CdP

Yeti, Bigfoot & Sasquatch… dov’è la verità?

Leggende che riferiscono di enormi creature, dalle sembianze di grosse scimmie, sono tramandate sin da quando gli Europei si sono avventurati nell’esplorazione del Tibet. I racconti però si estendono su un’area vastissima: dal Caucaso all’Himalaya, dal Pamir fino alla Russia orientale. Il primo riferimento a queste creature, in occidente, giunse a seguito della relazione redatta da B. H. Hodgson nel 1832.
Mezzo secolo più tardi, nel 1889, il maggiore L. A. Waddell, mentre esplorava l’Himalaya, scorse grosse impronte nella neve a 5000 m di altitudine; i portatori sherpa gli dissero che erano state lasciate da uno Yeti, una creatura sconosciuta e misteriosa, feroce, che catturava gli uomini per poi mangiarli.

Nel 1925, N. A. Tombazi, membro della Royal Geographic Society, era quasi riuscito a scattare una foto di uno strano essere, nudo ed eretto, presso il ghiacciaio Zemu, che purtroppo scappò via prima che riuscisse a mettere a fuoco l’obiettivo. Il Dipartimento di Storia Naturale del British Museum contestò allora tutti i presunti avvistamenti, asserendo così che le orme fossero in realtà state lasciate da un entello himalayano (Semonpithecus sp.). Tuttavia, come la maggior parte delle scimmie, anche il suddetto cammina quasi sempre su quattro zampe, le sue impronte sono poi completamente diverse da quelle immortalate fino ad allora.

Nel 1951 Erich Shipton, l’esploratore dell’Everest, mentre attraversava il ghiacciaio Menlung con la sua squadra scorse infatti una scia d’impronte enormi; ne fotografò una, con una picozza a fianco per evidenziarne le dimensioni anomale: era lunga 45 cm e larga 32. Le tracce erano state evidentemente lasciate da una creatura che camminava eretta come un uomo.

Nel 1954, il Daily Mail finanziò così una spedizione in cerca dello Yeti. Quattro mesi dopo arrancavano soltanto nelle neve, poiché la spedizione fu un clamoroso insuccesso. Tuttavia, diversi monasteri diffusero la notizia di essere in possesso di scalpi di Yeti, ovvero lunghi e conici copricapi in pelle, ritenuti autentici, appartenenti quindi ad esemplari abbattuti in passato. Col tempo però si scoprì che, laddove non fossero volutamente artefatti, si trattava comunque di pelli di animali noti alla scienza, dato che fu confermato dal Royal Institute di Bruxelles quando riuscì ad averne uno.

In seguito, tra il 1955 e il 1978, crebbe di gran lunga il numero di persone che fotografava strane impronte nella neve. Le prove divennero però più concrete quando, nel 1958, il tenente colonnello Vargen Karapetyan riferì un evento accaduto nel 1941, quando combatteva i Tedeschi nel Caucaso. Lì fu contattato da un gruppo di partigiani che lo invitarono a vedere quello che definirono un “uomo selvaggio”, che avevano catturato. La creatura si rivelò essere più simile a una scimmia che a un uomo: era nudo, sporco e arruffato; sembrava assente, batteva spesso le palpebre e non capiva quello che gli dicevano. Pochi giorni dopo pare fosse riuscito a scappare.

Ciò che man mano andava emergendo dall’enorme mosaico di ricerche è che gli avvistamenti dello Yeti non erano solo una prerogativa del Tibet e dell’Asia centrale: nel continente americano furono raccolti un numero cospicuo di prove, dall’Ecuador al Canada. A nord della California era infatti conosciuto come Bigfoot, mentre in Canada era già noto ai nativi americani, che lo chiamavano Sasquatch. Tutte le descrizioni concordano in buona parte con quelle dello Yeti.

Nel 1967, il fotografo Roger Patterson riuscì quasi ad ottenere una prova definitiva dell’esistenza del Bigfoot. Si trovava a Bluff Creek (California settentrionale), quando riuscì a riprendere diversi fotogrammi di una creatura che si rintanava nel bosco. Il video suscitò grande scalpore, fu così sottoposto ad analisi da parte di scienziati americani e russi. Essi giunsero alla conclusione che poteva trattarsi di un filmato autentico, ma i dubbi non furono ugualmente dissipati. (È possibile visionare il video suddetto in calce all’articolo).

Alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, il dott. Myra Shackley, archeologo presso l’Università di Leicester, pensò di essere giunto a una conclusione convincente. Egli asseriva che Yeti e Bigfoot fossero in realtà uomini di Neanderthal sopravvissuti all’estinzione, relegati però in luoghi più selvaggi e meno ospitali rispetto alle aree che un tempo abitavano. Ufficialmente questa specie di Homo si è estinta 40.000 anni fa, le cause della sua scomparsa sono ancora oggetto di acceso dibattito tra gli scienziati. Furono però molti gli studiosi che in quegli anni si convinsero che qualche piccola comunità di Homo neanderthalensis si aggirasse ancora per il pianeta, dando fondamento alle leggende su Yeti e Bigfoot.

Nel XXI secolo la ricerca non si è interrotta. Al contrario, è stata avanzata un’ipotesi ancor più suggestiva. Sebbene fosse già stata proposta nel 1952, solo oggi ha avuto però un più acceso revival. Stando a quest’ipotesi dunque l’animale elusivo che i testimoni asseriscono d’incontrare sui ghiacciai o nei boschi è in realtà un Gigantopithecus, o un suo stretto parente.

Il Gigantopithecus era un primate di grossa taglia che visse nel Pleistocene, la specie G. blacki infatti poteva facilmente raggiungere i 3 m di altezza. Popolò il Sud-est asiatico da 1 milione fino a 300.000 anni fa, quando si estinse per motivi ancora poco chiari. Non è dunque da escludere a priori l’idea che possa essere sopravvissuto in luoghi remoti del pianeta, in fondo il suo antico luogo natio è molto vicino a dove avvenero i primi avvistamenti di Yeti. Di Gigantopithecus si conoscono attualmente tre specie, potrebbe però trattarsi di un suo discendente di dimensioni più modeste.

Non esiste ancora una prova definitiva, neanche un fossile o un lembo di pelle autentico, che possa permettere alla Comunità Scientifica di dare una risposta concreta e definitiva a questa vicenda, oggi l’ipotesi del Gigantopithecus sembra la più convincente, un domani può darsi che nuovi e più fortunati avvistamenti chiariscano la questione (R. Messner, il grande himalaysta, pensa che si tratti di una sottospecie ibrida di orso polare), oppure la collochino in quel luogo altrettanto misterioso e affascinante che è la fantasia umana.

GIUSEPPE D’AURIA
Redazione

© Riproduzione riservata

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *