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Riposta al prof. Martino

Gentile prof. Martino, ho preso atto che lei si ispira a maestri, il cui pensiero è universalmente riconosciuto come indiscusso ed indiscutibile, a cui lei crede per fede, ma mi permetta di dissociarmi da loro, utilizzando serie argomentazioni, e di insistere nelle mie convinzioni.
I motivi credo di averli accennati nel mio precedente scritto, ma ora glieli voglio riassumere come si fa nei manuali ad uso degli studenti, poco vo-lenterosi.
La maggioranza degli interpreti dei fatti storici, in ciò assecondati dai ceti predominanti, hanno sempre dato molta importanza al valore di cui si ri-teneva portatore una delle parti in causa ed in cui essi si riconoscevano. Ragion per cui, al fine di mostrare la propria parte come il bene assoluto ed i nemici come il male assoluto, hanno con disinvoltura manipolati e dissimulati i fatti. Ogni regime, compresi quelli democratici, si sono cir-condati di intellettuali capaci di mettere la storia al servizio dell’ideologia di cui era portatori con tutti i vantaggi che ciò comportava sia per la classe dominante, che riesce a raccogliere il consenso, che per lo scrittore, ai cui vengono assicurati carriera ed onore.
È evidente che il fenomeno si è aggravato con l’insorgere delle ideologie di massa
Da qualche tempo, però, qualcuno ha voluto vederci chiaro ed ha comin-ciato a guardare diversamente i fatti e là dove era possibile consultare gli archivi; sono venuti alla luce avvenimenti mai riportati nei libri di scuola, che dimostravano una possibile diversa ricostruzione della storia; esami-nando i fatti si è scoperto ancora che anziché utilizzare un solo paradigma di giudizio per valutare gli accadimenti ad usum delphini se ne utilizzavano diversi a seconda della convenienza.
Da tutto questo ad uscirne screditato è stato l’intero vecchio mondo acca-demico, che Lei, invece, ha l’abitudine di leggere come fosse vangelo. A questo si è aggiunto lo scetticismo verso la classe politica che per ottenere il consenso non disdegna gli slogan, sicché ormai siamo portati a ritenere che anche “ libertè, egalitè, frternitè” “ unità Nazionale” “la dittatura del proletariato” altro non siano stati che slogan per convogliare il consenso al proprio obiettivo politico.
Non a caso nell’altro mio intervento le ho fatto l’analisi di quella terribile frase, che solo la cieca parzialità giustifica, che lei ha, mi permetta l’aggettivo, con leggerezza ha ripetuto per definire l’esercito del cardinale Ruffo e le ho spiegato con argomentazioni logiche e dati di fatto, perché è spazzatura intellettuale; chiunque gliela abbia ispirata, getti il libro dove merita e si guardi intorno: si documenti sugli eccedi francesi; si documenti su Passannante (c’è un bel film purtroppo ritirato dai circuiti) e su Bava Beccaris; vada a Fenestelle a vedere l’orrendo carcere dove furono confi-nati i soldati borbonici che non vollero tradire: vada ad Isola Liri a consul-tare i registri parrocchiali dei morti in quella tragica Pentecoste del 1799 ( episodio ricostruito, anche se con diversa ambientazione nel film “il pa-triota”.
Se vuole può anche continuare nelle sue letture, ma sappia che tira una nuova aria ed i testi per una cultura nuova non mancano. Lasci perdere quei libri ispirati ad ammuffite ideologie, destinati agli scantinati di dimenticate biblioteche.
Si legga sull’argomento “Le insorgenze controrivoluzionarie nella storio-grafia italiana “ di Massimo Viglione edito da Città Nuova.
Là viene spigato il motivo ideologico per cui sono stati nascoste le sangui-nose repressioni delle rivolte antifrancesi.
Le riporto uno stralcio dell’intervista di Roberto I. Zanini all’autore ap-parsa su “Avvenire il 29 luglio 2013.
Interrogato sulla ragione del silenzio delle stragi Francesi nel periodo 1798 -1815, il prof. Viglione ha risposto: “Certamente ideologica. Prima della seconda guerra mondiale non se ne parlava nelle scuole, ma il tema era oggetto di libri e dibattiti.
Dopo la Resistenza la contemporanea affermazione nella storiografia di una visione crociana liberale e del gramscismo ha messo il tappo.
Se ne è ricominciato a parlare col bicentenario della Rivoluzione francese. Anche in Francia è successa la stessa cosa. Il velo sulla Vandea è stato tolto dagli studi di Reinold Secher, che per questo è stato ostracizzato a livello accademico».
Perché tanto accanimento ideologico?
«Perché secondo quel tipo di storiografia in quei giorni gli italiani hanno preso le armi dalla parte sbagliata: per difendere la fede, la Chiesa e il potere costituito. Ma nel ’99 la rivolta coinvolse tutto il territorio. A gennaio i francesi occupavano tutta la Penisola tranne il Triveneto. Ad agosto non era rimasto un francese. Al cardinale Ruffo, sbarcato in Calabria con sette uomini, in poco tempo se ne aggregano 50 mila che riconquistano il Regno di Napoli. In Toscana il Granducato è riconquistato al grido di Viva Ma-ria».
Una rivolta di popolo, mentre il Risorgimento, come disse Gramsci, venne imposto dall’alto.
«Questo è il motivo dell’ostracismo. Non si vuole riconoscere che l’Italia dell’epoca era cattolica e controriformista. Del resto, come si può esaltare Garibaldi e mille uomini senza seguito e poi raccontare che solo alcuni anni prima centinaia di migliaia di italiani si erano ribellati al giacobinismo?».

avv. Pasquale Iovino

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