CdP

Italia da scoprire – Il Santuario della Montagna Spaccata

Il Monte Orlando (171 m s.l.m) è un modesto promontorio che ospita il Parco Regionale Urbano di Gaeta. Esso offre un’occasione da non perdere per immergersi in una clima di relax a stretto contatto con la natura, visitando siti d’interesse storico-artistici. Il Monte affaccia sul Mar Tirreno ed è collegato alla terraferma solo grazie a un istmo collinare; esso rappresenta l’ultimo prolungamento dei Monti Aurunci. E’ qui che troviamo uno dei posti che, ogni anno, accoglie migliaia di turisti. Si tratta del Santuario della Montagna Spaccata.
Una scalinata di trentacinque scalini dà accesso a un canyon a strapiombo sul Tirreno. Si tratta delle Spaccatura principale, dalla quale un tempo era possibile vedere il mare sottostante mentre si scendeva attraverso le rocce, perché i gradini erano poggiati su spranghe di ferro. L’attuale scalinata in muratura risale infatti all’epoca di re Ferdinando II di Borbone (1810-1859). Il nome del luogo di culto, Montagna Spaccata, è dovuto alla perfetta corrispondenza tra le sporgenze e rientranze tra le pareti, esse parrebbero combaciare quasi perfettamente se fosse possibile richiuderle.

La leggenda vuole che il Monte si sarebbe scisso al momento della morte di Cristo sulla croce, come testimonia la citazione del Vangelo di Matteo (27,51) incisa su una placca marmorea, posta all’ingresso della Spaccatura principale. La storia di questa formazione geologica è in realtà non poco complicata, poiché mancano studi che siano immediatamente accessibili. E’ possibile però trovare in rete un documento molto interessante che racconta la storia geologica di Gaeta e Terracina. Sfortunatamente è in lingua inglese: Quaternary structural evolution of Terracina and Gaeta basins.

Scendendo le scale è possibile osservare la cosiddetta Mano del Turco. Si tratterebbe di un’impronta di una mano apparentemente umana. La leggenda vuole che un marinaio saraceno, non credendo all’origine miracolosa della fenditura, poggiando la mano alla roccia l’abbia vista liquefarsi sotto il suo tatto. E’ quanto narra un distico latino posto al di sotto dell’impronta. Una leggenda certo, che però ci aiuta a comprendere meglio forse la natura del fenomeno. E’ possibile infatti che la roccia fosse ancora fusa quando il marinaio è giunto sul luogo, ciò non deve far escludere quindi che la fenditura sia di origine vulcanica.

In fondo alla Spaccatura principale, troviamo la Cappella del Crocifisso. Agli inizi del XV secolo, un enorme macigno si staccò dal monte e andò a incastonarsi nella fenditura, rimando sospeso a 30 m sul mare. Su questa roccia venne poi costruita la cappella, al cui interno un antico crocifisso ligneo, intagliato all’incirca nella stessa epoca in cui la cappella venne eretta, è stato ed è tuttora oggetto di grande devozione popolare.

Nel 930, i monaci Bendettini fondarono il Santuario della Santissima Trinità, sui ruderi della villa romana di Munazio Planco, famoso generale romano (20 a.C.). Essi ne ebbero la gestione per quasi dieci secoli, fino al 1788, quando, dopo un momentaneo periodo di abbandono, subentrarono i Frati Francescani Alcantarini (1843-1903), i quali diedero nuova vita al santuario favorendo il suo sviluppo e incrementando il culto. Nei pressi della fenditura della montagna, essi vi collocarono, nel 1856, un piccolo cimitero. Gli Alcantarini poterono realizzare la maggior parte delle opere decorative del luogo grazie alla stima che nutriva per loro il re di Napoli, Ferdinando II. In seguito, per breve tempo, fino al 1917, furono i Pallottini a occuparsi del Santuario. Dal 1926, la sua cura è però affidata ai Missionari del Pontificio Istituto di Missioni Estere (PIME).

Molti sono stati gli illustri personaggi che, nel corso del tempo, hanno fatto visita al Santuario, tra i quali si annoverano Santi e Papi. Colui che però ha lasciato un grande ricordo è stato, senza dubbio, san Filippo Neri (1515-1595), il quale avrebbe soggiornato periodicamente all’interno della Spaccatura principale della montanga, in cerca di pace e meditazione. Attualmente infatti, prima d’inoltrarsi all’interno dell grotta, troviamo la Cappella di San Filippo, costruita all’inizio del 1400. Poco più giù, in un anfratto oscuro, sull’ingresso della Cappella del Crocifisso, si situa quello che, secondo la tradizione, fu il giaciglio su cui il santo s’intratteneva a meditare e riposare.

Nella Cappella dedicata a Filippo Neri, troviamo un busto in marmo del santo, collocatovi dai padri Filippini nel 1895, tre secoli dopo la sua morte. Qui, due lapidi redatte in latino, raccontano la storia leggendaria della miracolosa origine della Montagna Spaccata. Una grossa tela, raffigurante Gesù nell’orto, opera del P. Angelo Pino (1915-2007), decora l’anticamera che conduce alla Spaccatura principale. Qui, oltre al suddetto cimitero dei monaci Alcantarini, si trova la tomba del barone Alessandro Begani, l’eroe che ha difeso Gaeta dall’assedio dei Francesi del 1815.

A breve distanza dalla Spaccatura principale e dal Santuario della Santissima Trinità, si trova un luogo naturale molto suggestivo: la Grotta del Turco. Il suo nome è intrinsecamente legato alle vicende storiche vi si sono succedute tra l’864 e il 915, quando il territorio di Gaeta venne interessato dalle invasioni dei Saraceni, i quali usavano la grotta come nascondiglio per poi uscirne di notte per compiere le loro scorribande. Essi furono però sconfitti nella Battaglia del Garigliano (915), liberando così il territorio dalle invasioni di questi pirati.

Gli attuali gestori del Santuario hanno collocato nella Grotta del Turco, nel 1957, una solida scalinata, che dà accesso alla Terrazza Belvedere, dalla quale si può ammirare la bellezza del mare, assaporando i suoi odori, immersi tra i colori variopinti del Tirreno.

Quanto segue è una brevissima rassegna fotografica, che vuole far soltanto pregustare la magnificenza del luogo in questione. In essa si può ammirare la celebrrima Mano del Turco, l’affascinante percorso che conduce alla Spaccatura principale e diversi scatti della Cappella di San Filippo con le relative iscrizioni latine.

GIUSEPPE D’AURIA
Redazione

© Riproduzione riservata

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *