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POLISEMIA

I linguisti definiscono polisemico quel segno linguistico che presenta due o più accezioni, a volte anche notevolmente distanti tra loro.
Ci vengono in mente due bellissimi esempi.
Dante, nel decimo verso del terzo canto dell’Inferno, definisce “di colore oscuro” le parole scritte al sommo della porta infernale; l’aggettivo oscuro è un magistrale esempio di polisemia: esso infatti, riferito a parole, può essere inteso nell’accezione di minacciose o più semplicemente di scritte a neri caratteri.
Giacomo Leopardi al verso dodicesimo del canto “A Silvia” definisce vago l’avvenire della giovane. Anche in questo caso l’aggettivo ci suggerisce una duplice interpretazione: indeterminato e al tempo stesso bello e desiderato.

Ma veniamo a polisemie più prosaiche, al limite dello scurrile.

Qualche anno fa, alcuni nostri conterranei che vivevano all’estero per motivi lavorativi, in vacanza nella loro casa di Pignataro, ebbero il piacere di ospitare una famiglia di amici composta dal marito toscano, ma di origini campane, dalla moglie austriaca di Klagenfurt, oltre che da due belle bambine.

Il primo giorno di permanenza degli amici, a fine pranzo, mentre i mariti davano il loro contributo portando i rispettivi bambini a riposare, le due signore si accingevano a mettere ordine in cucina.
La padrona di casa, allo scopo di suddividere le incombenze, rivolta all’ospite, dice: “Babette, mentre io lavo i piatti, tu scopi”.
Accortasi che l’amica è rimasta interdetta dall’attività che le è stata suggerita, la padrona di casa prende il dizionario della lingua italiana, che in quella casa funge un po’ da libro sacro, e, trovato il lemma, fa scoprire alla sua amica che la principale accezione del verbo scopare è “pulire con la scopa”.

Ora, noi ci chiediamo: basterebbe far scoprire ai responsabili della pulizia del nostro paese qual è il primo significato del verbo scopare per ottenere cigli di strade scevri da pattume sedimentato nel corso degli anni?

il ‘Patafisico

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