Fascismo. La Rivista assumeva nei confronti delle problematiche sociali un atteggiamento di borghese paternalismo, anche se in uno degli ultimi articoli, pubblicato nell’ottobre del 1924 dal titolo “ Terra di Lavoro negletta”, l’intera redazione mostrò il coraggio di denunciare “ la povertà e la miseria degli umili, abbandonati dai potenti, impegnati a difendere le proprie fette di potere” e di comunicare una visione più dinamica della storia nel momento in cui si scriveva che “ come il borbonismo, il liberalismo, la democrazia giolittiana e socialisteggiante.

FRANCESCO VITO, ECONOMISTA
Si mostra necessario riscoprire la grandezza del pensiero di Francesco Maria Gerardo Vito, ( Pignataro Maggiore, 21 ottobre 1902- Milano, 6 aprile 1968), rettore dell’università cattolica di Milano fino al 1965, tre anni prima della sua morte, data la sua attualità nell’ampio dibattito sui temi economici del tempo presente. La crisi finanziaria del 2008 e le conseguenze che ha determinato in rapporto ad un’etica della economia, ripropongono un’ampia riflessione sulla valenza del suo pensiero in relazione alla dignità di ciascun uomo e al superamento delle tante ingiustizie sociali.
Il valore del pensiero economico di Francesco Vito si incentra su una concezione dell’economia che non può non fare a meno dell’etica, nel senso che per essere un buon economista non è possibile privarsi di quei primari valori che pongono la dignità della persona umana al di sopra di tutto.
Basta leggere la prefazione alla quinta edizione di “ Economia al servizio dell’uomo” in cui Francesco Vito scrive :
“ si è dimostrato ormai illusorio il tentativo di costruire una scienza economica neutrale rispetto alla concezione della società. Una qualsiasi maniera di intendere il fine del vivere civile finisce per entrare, sia pure surrettiziamente, nella costruzione scientifica di ogni disciplina avente ad oggetto l’operare umano…”
Le parole con cui termina la Prefazione sono di un’attualità rimarchevole:
“ Procedimento corretto e fecondo è di stabilire preliminarmente con la dovuta chiarezza la nozione del fine sociale in funzione del quale va considerata l’economia”.
Quindi Francesco Vito è diretto nel sostenere che l’economia non è affatto da considerare un valore assoluto, a cui subordinare gli altri, ma essa costituisce solo uno strumento, pur privilegiato, per tutelare la dignità umana e garantire primariamente la giustizia sociale.
Tale insistere sul rapporto inscindibile tra economia e etica pone Francesco Vito in rottura con le posizioni J. Stuart Mill, con Maffeo Pantaleoni, con lo stesso Vilfredo Pareto , per cui le sue idee acquistano valore e rispetto nel dibattito della scienza economica internazionale.
E’ interessante notare come la sua concezione dell’economia si pone non solo come analisi della realtà ma innanzitutto come guida dell’azione in cui lo scopo non è il mero tecnicismo economico, ma i fini che Vito definisce semplicemente umani che hanno sempre una valenza etica.
Scrive testualmente :
I fini della società – avendo carattere e contenuto etico- vanno assunti dall’economia come dati[…] ma propriamente come dati dalla concezione etica del vivere sociale” . Tale posizione sarà il tema portante del suo pensiero che avrà una trattazione completa nel citato testo “ L’economia al servizio dell’uomo”.
Molto belle le parole di Vito , conclusive della prolusione al corso di economia corporativa nella Facoltà di Scienze politiche, economiche e commerciale dell’Università cattolica del Sacro Cuore il 5 marzo 1936:
“[…] quando io penso a tutto il bene che della nostra scienza si può fare all’umanità sofferente nell’indigenza e anelante ad una più alta giustizia sociale, io ringrazio Iddio di avermi fatto diventare economista e di avermi dato di professare la mia disciplina in questo ateneo, tra le cui funzioni non ultima è di contribuire , con l’elaborazione scientifica e l’ illustrazione delle verità eterne della fede, al trionfo della giustizia della società” .
Per Vito il termine corporativo non è da identificare con l’economia corporativa sostenuta in quegli anni dal Fascismo , ma quale regime di economia regolata in funzione del conseguimento di fini etici che si concretizzano nella giustizia sociale e al superamento dell’economia di mercato.
Scrive il giornalista Enzo Palmesano nel 1995 che tale prolusione “ resta a tutt’ oggi fondamentale per comprendere appieno la personalità di Francesco Vito e per quanti non si arrendono alla concezione materialistica di un’economia solamente schiava del profitto e non già strumento per conseguire la giustizia sociale e da mettere quindi al servizio dell’ Uomo”
Francesco Maria Gerardo Vito si pose, pertanto, in rivalità con la scienza economica del suo tempo, criticando un’economia al servizio del liberalismo, del capitalismo e soprattutto della supremazia di stampo classista, a cui si oppose con la forza delle sue idee, ritrovando conferma nelle grandi encicliche della Chiesa . Tra quelle che appassionarono Francesco Vito vi è La Populorum Progressio ed è “La Populorum Progressio e le disuguaglianze del tenore di vita “ il titolo di un testo di Francesco Vito e non affatto di un rivoluzionario, che si è messo in testa di combattere le disuguaglianze. Tuttavia in tale testo un grande economista cattolico di fama internazionale quale Francesco Vito propose illuminanti riflessioni sulle disuguaglianze nel 1967, un anno prima della morte.
Francesco Vito riflette soprattutto sulle vere scale di valori , facendoci comprendere come l’acquisizione dei beni temporali , in relazione all’enciclica di Paolo VI “ Populorum Progressio”, mostra i suoi rischi nel momento in cui una visione dell’economica senza etica, conduce inevitabilmente “alla cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere la propria potenza”. Infatti, se in maniera armonica la società politica e civile fosse impegnata in un grande ideale di riduzione delle disuguaglianze ne guadagnerebbe il sistema stesso e tutti i cittadini. Invece un atteggiamento privo di etica ci pone nella situazione di difendere il nostro potere di privilegiati arroccati in una posizione di cultura antietica ed egoistica.
Francesco Vito presta attenzione, tra i vari temi di cui si occupa la Populorum Progressio, alla questione delle disuguaglianze nel sistema di commercio globale, problema che a tutt’ oggi non è stato risolto, visto che, , “rimangono ovvie le carenze dell’attuale sistema”, legate alla questione dell’equilibrio tra economie e Stati nel mondo.
Oggi che queste disuguaglianze sono ancora più enormi, qualunque sia la fonte alla quale si ricorra, tutte mostrano che le disuguaglianze si sono accresciute e sono sempre più inaccettabili per la coscienza umana.”
Francesco Vito intravedeva già tale pericolo, facendo propria un’ anticipata consapevolezza di quella che oggi definiamo globalizzazione, mostrandosi preoccupato per li squilibri del sistema sociale che, partendo da un liberalismo sfrenato, finisce col favorire la libertà di chi è in grado di utilizzarla e difenderla, e fa sì che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
D’altronde – sostiene Vito- vi è una denuncia precisa che l’Enciclica fa di un sistema che vede nel profitto il motore essenziale del progresso economico, e nella proprietà privata dei mezzi di produzione un diritto assoluto senza limiti e senza obblighi.
La Populorum Progessio, una delle più forti scritte da un Papa, fu definita da tanti giornalisti anche famosi “un’Enciclica comunista”, con riferimenti ironici – per assonanza – ad una involuzione della Chiesa: “Populorum progressio, Ecclesiae regressio”.
Invece Vito è consapevole che essa in realtà sviluppava il germe posto da Giovanni XXIII nella Pace nella Pacem in terris del 1963, e dalla Costituzione conciliare Gaudium et spes del 1965 nel cammino della dottrina sociale della chiesa, e che porterà Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis – con cui volle, inoltre, celebrare il ventesimo anniversario della Populorum progressio – ad indicare nella solidarietà il nuovo nome della pace.
D’altronde un “liberalismo” senza freno poteva condurre alla dittatura, che in anni precedenti Pio XI aveva denunciato come generatrice dell’imperialismo internazionale del denaro” .
Per Francesco Vito si mostrava necessario denunciare tali abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l’economia è al servizio dell’uomo sulla scia di ciò che Paolo VI scriveva di un certo “capitalismo” la fonte di tante sofferenze, di tante ingiustizie e lotte fratricide, di cui perdurano gli effetti.
Vito scorge tutta la severità dell’ammonimento di Paolo VI nel momento in cui scrive con forza : “a proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”
Non si condanneranno mai abbastanza simili abusi, -conclude Francesco Vito- ricordando ancora una volta solennemente che l’economia è “ al servizio dell’uomo» e che un certo “liberalismo” senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell’”imperialismo internazionale del denaro”.
de Francesco Vito- ricordando ancora una volta solennemente che l’economia è “ al servizio dell’uomo» e che un certo “liberalismo” senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell’”imperialismo internazionale del denaro”.

DON SALVATORE PALUMBO
Don Salvatore Palumbo( Pignataro Maggiore 05-12-1915- Roma – 27-04-1974) entrò giovanissimo nel Seminario di Calvi e Teano, ove compì anche i suoi studi ginnasiali e parte di quelli liceali, prima di frequentare la facoltà Teologica di Posillipo, conseguendo la laurea in Sacra Teologia “ maxima cum laude”. A 23 anni fu ordinato sacerdote e iniziò in breve tempo ad insegnare Lettere Classiche nel Seminario di Calvi e Teano fino all’anno 1947 in cui ebbe la nomina di Arciprete di S. Giorgio Martire in Pignataro Maggiore, sua città natale. Avrebbe potuto essere un uomo di lettere, un professore universitario ma volle essere un sacerdote , un parroco , un arciprete e un punto di riferimento per i suoi fedeli, dati i suoi doni di spontanea spiritualità che il Signore gli aveva fornito.
Era sempre attorniato da giovani , giovanissimi e allora , come oggi , l’Azione Cattolica , era il luogo di formazione non solo spirituale ma umano.
Don Salvatore amava la musica, Bach in particolare, amava la storica locale e la poesia.
Ha comunicato a tanti di noi l’interesse per la storia locale, la musica tramite la sua “Schola Cantorum” , la poesia.
La sua arte era un tutt’uno con il suo amore per i suoi fedeli con la consapevolezza di dover essere testimone del Vangelo.
Ricordiamo come quel Vangelo di Gesù lo voleva comunicare anche tramite la rappresentazione della Morte e Passione a cui teneva tanto, una messa in scena che curava nei minimi dettagli ogni anno con interpreti diversi.
La sua attività pastorale si accompagnava ai suoi interessi storici, poetici, musicali.
Oltre a vari numeri del foglio di informazioni delle varie attività della parrocchia “ l’Eco della Parrocchia” conserviamo, riguardo alle sue pubblicazioni, la raccolta di poesie” Campanule”, “ I canti della Settimana Santa” e un prezioso saggio sul canonico Giovanni Penna, colui che fu il primo storico ad interessarsi di Pignataro e del suo “ circondario”.
La figura del Penna aveva attratto l’interesse di Don Salvatore Palumbo in quanto lo storico, nato a Pignataro il 20 ottobre 1754 e il cui padre Giuseppe era stato sindaco del paese nel 1766, aveva studiato nel seminario di Calvi ove aveva conosciuto il vescovo Giuseppe Capece Maria Zurlo che prese a ben volerlo e lo volle accanto a lui come segretario. Nel 1833 il canonico Penna pubblicava un libro di interesse locale che fu considerato un piccolo avvenimento letterario a quei tempi e riempì la cronaca della tranquilla vita cittadina: “Stato antico e moderno del circondario di Pignataro di Capua e suo miglioramento.”
L’opera del Penna non si riguardava solo Pignataro, ma anche tutto il circondario che, nella divisione amministrativa borbonica, comprendeva Partignano Giano, Pastorano, S. Secondino, Pantuliano, Camigliano, Vitulazio, Bellona, Calvi, Rocchetta e Croce, Sparanise.
L’attenzione e l’interesse di Don Salvatore Palumbo riguardava una scuola che il Penna aprì e che in maniera inaspettata dovette chiudere.
La disillusione e il rammarico notevole dello storico locale non poteva lasciare indifferente Don Salvatore Palumbo, il quale analizza il contesto storico del periodo al fine di comprendere chi avesse impedito al canonico Penna di insegnare e istruire e perché, in riferimento al particolare rapporto tra il Penna e il cardinale Zurlo.
Tale questione appassionò l’arciprete Don Salvatore Palumbo che individua tre ipotesi plausibili.
La prima concerne la battaglia che il Canonico Penna intraprese per favorire la scuola e la cultura in genere e a tal riguardo evidenzia il sospetto dei Borbone per la scuola e la cultura i in quei tempi in cui si annunciavano idee nuove e rivoluzionarie.
La seconda ipotesi fu individuata nella sensibilità del Canonico Penna per le condizioni del “basso popolo” che egli descrive nella sua opera con dettagli per rimarcare quanto” nostro uguali o nostri fratelli ” conoscessero fatiche dure, eccessive, ingiustizie essendo la loro sorte già segnata dalla nascita.
Don Salvatore Palumbo, a tal riguardo, considera il Penna “un uomo che guarda in anticipo alla questione sociale con l’occhio del sacerdote sensibile alla miseria umana, ma che non chiude nel suo animo la disapprovazione verso l’ordine costituito che gli sta innanzi, bensì alza la voce in favore degli oppressi quando nessuna voce si levava.”
Don Salvatore Palumbo continuava in tal guisa:
“Ma mi domando: non erano questi i fermenti che avevano agito nella Rivoluzione Francese? Una migliore giustizia sociale di fronte alle classi privilegiate?”
Quindi quale seconda ipotesi ritroviamo la sensibilità verso il popolo non gradito all’ordine costituito.
La terza ipotesi concerne la simpatia del Penna per Mario Pagano, uno dei martiri della Repubblica Napoletana del 1799.
Don Salvatore Palumbo si interessò anche agli intrallazzi e intrighi del canonico don Pasquale Tedeschi, alla morte di Francesco Borrelli, padre dello storico locale Nicola Borrelli, al ritrovamento della tomba del pittore e patriota sessano Luigi Toro, morto in casa del suo discepolo e storico Nicola Borrelli e seppellito nel cimitero di Pignataro Maggiore. Non trascurò la storia diocesana e, in rapporto a quest’ultima, Don Salvatore Palumbo si interessò alla chiesa calena, dando conferma che risalisse propriamente ai tempi apostolici, in accordi con la tradizione secondo cui il primo Vescovo Casto, appartenente alla famiglia Vinicia, fosse stato consacrato direttamente da San Pietro, come anche a San Casto Vecchio in rapporto alla cui chiesa ci offre una descrizione particolareggiata.
Riferendosi alla Chiesa calena di S. Casto, Don Salvatore Palumbo scrive :
” Risale ai tempi apostolici. Infatti è tradizione che proprio da S. Pietro fosse stato consacrato il primo Vescovo Casto, della famiglia Vinicia, che fu poi martirizzato con il Vescovo Cassio “.
In un altro appunto di storica diocesana Don Salvatore Palumbo descrive il luogo di S. Casto Vecchio, addolorato per lo stato di abbandono del posto:
“Salendo dalla campagna, si vede levarsi dal terreno un arco e , dietro , un abside semicircolare .
Sulla parete dell’abside si nota l’affresco di un santo vescovo e martire, rovinato in più punti.
Ai lati dell’arco absidale continuano due muri con un intonaco molto resistente , sotto cui si vedono degli avanzi di affreschi per lo più ornamentali.
A pochi centimetri da terra si possono scoprire due muri laterali della Chiesa. Del frontale, grazie all’interessamento del sig. Perrotta, è stato messo in evidenza il muro per l’altezza di un paio di metri.”
In un’altra interessante pagina storica Don Salvatore Palumbo ci fornisce notizie riguardo alla visita di Mons. Maranta , Vescovo della Diocesi di Calvi, nel 1583, dopo la cui visita non ” compare più memoria della Chiesa di S. Casto Vecchio.
Scrive Don Salvatore Palumbo:
” La suddetta Chiesa compare nella S. Visita di Maranta. Si lamenta che si trova in uno stato deplorevole, senza chiave, aperta a chiunque, serve persino da stalla per animali di notte: mal tenuta, cadente: il tetto è scoperto.
Quel che è strano è che, ciò nonostante, si seguita a celebrarvi in modo solenne ogni anno la festa di S. Casto il 22 maggio con gran concorso di popolo, alla presenza del Vescovo pro-tempore che, dopo la S. Messa , cantata solennemente dal Primicerio, riceve l’obbedienza del Clero di tutta la diocesi e dà la benedizione.”
Don Salvatore Palumbo scrive che dopo la visita di Mons. Maranta non c’è più memoria di notizie riguardo alla Chiesa. Ed è così.
Ricordiamo che nell’anno 1685 la Chiesa di San Casto Vecchio, non è più adatta al culto, per cui entro il 1722 venne abbandonata. Poi negli ultimi anni i coloni dei campi vicini saccheggiarono il materiale del tempio per costruire le loro masserie. Nel 1960, poi, durante i lavori per l’attraversamento dell’autostrada del sole, il tempio è stato coperto da un gigantesco ponte.
Dobbiamo a Verner Johannowskj notizie recenti il quale , riguardo agli scavi i scavi efettuati , evidenzia : “Nella parte nord dell’edificio, sono stati rinvenuti gli avanzi di una camera sepolcrale absidata con strutture in laterizio. Nell’abside, sotto il pavimento, vi erano quattro sarcofagi con copertura a due spioventi, di cui uno figurato in marmo bluastro, databile fra il 260 ed il 280 d.C.
Uno di questi era la tomba di S. Casto, di cui ci parla Don Salvatore Palumbo, il quale rivolgeva il suo studio amorevole non solo alla fondazione delle chiese di Pignataro Maggiore, ma anche a quelle dell’allora Diocesi Calena.
Riguardo alla tomba del patriota e pittore Luigi Toro, l’arciprete decise di dedicarsi alla sua ricerca.
Leggendo le memorie di Nicola Borrelli , l’arciprete Palumbo volle indagare riguardo a tale stato di “Inorata sepoltura” di un artista che aveva terminato i suoi giorni a Pignataro Maggiore.
D’altronde lo stesso Borrelli aveva dedicato al maestro Luigi Toro un lungo saggio pubblicato in Rivista Campana, n° 4 del 1921 .
Siccome nel 1964 la confraternita di S. Giorgio Martire voleva comprare nuovi loculi , acquistò del suolo privato in cui vi erano dei sepolti da anni che, con il consenso dei familiari, sarebbero stati sistemati nell’ossario. Mentre si procedeva all’opera di demolizione dei vecchi loculi , ci si
accorse che un loculo era occupato dalle ossa di uno sconosciuto, difficile da individuare dato che il tempo aveva consumato ogni traccia di iscrizione. Si mostrava inevitabile gettare quelle ossa nell’ossario comune , ma emersero i dubbi nel caso qualche parente fosse comparso con il conseguente pericolo di azioni legali. Per qualche tempo non si arrivava ad una decisione fino a quando si decise di sistemare i resti di quello “Sconosciuto” in una cassetta, che sarebbe stata collocato nell’ossario comune , ma in maniera tale da poter essere recuperata.
Don Salvatore Palumbo così racconta la sua esperienza nel numero di maggio – giugno del 1973 della rivista Il Pino::
” Nel febbraio 1971 mi recai dal comm. Alfonso Borrelli ,vecchio insigne magistrato per conoscere informazioni riguardo al soggiorno pignatarese dell’insigne pittore Luigi Toro” Il comm. Borrelli disse di non aver avuto nessun contatto con lo storico Nicola Borrelli, ma di ricordare perfettamente il luogo della tomba di Luigi Toro al cimitero di Pignataro Maggiore.
Lo ricordava bene a causa di quel cognome a lui sconosciuto, come anche a tanti del paese di Pignataro Maggiore”. Era proprio la tomba dello sconosciuto i cui resti erano stati trasportati
in una cassetta nell’ossario comunale .Ma come spiegare lo stato dell’abbandono della tomba ?
Don Salvatore Palumbo conclude: E’ spiegabile . Il culto dell’insigne artista dovette rimanere nell’ambito della famiglia Borrelli , ma esclusivamente nella persona dello storico Nicola Borrelli presso la cui casa morì il pittore Luigi Toro
Oltre all’amore per la storia, l’Arciprete Don Salvatore Palumbo scrisse una raccolta di poesie dal titolo “Campanule” di cui fanno parte, oltre alla poesia che dà il titolo alla raccolta, Donum, Natale Triste Pianto novo, A G.S. Bach, Preghiera, Notturno, Sulla morte di un soldato tedesco. In particolare “Sulla tomba di un soldato tedesco” “ e “ Campanule” comunicano in maniera diversa il senso della morte con sentimenti autentici ed immediati in cui emergono la pietas, la valenza del rispetto e del perdono in relazione alla prima lirica e la dura presa di coscienza della brevità della vita con conseguente invito alla semplicità, all’umiltà in rapporto alla seconda lirica.

“Nessuna donna ho visto qui pregare
Nessuno ho visto mai portare un fiore
Su questa tomba”

L’animo del poeta si dichiara esplicitamente, esprimendo il rammarico per quella tomba priva della pietas della preghiera e della cura amorevole. Le spoglie dello sconosciuto soldato tedesco, che ha trovato la morte in terra straniera, provocano indifferenza mista ad astio da parte della popolazione memore di un passato recente di sofferenza per l’occupazione tedesca.
La pietas è affidata al paesaggio circostante, a quelle bianche colline, a quegli ulivi in un momento ben specifico del giorno “ quando a notte fonda tutt’intorno è silenzio. Il poeta affida la pietas ad una preghiera che sia “mormorata” dalle stesse colline piene di ulivi, dagli sterpi sparsi sul clivo, da quel paesaggio circostante che ha conosciuto le vicende e che, personificandosi, può additare la pace, finalmente la pace a delle “ ossa senza onore”, senza conforto.
“Campanule” presenta un chiaro messaggio di interiorizzazione della brevità della vita, pregna di fugaci momenti di gioia, di illusioni, di attese e di speranze che si infrangono davanti alla triste realtà della vita umana, tema con cui si sono confrontati tanti grandi poeti. Le campanule, nel corso del tempo, hanno assunto una simbologia diversa ed opposta in rapporto ai vari contesti culturali. Esse sono considerate parimenti simbolo della speranza e della perseveranza come evocazione di immagini cupe , mentre in altri casi viene loro attribuito il significato di ambizione ma anche di civetteria e umiltà.
Nella lirica di Don Salvatore Palumbo il messaggio di brevità della vita è comunicato dalle campanule in quanto delicate pianticelle , la cui fragilità è associata alla semplicità, all’umiltà. Nella loro piccolezza esse comunicano al lettore una sorta di disillusione per essere stati così brevi quei momenti che hanno vissuto, aspettando l’aurora tra il battere del martello di un fabbro, il lieto canto di una dolce fanciulla innamorata , i soavi trastulli di fanciulli. Vi è tutta la comunicazione di un’attesa di un giorno tutto da vivere. Ed invece l’ attesa del sole, della sua ardente fiamma provoca un’inconsapevole fine del tutto nell’arco di un solo giorno per pianticelle così fragili e delicate.
Se il poeta Don Salvatore Palumbo sceglie le campanule per comunicare la brevità della vita, nel contempo invita a vivere la pur breve vita con sentimenti di semplicità ed umiltà, ma le suggestioni, le emozioni, le riflessioni di cui è pregna la poesia meritano che ciascun lettore possa leggerla tutta per immergersi non solo nella metafora, ma nelle assonanze, nelle rime, nelle varie figure poetiche che contiene.
CAMPANULE
Nel chiuso di un cortile
ci aprimmo a notte al lume delle stelle.
Passò come carezza
l’alito lieve di notturna brezza.
Fu tanto bella l’alba e poi l’aurora!
Sentimmo un fabbro battere il martello,
sentimmo una ragazza che cantava
una canzone d’amore,
trastulli di fanciulle per le scale.
Quanto aspettammo la tua fiamma, o sole,
non sapendo che arse, accartocciate
ci avrebbe ripiegate sulle foglie.
E fu la morte della nostra vita
finita in un sol giorno.

In “Natale triste” Salvatore Palumbo, riflette, con un senso di intensa partecipazione, sul Natale triste dei bimbi poveri e orfani.
Per coloro che vivono tale condizione non sono presenti i momenti di allegria che il Natale apporta con i canti e i petardi, mentre si presenta in tutta la sua partecipata consapevolezza l’immagine della solitudine e della povertà, contrapposta alla gioia degli altri.
Con quel suo “ No! Non è per voi “ l’autore pone l’accento sulle disuguaglianze inaccettabili che anche il Natale reca prima di esplicitare l’autentica valenza del “Presepe tra l’asinello e il bue” che induce alla preghiera, alla partecipazione, alla condivisione, alla fratellanza del messaggio cristiano, del quale i bimbi poveri ed orfani, che sembrano di fatto tuttora esclusi, sono invece anche i destinatari, forse i principali destinatari, come esplicitato dal Vangelo in tanti e vari passi.
La condividiamo con i lettori, scrivendone l’intero testo, affinché ciascuno possa cogliere le varie emozioni e i sentimenti che l’autore intende comunicare e soprattutto possa interrogarsi su quel vocabolo iniziale “ Angelo”, così ambivalentemente usato.

Angelo, che facevi quella sera
accoccolato accanto al fratellino
sotto quell’uscio non tuo, mentre ogni via
rintronante di canti e di petardi
gridava fino alle stelle ch’era Natale?
No! Non per voi ! Il tenue raggio lunare
m’ha rivelato il tuo occhio triste, smarrito.
La mamma pose a tavola un tozzo di pane?
La sorellina s’addormentò piangendo
E sogna quella bambola che non ha.
Non è Natale per chi il babbo non ha.
Fanciulli tristi che mi stringete il cuore
La mia preghiera trova un cantuccio per voi,
là sul Presepe tra l’asinello e il bue.
Brilla un sorriso, sento nel cuore una voce:
“Anche per voi un giorno nacqui a Betlemme”.
Questo è l’inverno che spoglia e raggela ogni campo:
A primavera ogni albero fiorirà.

In relazione alla sua produzione musicale, Don Salvatore Palumbo fu influenzato dal suo amatissimo Johann Sebastian Bach, a cui dedicò, come abbiano accennato, una poesia della raccolta Campanule, in cui l’autore denota tutta la sua venerazione per il grande compositore tedesco, la cui musica gli fa percepire l’essenza della divinità:
Se mai nessuno me l’avesse detto
Ch’esiste un altro mondo, esiste Dio,
l’avrei scoperto dietro quelle voci
dell’organo che prega e gema e canta.
Quello che avviene in me non so dire:
scompare tutto quello che mi circonda
e avvolto in dolci spire sono rapito
in una sola rota di celeste coro.
Tu m’inebri di Dio, tu m’inabissi
In un mare di fede e di speranza;
e, passando alle cose d’ogni giorno,
la nostalgia mi punge d’un ritorno.

Don Salvatore compose, tra l’altro, una Messa dal titolo “ De Anno Fidei e un piccolo volume di venti canti : “Cantus hebdomadae sanctae”, quella settimana santa che lo vedeva così attivo nella rappresentazione della morte e passione di Cristo. In alcuni di tali canti della Settimana Santa le melodie gregoriane sono inframmezzate alle costruzioni polifoniche a tre voci
Quindi Don Salvatore Palumbo riuscì a coniugare tanti interessi e passioni con il suo sacerdozio, e omaggiarlo per l’affetto e per qualche carezza pur forte che ci ha donato in quella che era l’allora dimora dell’Azione Cattolica, attuale sede degli Amici della Musica, è il minimo che possiamo fare per offrire la sua memoria alle generazioni future.

IL CAPITANO ANTONIO IANNOTTA, MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE
Vittorio Ricciardi, scrivendo del capitano Antonio Iannotta, lo definiva un “ cittadino ingiustamente dimenticato”, un eroe della Resistenza, sepolto nel Piazzale degli Eroi del Verano, a cui non si era tributato il giusto e meritato omaggio, auspicando che la sua memoria fosse onorata in relazione a tutto ciò che aveva saputo donare, quale militare della Resistenza, per ottenere, ancora vivente, una medaglia d’oro al valore militare. E’ Giuseppe Capobianco, nel testo “ Il recupero della memoria” a dare il primo giusto rilievo ed attenzione alla figura di Antonio Iannotta ( Pignataro Maggiore, 6/6 1907- Roma 22 marzo 1958), e alla sua attività durante la Resistenza, scrivendo: “ Altre due medaglie d’oro sono state concesse ai nostri conterranei che possono essere accomunati, avendo entrambi partecipato alla resistenza romana: si tratta del Maggiore dei Carabinieri Ugo De Carolis, nato a Caivano, ma di famiglia sammaritana e del Capitano Antonio Iannotta, nato a Pignataro Maggiore”.
Capobianco riporta la motivazione della medaglia d’oro al capitano Iannotta: “ Ufficiale di complemento, combattente valoroso dell’attuale guerra, dopo l’8 settembre 1943 manifestò subito decisa e superba volontà di lotta contro l’oppressore nazifascista. Impareggiabile nell’organizzazione della lotta clandestina di cui è stato tra i massimi e fattivi esponenti, in strettissimo contatto con tutte le forse della Resistenza, magnifica figura della guerra partigiana dell’Italia centrale, ha dimostrato in innumerevoli episodi di valore, nella dura vicenda dell’occupazione, eccezionale coraggio e dedizione incondizionata alla santità della causa. Ricercatissimo dal nemico che ne temeva capacità ed ardire, vivendo per mesi tra fucilazioni ed arresti, sprezzante di ogni pericolo, presente in ogni rischio ed in ogni incitamento, ha dato alla Patria, con l’esempio e l’azione, grandissimo apporto di eroiche e memorabili gesta. Leggendaria figura della lotta partigiana”. Quindi una motivazione completa, a cui Giuseppe Capobianco aggiunge quale commento personale: “ Iannotta è tra i pochi decorati con Medaglia d’Oro concessa in vita. Egli ha fatto parte delle formazioni dei patrioti sorte a Roma per l’iniziativa del Comando Supremo dell’Esercito. Dopo l’arresto e la fucilazione alle Fosse Ardeatine del comandante dell’organizzazione, il Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Montezemolo, ed in seguito alle difficoltà di movimento per il Colonnello De Michelis, Iannotta diviene il principale organizzatore dell’attività clandestina di quel nucleo che era rimasto dell’esercito italiano nella Capitale. Egli seppe proteggere e rilanciare le varie formazioni: 110 bande composte da 16.743 militari. Rappresentò, perciò, il fiore all’occhiello dello Stato Maggiore delle Forze Armate che ne avanzò la proposta e la sostenne” .
Antonio Iannotta fu ammesso a frequentare il corso Allievi Ufficiali di complemento dal 1 novembre del 1930. Nel 1936 fu promosso Tenente e l’8 settembre 1936 si trasferì a Roma. Nel luglio del 1938 partiva volontario per la Spagna, ove rimase fino al 31 marzo del 1939, dato che l’intervento italiano a fianco dei Nazionalisti del generale Francisco Franco non fu di carattere ufficiale, ma su basi volontarie in relazione alle decisioni non interventiste della comunità internazionale. Comunque l’Italia inviò ai Nazionalisti mezzi militari e logistici. Ad Antonio Iannotta fu assegnato il Reggimento di Artiglieria Divisione “ Frecce Azzurre”, comandato dal Colonnello La Ferla. Fu successivamente richiamato alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale. Dal 2 marzo 1941 al 11 aprile 1942 Iannotta fu in Albania. Quando rimpatriò, fu assegnato al Comando del XVIII Corpo d’Armata, ove conseguì la promozione a Capitano.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre il Capitano Antonio Iannotta fu uno dei primi ad entrare nel Fronte militare clandestino, fondato dal colonnello di Stato Maggiore Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Antonio Iannotta fece parte del Comando Raggruppamenti Patrioti dell’Italia Centrale, diretto dal colonnello Ezio De Michelis, che comprendeva i reparti del Lazio, dell’Umbria, delle Marche, dell’Abruzzo e della Toscana. Il colonnello De Michelis fu colpito dai sentimenti antifascisti manifestati dal capitano Iannotta e molto utile alla causa in quanto “ pratico dell’ambiente politico romano, sagace, coraggiosissimo”. Affinché si potesse sfuggire ad eventuali denunce, il colonnello De Michelis dispose che ogni suo ufficiale assumesse uno pseudonimo. Così il capitano Iannotta diventò l’avvocato Jannini. Oltre ad avere il compito di procurare i sovvenzionamenti per la Resistenza del Fronte Militare Clandestino, il capitano Iannotta addestrava i militari all’uso dell’esplosivo per le azioni di sabotaggio e di propaganda. Per tali azioni diventò uno dei maggiori ricercati dai Nazisti insieme al comandante Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
Dopo la cattura del colonnello Montezemolo , nemico numero uno di Herbert Kappler il 25 gennaio 1944, fu lo stesso Kappler ad occuparsi del trattamento da riservare al prigioniero Montezemolo affinché rivelasse le identità dei due capibanda Bianchi e Jannini, rispettivamente il colonnello Ezio De Michelis e il capitano Antonio Iannotta.
“Fra le poche notizie che ebbi da mio fratello dalla prigione di Via Tasso- ricorda Renato Montezemolo in una relazione del luglio 1944- ricevetti l’indicazione che parte delle torture che gli erano state inflitte avevano per scopo di fargli rivelare indicazioni atte a far arrestare i due capibanda Bianchi e Giannini ( colonnello De Michelis e capitano Jannotta), che potei perciò preavvisare. Quindi si mostra prezioso il preavviso del fratello del colonnello Montezemolo al capitano Antonio Iannotta affinché si mostri più cauto negli spostamenti, dato che le SS stanno cercando di far rivelare al colonnello Montezemolo la sua identità”.
Il capitano Antonio Iannotta aveva in quel momento il ruolo importante e delicato di capo di Stato Maggiore del Comando Raggruppamenti Patrioti Italia Centrale con alle dipendenze dirette una particolare formazione “ La Pilotta”, che esplicava ruoli rilevanti nella resistenza militare. La formazione “ La Pilotta”, il cui nucleo iniziale era costituito da trenta militari fra ufficiali, sottufficiali e truppa, in breve tempo aveva raggiunto una consistente forza di duecento militari effettivi e tutti gli ufficiali assumevano uno pseudonimo, giurando di non rivelare mai, in caso di cattura, l’identità degli uomini del Fronte Militare Clandestino. Pertanto il capitano Antonio Iannotta era un ricercato speciale , la cui identità Kappler voleva fosse svelata dal colonnello Montezemolo, dato i ruoli che la formazione di Iannotta svolgeva, tra cui” il rifornimento di uomini, di armi, di munizioni a tutte le altre bande, l’assistenza morale agli affiliati, la propaganda e le missioni di soccorso.” Pertanto da parte di Kappler individuare il capobanda Giannini si rivelava importante per la sconfitta del fronte militare clandestino.
Scrive testualmente Avagliano:” In realtà, nei 58 giorni di detenzione, Montezemolo subisce a più riprese snervanti interrogatori e terribili torture. Nella camera adibita agli interrogatori , gli aguzzini nazisti lo tormentano a suon di calci e scudisciate. Ma lui non parla. Mantiene il riserbo sugli altri membri del Fronte Militare Clandestino.” In effetti in quei 58 giorni, prima dell’uccisione barbara alle Fosse Ardeatine, il colonnello Montezemolo subisce un vero e proprio calvario e, nonostante ciò, “ incitava i proprio compagni ad avere fede nei destini della Patria, parlando della morte che lo attendava con familiarità e serenità sconcertanti.” . In quello scorrere dei giorni, tra momenti di serena attesa della morte e di torture tramite mazzuoli, cavalletti con sottili fili di acciaio, flagelli, verghe di ferro, il colonnello Montezemolo non rivela i nomi dei suoi camerati. Dopo la prima settimana di febbraio, finalmente la famiglia di Montezemolo riesce ad avere notizie riguardo alla sua detenzione nel carcere di via Tasso. La famiglia nulla poteva. Kappler era determinato nell’odio e attendeva solo il momento per poterlo fucilare, dato che Montezemolo si mostrava così “ eroico “ nel non rivelare le preziose notizie sull’identità di Bianchi e Giannini. La situazione precipitò dopo l’attentato di Via Rasella e il colonnello Montezemolo troverà la morte nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Sarà uno dei 335 dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, gridando al momento del colpo che lo abbatte: Viva l’Italia! Viva il Re. Il capitano Antonio Iannotta, medaglia d’oro al valor militare, ricorderà sempre tali momenti e sarà fino alla morte riconoscente al colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, medaglia d’oro al valor militare.

MATTIA DEL VECCHIO

Non poteva mancare nella rassegna degli omaggi a coloro che tanto hanno dato in termini di idealità, al di là del loro credo politico, la figura di Mattia Del Vecchio, politico monarchico, che ebbe tanto seguito tra le classi subalterne di Pignataro Maggiore, pur essendo un monarchico e militando in vari partiti di destra. Era la sua famiglia di agricoltori e il suo esempio ad entusiasmare tante persone che vedevano in lui il difensore dei contadini, della povera gente contro i cosiddetti “ signori”. Non solo. Non credeva al marxismo e al liberalismo e i suoi scritti testimoniano una ricerca di una terza via tra tali ideologie antitetiche. Soprattutto si mostrava molto scettico sia nei confronti del socialismo materialista marxista che aveva rovesciato la dialettica hegeliana per additare un sorta di paradiso in terra, come esprimeva molto scetticismo nei confronti del cristianesimo, soprattutto nella struttura ecclesiastica, nel clero che avrebbe dovuto mettere in atto tali idealità cristiane.
Nato a Pignataro Maggiore da Salvatore e Angelina Di Feola il 21 gennaio 1920, da una famiglia di coltivatori, si laureò, dopo aver frequentato il liceo classico, alla Facoltà di Lettere con il massimo dei voti presso l’Università degli studi in Napoli nel primo dopoguerra, dopo una breve esperienza di ufficiale nell’Esercito negli anni 1940-43.
Insegnò materie letterarie nei licei classici “Giannone” di Caserta e presso la “Nunziatella” di Napoli. Si iscrisse all’ordine dei giornalisti, collaborando con riviste e quotidiani prestigiosi, quali il Roma, Il Tempo, Il Mattino, L’Uomo Qualunque, Napoli Città, L’Alfieri Sociale, conoscendo di persona i più grandi nomi del giornalismo italiano ad iniziare da Indro Montanelli con il quale ebbe una vera amicizia supportata anche da scambi epistolari, purtroppo smarriti, Eugenio Scalfari, e Mario tedeschi. A tal riguardo è molto illuminante il testo “ “Aveva ragione il molto reverendo”, che con il libro “ Un figlio ad una madre”, costituisce il libro più importante di Mattia Del Vecchio.
Ebbe quasi sempre quale suo oppositore la Democrazia Cristiana, a cui Mattia Del Vecchio rimproverava, tra l’altro, di essere la stessa classe dirigente del fascismo che, tramite un’opera di trasformismo, era riuscita, a ben farsi riconoscere quale nuova classe dirigente, Infatti, nell’articolo ” Il secondo dopoguerra “, pubblicato in occasione dei 20 anni dell’associazione culturale “ Il Pino”, da lui fondata, ebbe a scrivere: “ I gerarchi locali […] con l’arrivo della V armata, fecero un po’ tutti a gara nel travestirsi, più che da frati, da democratici per la pelle. Ed è forse perciò, per certe repentine conversioni, che a Pignataro Maggiore, come dappertutto del resto, il trapasso dalla dittatura alla democrazia è stato lento e faticoso”.
Mattia Del Vecchio criticava il bigottismo e la superstizione di cui si servivano gli uomini della democrazia cristiana per il consenso elettorale, soprattutto tra le persone anziane. Infatti, nella sua carriera, fu eletto sindaco di Pignataro Maggiore, allorché si presentò non con una lista politica, ma con un lista civica che aveva come emblema San Giorgio. Fu così sindaco di Pignataro Maggiore dal 1952 al 1956, periodo contrassegnato da una forte crescita, economica e sociale.
Non mancarono le soddisfazioni in quanto fu eletto Consigliere Provinciale dal 1955 al 1960 e dal 1960 al 1965 nelle liste del Partito Monarchico.
Si presentò anche come consigliere comunale nelle file delle Partito Liberale, ove ricoprì successivamente il ruolo di oppositore fino alla sua adesione al Partito Socialista Italiano, che si rivelò un errore in quanto i suoi avversari ebbero occasione di rimproverargli tale “ svolta”.
E’ in campo culturale che Mattia Del Vecchio apportò tanta vitalità nella comunità di Pignataro Maggiore, fondando nel 1954 il Circolo “Il Pino” di Piazza Umberto I, e presiedendolo per diversi anni.
Inoltre partecipò come membro del CdA all’Istituto delle Pubbliche Relazioni di Milano-IPR, con particolare benemerenza in materia, sia per aver contribuito all’approfondimento della base dottrinaria della nuova disciplina, e sia per l’organizzazione dei servizi relativi ai vari settori dell’attività.
Compì egregiamente il primo esperimento in Italia nella società “Public Relations” in relazione al campo turistico-alberghiero, diventando consulente nazionale della principale “Società Alberghiera ImmobilRoma”, e mostrandosi in tal settore precursore negli anni 50 nella provincia di Caserta.
Ritornando al suo impegno politico, si candidò numerose volte alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, prima nelle fila del Partito di Unità Monarchica di Achille Lauro ed Alfredo Covelli e poi nel P.L.I. senza essere mai eletto, ma sono memorabili i suoi comizi, pregni di elevata oratoria e cultura classica.
Dopo una malattia di diversi anni, si isolò dalla comunità di Pignataro Maggiore e dal mondo esterno, ricevendo dapprima i suoi amici “ storici” che lo avevano sempre seguito nel suo impegno politico e culturale. Negli ultimi anni di vita, rifiutò anche la presenza dei tanti amici che gli erano stati sempre vicini, fino alla morte nel 1986. Alle sue esequie quello che era stato il suo” popolo”, soprattutto di contadini , lo omaggiò e ne conservò un ricordo che additiamo alle giovani generazioni quale uomo giusto, schivo, di grande cultura in quella sua “ 500”, con cui spesso ci dava un passaggio agli istituti superiori che frequentavamo o semplicemente un passaggio dal bivio a Pignataro Maggiore.

Angelo Martino

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