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Il “ mondo a parte “ del bracciante nella Pignataro del primo ottocento

Il canonico Giovanni Penna torna agli inizi dell’ottocento a Pignataro, suo paese natale, dopo vent’anni di assenza, trascorsi quale segretario dell’ Arcivescovo di Napoli Giuseppe Capece Zurlo, ex vescovo di Calvi, e scrive nel 1827 “Stato antico e moderno del circondario di Pignataro di Capua e suo miglioramento.” Con tale testo, il canonico Penna intende dare il suo contributo anche alla storia sociale di Pignataro. Penna descrive, pertanto, la società pignatarese di inizio ottocento come sostanzialmente tripartita. Trattasi di un mondo ben separato di quelle che saranno chiamate classi sociali con al vertice la figura dell’ “uomo possidente”, il massaro ” felice”, in mezzo il ceto del ” vaticale “, che si dedica al commercio, trasportando soprattutto derrate alimentari su un carro o un dorso di mulo per i mercati vicini, a volte fino a Napoli, e alla base della scala sociale il ” bracciale”. Assente risulta la figura del nobile, mentre rimarchevole è la presenza di ” religiosi”.
Con accenti di empatia il Penna descrive la figura del ” bracciale”, preponderante nella comunità, al quale attribuisce alternativamente il sostantivo di ” villano”, “campagnolo” e persino ” miserabile”, data la vita che conduce. Pertanto apprendiamo che i bracciali ” al lavoro sotto padrone dagli otto-dieci anni di età crescono nell’assiduo travaglio dei campi, mal vestiti e peggio alimentati, vivendo lontani dal paese per un lungo periodo di tempo in cui hanno quale tetto un riparo d’occasione. Sposati, si accasano in un affumicato sudicio casolare preso in fitto ove non si adagiano in braccio al sonno che lassi la fatica per i diversi lavori delle braccia da cui ricavano quel poco che guadagnano, ad iniziare dalla coltivazione e raccolta del grano in campagna e la macina di olive in paese”.
Il Penna, pur non distinguendo tra contadini poveri e contadini senza terra, riesce comunque a ben veicolare la situazione di un ” mondo a parte” qual è quello dei bracciali nella Pignataro del primo ottocento. Ciò concerne non solo l’ovvia durezza del lavoro, l’esposizione a malsane condizioni di lavora in cui si è soggetti a brusche variazioni di temperatura e di clima, le pessime condizioni igieniche con conseguenti malattie più o meno mortali, ma anche un sentirsi estraneo alla comunità.
Infatti essi sono lontani dal villaggio per lunghi periodi di tempo, tanto che, per non allontanarsi dal lavoro nei giorni di festa, sentono messa in cappelle rurali con un atteggiamento verso la religione che risente di aspetti di superstizione se non a volte paganeggianti. Nelle parole del Penna si percepisce il dramma di segregazione forzata dalla vita sociale del villaggio nel momento in cui scrive: “ Avviene loro ciò che accade agli animali, prendono qualche cosa dello spirito e delle abitudini vicendevolmente”.

” Il giudizio che il Penna ci dà delle condizioni del basso popolo del tempo, ci mostra un uomo che guarda in anticipo alla questione sociale con l’occhio del sacerdote sensibile alla miseria umana, ma che non chiude nel suo animo la sua disapprovazione verso l’ordine costituito che gli sta innanzi, bensì alza la voce in favore degli oppressi, quando nessuna voce si levava.
E’ questo il lato più umano della figura del canonico Penna che lo vvicina ai nostri tempi e lo rende più simpatico .
E’ bene che anche i Pignataresi di oggi sentano e meditano sulla
pagina scritta, 140 anni or sono, da questo sacerdote.
Quest’ultimo periodo, concernente il giudizio su un religioso evoluto quale fu l’ex segretario dell’Arcivescovo di Napoli Capece Zurlo, sono le parole pronunciate da Don Salvatore Palumbo, arciprete di Pignatato Maggiore fino al 1974, anno della sua scomparsa, in una sua conferenza del 1966 dedicata alla figura del canonico Giovanni Penna.

Angelo Martino
redazione

Bibliografia
Giovanni Penna- Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo miglioramento- 1827

© Riproduzione riservata

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