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Una sovranità popolare protocomunista negli scritti politici di VINCENZO RUSSO

Vincenzo Russo, pensatore, patriota e martire della Repubblica Napoletana del 1799, nacque a Palma Campania il 16 giugno 1770. I suoi genitori, l’avvocato Nicola e sua moglie Mariangela Visciano, erano originari di San Paolo Belsito. Della sua infanzia ed adolescenza si sa ben poco. È certo che, dopo essere stato introdotto, ad otto anni, agli studi letterari presso il seminario di Nola, conseguì due lauree: la prima, in Medicina, presso l’Università di Nola; la seconda, in giurisprudenza, presso l’Università “Federico II” di Napoli. Mariano D’Ayala ci informa che nel seminario di Nola ebbe quale maestro il sacerdote Ignazio Falconieri, che sarà anche lui martire della Repubblica.

Fin da giovanissimo sposò gli ideali della Rivoluzione Francese, entrando a far parte di alcune società segrete di stampo repubblicano e democratico come il “Club Rivoluzionario” e la “Società Patriottica”. In seguito alle persecuzioni da parte dei Borbone, fuggì dapprima a Milano, poi in Svizzera ed infine fu a Roma ove sostenne la Repubblica, facendo conoscere il suo pensiero radicale ed egualitario.

Vincenzo Russo nei suoi “Pensieri Politici” espose le sue idee di una repubblica popolare utopica e “ comunistica” sulle orme delle repubbliche antiche e del pensiero socialista utopico premarxista, ad iniziare da Tommaso Campanella e Tommaso Moro. il Russo, per regolare i rapporti di proprietà, ricorre a due diversi princìpi: il principio di giustizia distributiva, secondo il quale i bene della terra appartengono a tutti, e il principio di stampo “ ascetico” secondo il quale l’uomo dovrebbe limitarsi ai bisogni prettamente necessari, astenendosi dal comodo e dal lusso.

Riguardo al principio di giustizia distributiva, ciascun contadino avrebbe dovuto possedere il pezzo di terra da cui ricavare la propria sussistenza, senza che il bene posseduto avesse carattere ereditario; alla morte del proprietario il terreno sarebbe tornato alla Repubblica per una nuova redistribuzione. In relazione , invece alla povertà, alla semplicità e alla frugalità del modo di vivere Benedetto Croce sostiene che “ per codesto tratto ascetico il socialismo del Russo diverge fortemente da quello moderno, che non si propone la regressione della vita umana alla vita quasi primitiva dei contadini, ma vuol conservare i beni tutti, materiali e spirituali, frutto della civiltà, con diversa forma di produzione che ne renda possibile non solo una diversa distribuzione, ma quell’incremento ora impedito”.

Certamente le capacità oratorie di Vincenzo Russo contribuivano non poco a diffondere le sue idee. A tal riguardo Croce ricorda che in un discorso del maggio del 1798 a Roma, nel Circolo costituzionale “ fulminò” contro “ il ridicolo e stomachevole lusso che vedesi in Roma dell’oro sui cappelli, sui pantaloni e sui gilè, nell’atto che gemiamo nelle più grandi miserie per mancanza del suddetto ed altri metalli”, dimostrando che “ il detto lusso è antidemocratico”. Il discorso fu talmente persuasivo che il cittadino Baccini, moderatore del Circolo costituzionale repubblicano di Roma, si strappò l’oro dai cappelli, invitando tutti a togliersi l’oro dai cappelli e dai pantaloni, oro che fu mandato alla questura affinché fosse convertito in denaro e distribuito ai poveri.

Proprio nel periodo romano allacciò con gli alleati francesi importanti rapporti che gli permisero di essere tra i promotori della nascita della Repubblica Napoletana. Vincenzo Russo tornò a Napoli nel gennaio del 1799, con tanti esuli, con Carlo Lauberg e l’esercito francese. Partecipò attivamente alla sua fondazione, impegnandosi a sensibilizzare il popolo sia parlando più volte in piazza che divenendo parte attiva della stagione rivoluzionaria: fu, tra l’altro, collaboratore del “Monitore Napoletano” diretto da Eleonora Pimentel Fonseca.

Il disegno di costituzione della Repubblica Napoletana fu fondato, però, sulle idee politiche” moderate” di Mario Pagano, che si rifaceva alla cultura illuministica e democratica del magistero di Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri nell’elaborazione dei concetti fondamentali di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana ivi presenti.
Quando la repubblica partenopea fu fondata, Vincenzo Russo ricevette l’incarico di Elettore del Dipartimento Volturno e in seguito, date le sue notevoli qualità oratorie, fu nominato anche responsabile della sala di Istruzione Pubblica.

Il patriota di Palma Campania fu fatto prigioniero il 13 giugno 1799 mentre partecipava agli scontri tra le resistenti forze repubblicane e le armate Sanfediste del Cardinale Ruffo. Fu condotto al castello del Carmine e messo in cappella e il 19 novembre 1799, Russo, appena ventinovenne, fu giustiziato sulla piazza del Mercato insieme all’avvocato Nicola Magliano. Le sue ultime parole, stando al diario di Diomede Marinelli, furono: “Io muoio libero e per la Repubblica”

Angelo Martino
redazione

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