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Donna Teresa Cordova, la “Cornelia” della Corleone proletaria dell’Ottocento

Mi scuseranno i cortesi lettori d’ambo i sessi se incentrerò il mio intervento su una figura femminile del periodo risorgimentale, donna Teresa Cordova dei marchesi della Giostra, che gli storici più attenti hanno paragonato alla matrona romana Cornelia, madre dei Gracchi. Ma per me questa scelta è quasi obbligata, perché la travagliata e pur sempre esaltante vicenda umana della nobildonna (di cui porto il sangue nelle vene) ha avuto tanta parte nella formazione culturale e civile di almeno quattro generazioni della mia famiglia, originaria di Corleone, paese che oggi viene purtroppo nominato solo per fatti che riguardano la mafia, ma che può vantare un passato glorioso di lotte di liberazione e che ha dato i natali a personaggi eroici, degni della penna di Shakespeare.

I miei antenati dell’Ottocento appartenevano ad un ceto alto borghese imparentato con la nobiltà ed erano proprietari di vaste tenute che da Corleone si estendevano fino ai confini di Mezzojuso e verso Palermo, toccando l’agro monrealese, dove possedevano altri cospicui beni. Eppure, nonostante la loro elevata posizione sociale, almeno tre dei quattro figli maschi di donna Teresa Cordova e di don Giliberto Bentivegna (Francesco, Filippo, Stefano e Giuseppe) si distingueranno sempre per il loro forte legame con la povera gente del mondo rurale, dei quali si ergeranno a paladini fino al punto da trasformare i moti risorgimentali per la libertà e la liberazione dall’oppressione straniera in occasioni di lotta per la conquista della terra e la sopravvivenza dei pària delle campagne. Non mi si potrà dunque accusare di partigianeria o addirittura di familismo amorale se faccio mia la tesi di quanti hanno paragonato i fratelli Bentivegna ai figli di Cornelia, i due tribuni della plebe Caio e Tiberio Gracco, usciti entrambi tragicamente di scena nell’ultimo scorcio dell’epoca repubblicana, dopo aver tentato di distribuire le terre pubbliche ai contadini.

Si tenga peraltro presente che se i due figli maggiori di mamma Bentivegna (Francesco e Filippo) furono mandati al Creatore in circostanze diverse dall’oppressore borbonico, i due sopravvissuti (Giuseppe e Stefano) ne continuarono in qualche modo degnamente l’opera. Stefano (mio antenato diretto) divenne maggiore dei Cacciatori dell’Etna, e contribuì alla lotta di liberazione della Sicilia dalla battaglia di Milazzo fino alla caduta della cittadella di Messina. Non per nulla nel 1862, quando Garibaldi tornò in Sicilia per completare il processo di unificazione dello Stivale al grido di Roma o morte!, venne a parlare al popolo corleonese da un balcone del palazzo Bentivegna e volle accanto donna Teresa Cordova e suoi due giovani figli. Gran patrioti quei ragazzi, che pur avendo meno di trent’anni, oltre a convivere con lo strazio per i due fratelli uccisi dai borbonici, avevano passato anche loro le pene dell’inferno. Eppure, nel 1862 Giuseppe fece parte dello Stato Maggiore che seguì il Nizzardo fino all’Aspromonte, Stefano rimase in Sicilia, ma non certo inoperoso. Al contrario, si fece in quattro per non far mancare il supporto logistico agli altri garibaldini

Per farla breve, Francesco, Filippo, Stefano e Giuseppe Bentivegna si distinsero ognuno con le proprie specificità all’interno di un quadro storico ben preciso, sempre inseguendo gli ideali di libertà e di giustizia sociale, che in quella famiglia divennero un vero e proprio chiodo fisso. Vale pure la pena di sottolineare che il loro essere “eroi” di quel tempo (ma non solo) sta proprio nel fatto che, pur essendo i figli dell’uomo più ricco di Corleone e della nobildonna più riverita del paese, non smisero per un attimo di battersi e lottare nell’interesse dei più deboli, sacrificando tutte le loro risorse economiche e fisiche, affinché il sogno utopico della libertà e della giustizia sociale si potesse realizzare con la nascita di una repubblica democratica, in cui i privilegi dei nobili e dell’alta borghesia decadessero e lasciassero il posto ai diritti e alla libertà di tutti gli esseri umani senza nessuna discriminazione di genere o di classe.

Repubblicani convinti, i fratelli Bentivegna erano, insomma, forti e fieri assertori di quei diritti che venivano costantemente negati alle fasce sociali più basse, ai diseredati dalla fortuna. Ma non a caso: chi è stato allevato con amore, nella vita darà amore, e chi ha avuto inculcato odio, porterà solo odio. Onore dunque all’addolorata madre, che con le sue cure amorevoli plasmò il carattere di questi quattro ragazzi che vollero mettere la loro vita a disposizione dei più deboli, e non senza dimostrare a futura memoria che, oltre a tenere nella massima considerazione gli affetti e il calore della famiglia, si può anche sposare una causa e amare il proprio popolo in maniera totale, fino all’estremo sacrificio, che bisogna accettare con coraggio e spirito di abnegazione, se queste cose possono giovare in qualche modo a chi non ha la forza di combattere per affermare i propri diritti.

Nato a Corleone il 4 marzo 1820, Francesco, il primogenito, si dimostrò fin da piccolo una personalità forte e decisa, sempre disponibile ad aiutare chi era meno fortunato di lui. Fu educato da professori che gli impartirono l’istruzione più completa che si potesse pretendere a quei tempi, in casa, visto che smise di frequentare il Real convitto Ferdinando a tredici anni, perché non voleva stare a Palermo ma preferiva vivere a Corleone. Furono perciò determinanti nella sua formazione politica, culturale e umana, tanto gli eventi storici che investirono Corleone in quel tempo (ricordiamo l’epidemia di colera del 1837), quanto le informazioni politiche e i principi liberali che gli vennero trasmessi dai suoi insegnanti, che a loro volta si erano formati alla scuola della più lungimirante carboneria siciliana, da sempre attenta alle questioni sociali. Uno di questi maestri, che fecero di Francesco un repubblicano a prova di bombe, fu il medico filosofo Felice Favarolo, che nel 1848 (mentre lui si batterà a Palermo contro le truppe borboniche), lo sosterrà anche politicamente in qualità di presidente del Comitato civico per il sostegno alle guerriglie.

Ma racconterei solo una parte della verità, se non aggiungessi che a formare il carattere e il pensiero politico di Francesco (ma anche dei fratelli Giuseppe e Stefano) furono, oltre ai docenti, ai genitori e alle stesse cure di mamma Bentivegna (figura centrale della famiglia), anche le disavventure dell’adorato fratello Filippo, che fu perseguitato dal regime borbonico – con il sottintendente di Corleone, l’abruzzese Emanuele Di Giorgio in testa – sino alla fine dei suoi giorni perché quel giovane generoso s’era fatto la fama di “ragazzo fiero discolo”, tutt’altro che incline a sottomettersi a chiunque volesse imporgli la propria supremazia. I suoi più accaniti persecutori furono i gabelloti (cioè gli affittuari dei feudi), che non avendo potere nelle terre dei Bentivegna (gestite direttamente dalla famiglia), vedevano in Filippo chi si opponeva alle “non regole” e alle prepotenze dei signorotti, che all’epoca si arrogavano il potere di vita e di morte sui contadini poveri.

L’innata ostinazione a non cedere ai ricatti costrinse Filippo appena diciassettenne a battersi a duello con un gabelloto in odore di mafia, dal quale fu colpito ad un braccio, che gli si dovette pertanto amputare. Una tragedia, questa, che sarà determinante nella vita di tutta la famiglia, tanto più che la mutilazione non segnò la fine dei guai del “ragazzo fiero e discolo”. Aprì anzi un varco ad altre gravi persecuzioni di cui lo fecero oggetto i gabelloti, che in combutta con il sottintendente Di Giorgio cominciarono ad accusarlo dei delitti più atroci, con il cinico proposito di farlo fucilare come malfattore o assassinare da un qualsiasi sicario prezzolato o da un losco cercatore di taglie che allora abbondavano in Sicilia più che nel lontano Far West, grazie alle liste di fuorbando preparate dagli intendenti (prefetti) delle province, ai sensi di un famigerato decreto borbonico noto come “decreto delle teste”. In una di queste liste corse il rischio di essere iscritto appunto Filippo Bentivegna, reo di non essersi piegato ai voleri dei gabelloti. Sottoposto a giudizio davanti alla Gran Corte di Messina, il 28 agosto 1844 il giovane mutilato fu assolto. Ma il sottintendente abruzzese, amico dei gabelloti e dei mafiosi, non lo fece tornare a Corleone. No, gli assegnò il domicilio forzato a Palermo! Così Filippo non potè riabbracciare i familiari nemmeno il 27 agosto 1847, quando passò all’altro mondo don Giliberto, l’anziano padre, che per amore del secondogenito si era persino piegato a concedere in gabella il feudo Mendola, tra Mezzojuso e Campofelice di Fitalia, già gestito a conto proprio.

Conforta però sapere che, subito dopo i funerali del padre, accingendosi a prendere le redini dell’immenso patrimonio dei Bentivegna, Francesco riunì i fratelli Giuseppe e Stefano alla presenza della madre e non perse tempo ad esporre loro le linee programmatiche della gestione: “Fratelli – esordì con tutta la rabbia che aveva in corpo –, la Patria si prepara a scuotere dal suo collo, purtroppo marcio e incancrenito, l’odioso giogo borbonico. Con i nostri beni, col nostro sangue, noi la redimeremo, la purgheremo dal servaggio e dall’onta dell’esoso tiranno. Me lo consentite voi?” Giuseppe e Stefano giurarono sull’onorabilità della madre, che per tutta risposta “plaudendo alla nobile e generosa offerta del figlio maggiore, invoca sui giovani figli le benedizioni celesti nel santo amor di Dio e della Patria”.

Incoraggiato dalla risposta dei fratelli e dalla benedizione materna, ancora prima che scoppiasse la rivoluzione del 12 gennaio 1848, Francesco organizzò a sue spese una numerosa guerriglia alla quale si unirono i fratelli Giuseppe e Filippo. Questi, benché mutilato, si dimostrò un ottimo tiratore di fucile e si coprì di tanta gloria da esser presto chiamato da tutti i comitati comunali del Corleonese ad assumere l’ambito ruolo di capitan d’arme del distretto. Per di più, affiancò per qualche tempo il presidente del Comitato civico corleonese, Felice Favaloro. Per parte sua, Francesco tra gennaio e febbraio si rese autore di tante azioni eroiche da guadagnarsi sul campo il grado di maggiore dell’esercito di Ruggero Settimo e, da vero nobiluomo quale era, accettò l’incarico ma non lo stipendio. Tornato a Corleone con la carica di comandante militare del distretto, sarà presto eletto deputato al Parlamento. In questa veste, il 13 aprile 1848 fu tra i primi a sottoscrivere l’atto di decadenza della monarchia borbonica. Come comandante militare del distretto di Corleone, Francesco tra il 7 e il 9 maggio 1849 fu tra i pochi che opposero l’estrema resistenza sui monti della Conca d’oro alle armate borboniche del generale Carlo Filangeri, principe di Satriano, che qualche giorno prima avevano ricevuto calorosa accoglienza proprio qui, dentro il Baglio di Villafrati, dalla sua parente donna Vittoria Filangeri, contessa di San Marco, principessa di Mirto e dalla numerosa schiera di campieri mafiosi di cui era circondata.

Ciò fosse stato ancora poco, dopo il 15 maggio quando la Sicilia ritornò sotto il giogo borbonico, né Francesco né Filippo accettarono di giurare fedeltà a Ferdinando II. Il risultato fu che Filippo finì in carcere senza nessuna vera imputazione e sottoposto alle più atroci torture. Il 21 luglio 1851 cessò di vivere all’Ucciardone, non si capisce bene se per effetto dei supplizi subiti o perché fucilato in seguito ad un suo tentativo insurrezionale. Certo è che il suo corpo non è stato mai trovato. Né è da escludere che sia stato dato in pasto ai pesci. Per tutta risposta, gli altri tre fratelli compreso Stefano che aveva poco più di diciassette anni tentarono di assaltare il carcere dell’Ucciardone. Ma il tentativo non riuscì. Giuseppe Bentivegna fu presto catturato e condotto nella cittadella di Messina e poi, l’11 settembre 1852, condannato ai lavori forzati a vita, che cominciò a scontare nelle Latomie di Siracusa. Suo cognato cav. Salvatore Notarbartolo dei duchi di Villarosa (marito di Maria Rosa Bentivegna) si dovette far radere la barba in ottemperanza ad una legge borbonica che considerava segno distintivo di cospirazione qualsiasi forma di peluria fatta crescere sul viso.

Già raccontata da diversi cantastorie, la vicenda di Francesco è troppo nota per tornarci io proprio qui a Villafrati, dove l’eroe raccolse un folto numero di seguaci, due dei quali furono condannati a morte e poi a diciotto anni di ferri che con la stessa sentenza del Consiglio di guerra pronunziata contro il mio avo Stefano anch’egli condannato alla pena capitale e poi a 18 anni di ferri. Uno dei villafratesi mandati a languire a Favignana assieme a Stefano Bentivegna, era Francesco La Barbera, il portabandiera della rivolta, bisnonno di Giuseppe Oddo, autore de “L’utopia della libertà. Francesco Bentivegna barone popolare”. Ma nei riguardi dei villafratesi la mia famiglia ha un altro debito da saldare. Fu appunto un figlio della vostra Villafrati, Stefano Scaccia (anche lui privo di un braccio), a fare da anello di congiunzione fra l’eroe corleonese e Mazzini. Grazie allo Scaccia, Bentivegna fu incaricato dall’Apostolo genovese (emigrato a Londra) di dare inizio ad un moto insurrezionale che dalla Sicilia e dalla Lombardia doveva estendersi a tutta l’Europa. Per contribuire al finanziamento di tale insurrezione, Francesco Bentivegna aveva cominciato a svendere parte del patrimonio familiare. La stessa polizia sapeva che dall’inizi del 1852 a metà febbraio 1853 l’invitto cospiratore aveva venduto diversi cespiti e incassato 6.450 ducati, una cifra considerevole per l’epoca.

Ma il tentativo insurrezionale fallì per una soffiata di una spia borbonica prezzolata che, camuffata da cospiratore, andò a riferire al capo della polizia i particolari di una riunione preparatoria tenuta il 21 febbraio 1853 da Francesco Bentivegna in una casa rurale della contrada palermitana Santa Maria di Gesù. La reazione del regime fu immediata. I repubblicani più in vista (Stefano Scaccia, Luigi La Porta, Pietro Tondù e Vittoriano Lentini) furono arrestati, caricati come bestie nella stiva di una nave e trasportati nel bagno penale della cittadella di Messina. Seguirono altri arresti a Messina, a Catania, a Marsala e in diversi comuni rurali del Palermitano. Lo stesso Bentivegna venne catturato la sera del 25 febbraio nella modesta abitazione di una tessitrice dell’Albergheria e fu gran ventura se riuscì ad evitare la condanna a morte. Rimase però in carcere fino a tutto il mese di luglio 1856. Rientrato a Corleone agli inizi d’agosto, l’eroe ritornò subito a cospirare assieme ad amici e parenti, primo dei quali suo fratello Stefano. Giuseppe resterà rinchiuso nelle Latomie di Siracusa fino al 22 ottobre 1860, quando sarà liberato in ottemperanza ad un decreto di Garibaldi.

Per quanto comprensibilmente preoccupata, donna Teresa non riuscì o non volle impedire che Francesco si rimettesse nei guai rovinando anche Stefano. Sapeva bene, la nobildonna, che il suo amato figlio godeva dell’appoggio incondizionato di Giuseppe Mazzini, di Carlo Pisacane, di Rosalino Pilo, di Agostino Bertani, di Giuseppe Fanelli, di Agesilao Milano e di tutto il gruppo dirigente del partito d’azione che tesseva la trama della cospirazione in varie città della penisola italiana. La rivolta doveva cominciare contemporaneamente a Palermo e a Napoli il 1° dicembre, per estendersi a tutto lo Stivale. Ma per una serie d’imprevisti, i fratelli Bentivegna furono costretti a rifugiarsi a Mezzojuso dove, di concerto con gli uomini d’azione di altri paesi tra i quali il vostro, la sera del 22 novembre 1856, sotto una pioggia incessante, diedero inizio al moto che fece insorgere i contadini di Mezzojuso, Campofelice di Fitalia, Villafrati e Ciminna, ma anche diversi uomini d’azione di Cefalà Diana, Ventimiglia, Caccamo, Corleone… E subito dopo (il 25 novembre) anche Cefalù, Gratteri, Campofelice Roccella e altri centri rurali delle Madonie.

Il precipitoso movimento si concluse nel peggiore dei modi. Francesco Bentivegna fu catturato nelle campagne di Corleone. Suo fratello Stefano fu costretto a consegnarsi alla polizia pochi giorni dopo. Molti altri insorti ne seguirono l’esempio. Donna Teresa Cordova corse a Napoli per prostrarsi ai piedi del sovrano nel tentativo di evitare la condanna a morte ai due figli. Fu fatica sprecata: ebbero inflitta entrambi la pena capitale. E se Stefano, dopo un anno di permanenza in carcere in attesa della fucilazione, riuscì a beneficiare della commutazione della pena a diciotto anni di ferri, il povero Francesco fu passato per le armi (a distanza di ventiquattro ore dal processo-farsa) nella piazza di Mezzojuso, davanti alla casa della vedova del fratello Filippo, risposata con il futuro barone don Cocò Di Marco, che per i fatti del 56 fu assolto al suon di onze d’oro. Il 14 febbraio 1857 a Cefalù fu fucilato anche Salvatore Spinuzza, capo indiscusso dei rivoltosi delle Madonie.

La sola consolazione che potè avere donna Teresa fu che, mentre suo figlio Giuseppe languiva nelle Latomie di Siracusa, Stefano e altri trentadue rivoltosi andarono a marcire fino allo sbarco dei Mille nella fossa di Favignana, con una grossa palla di ferro al piede, immersi nell’acqua, costretti ai lavori forzati e a tagliare tufo. Ma il peggio fu, per l’addolorata madre, che dopo che i due figli sopravvissuti uscirono dai luoghi di pena, cominciarono a dividersi politicamente: Giuseppe continuò ad onorare la memoria del fratello Francesco, ma travisandone il pensiero, anche se continuò a dichiararsi repubblicano e garibaldino. Stefano cercò invano di ricostruire a tutto tondo l’immagine di Filippo, che volle onorare al punto di chiamare così il suo solo figlio maschio, e non già Giliberto come avrebbero preferito gli altri Bentivegna. Per di più, il focoso giovane destinato a morire l’11 febbraio 1877 a soli 43 anni) si fece fedele portatore di quelle stesse idee che avevano reso il fratello Francesco un eroe e un martire, mettendo sempre al primo posto della sua personale lotta i diritti dei poveri, e non i privilegi dei ricchi. Pochi anni prima della sua prematura scomparsa, divenne addirittura portavoce delle idee marxiste e fu persino costretto a darsi uccel di bosco.

Avviandomi alle conclusioni, sento il bisogno di rivolgere una volta di più un pensiero commosso alla mia cara antenata Teresa Cordova con la profonda convinzione che, in quanto madre di 4 eroici e giovani rivoluzionari dell’Ottocento, mamma Bentivegna (la Cornelia della Corleone proletaria) abbia dato un notevole contributo alla causa della libertà e della giustizia sociale, infondendo sempre nei propri adorati figli il rispetto per le disgrazie e le sofferenze dei più deboli, e soprattutto il coraggio di battersi come leoni contro le prevaricazioni degli egoisti e dei prepotenti, di coloro cioè che imponevano regole nelle regole a discapito del bene della collettività.

Non è mai superfluo ripetere (gridarlo in faccia agli indifferenti, se necessario) che Teresa de Cordova, donna dal coraggio infinito e portatrice di elevatissimi valori morali, accettò non senza pene e sofferenze le scelte fatte dai figli. Né furono pochi o insignificanti i suoi tentativi estremi di salvare la vita al suo primogenito, quando, dopo la cattura nel 1856 nella contrada Punzunotto di Corleone, si recò a Napoli per chiedere la grazia al re in persona. Ma purtroppo quel giorno nella città partenopea mamma Teresa dovette subire l’ennesimo squarcio nel cuore, un dolore immenso per l’epilogo tragico di tutta l’esistenza in cui era stata travolta l’intera famiglia. Dopo Filippo, figlio adorato, adesso anche Francesco doveva morire.

Silvia Bentivegna

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