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La chiesa di Grazzano di Pignataro Maggiore

Ubicata a pochi km dal centro urbano di Pignataro Maggiore, la costruzione della Chiesa di S. Maria a Grazzano, il suo stato, la sua funzione negli anni hanno da sempre interessato gli storici locali, ad iniziare dal canonico Giovanni Penna, per quanto è di nostra conoscenza.
Nicola Borrelli si limita a scrivere che fu un tempo considerato un Santuario “ assai frequentato dai fedeli”, i quali erano soliti chiedere alla Vergine Maria grazie e ringraziamenti, come anche ad offrire ex voto, dopo guarigioni ritenute miracolose.
Le brevi notizie che ci comunica il Borrelli in “Memorie Storiche di Pignataro Maggiore” sono quelle fornite già dal Penna circa un centinaio di anni prima, compresa la presenza in un periodo imprecisato di un eremita, aggiunge la notizia non precisa delle iniziali che accompagnano V.P ( Villa Pignatarii) su una colonna presente in tale luogo.
Infatti Il Borrelli incorre un un’inesattezza che condizionerà le ricerche successive, confondendo I.G,, le iniziali esatte presenti su detta colonna, riportando le iniziali errate I. C.
L’edificio sembra risalire all’XI secolo, ma non si hanno fonti storicamente attendibili al riguardo. Solo tre secoli più tardi, quando vennero stilate nel 1327 le” Rationes decimarum Italiae” nei secoli XIII e XIV (un registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici), si hanno le prime notizie verificabili sull’esistenza del luogo di culto.
La sua struttura architettonica è molto semplice, a navata unica, terminante in un’abside cui si accede mediante un arco centrale: è qui che si trova un affresco raffigurante Maria tra due santi. Uno studio effettuato nella metà dello scorso secolo ha scoperto che l’affresco potrebbe essere stato sovrapposto a un altro più antico (forse raffigurante san Carlo Borromeo).
Alla base dell’abside troviamo due grandi pietre calcaree, ornate con motivi floreali, e si tratta sicuramente di materiale che ha un’origine diversa e ben più antica, ovvero spoglia di un sepolcro romano, non facilmente collocabile. Su di esse troviamo, ancora visibili seppur lacunosi, i resti di un’antica iscrizione in parte ricostruita (SEX[TUS] POM[PEUS] SIBI ET [SUIS] ET L[IBERTIS]).
Dagli studi è emerso che l’iscrizione potrebbe essere una dedica posta su quell’antico sepolcro, è stato infatti scoperto che la Chiesa si colloca non molto lontano da quell’asse stradale che un tempo costituiva uno dei principali decumani dell’Ager Calenus, risalente al IV secolo a.C., epoca in cui l’antica Cales fu conquistata dai Romani. Pare quindi che il suddetto Sesto Pompeo avesse dei possedimenti terrieri proprio in quel luogo.
All’interno, sulle pareti laterali, sono ancora visibili degli affreschi e delle iscrizioni ormai però non più ben identificabili, poiché corrosi dal tempo e dall’abbandono. Quel che si può ancora intuire è che forse raffigurassero dei Santi.
Dietro poi s’intravedono i resti di un’antica iscrizione, redatta in un latino medievale, che ricorda come un certo Bernardino Canzano avrebbe voluto la realizzazione dell’affresco mariano nel 1508, ad honore[m] [et] laude[m] beat. M. Virginis.
Sono le Sante Visite che ci consentono di approfondire la conoscenza storica riguardo alla Chiesa di Grazzano, come anche luoghi di culto di cui si conosce poco. Infatti, come scrive Antonio Martone, nella ” Santa Visita” del 1583 della Chiesa di Grazzano non si fa menzione, dato che essa dipendeva in quel tempo da altra Diocesi. Infatti, nel corso della cosiddetta ” platea” del 1588 sono indicate anche i beni e le rendite di tale chiesetta. ” Essa possiede sei pezzi di terra per un torale di 15 moggia, ubicati a Grazzano, alla ” Vigna”, allo ” Ceraso e alle ” Prese”, godendo, altresì, di alcune rendite nell’ordine di 20 denari o grane corrisposti in occasione della festa di Santa Maria alla metà di agosto”.
Ovviamente più dettagliate e complete sono le notizie dei secoli successivi in relazione alle Sante Visite, soprattutto quelle degli anni 1644-47.
Innanzitutto apprendiamo che nel 1644 la Chiesa “ ruina”, per cui il “Visitatore” ordina a Luigi Nacca, affittatore dei terreni della chiesa, di non pagare il beneficiato. Inoltre dalla visita del 16 maggio di tale anno il “Visitatore” rileva la mancanza della campana. Informato che la campana era in possesso degli eredi di Giovanni Paolo Glorioso di Capua, si ordinava al beneficiato di provvedere affinché la campana fosse restituita nell’arco di 15 giorni. Nella Santa Visita del 13 maggio 1646, l’altare maggiore fu trovato completamente spoglio, con la sola presenza del quadro di San Carlo, il cui culto era stato introdotto dal Vescovo Maranta, proprietario di due osterie sul ponte di Calvi. L’anno successivo, nello stesso giorno si rilevava che non si era provveduto a provvedere degli arredi e degli ornamenti, con parte della chiesa che “ minacciava addirittura di ruinare”. Il “ Visitatore” ordinò al colono Giuseppe De Haurea di non versare al beneficiato più alcun denaro.
Conosciamo, inoltre, che al suo interno, vi si trovasse un fonte battesimale scolpito in marmo e un pulpito in muratura. La chiesa doveva avere un atrio rivolto ad occidente, ciò giustificherebbe la presenza, secondo una consuetudine radicata nel pensiero ecclesiastico, di una sepoltura, dove vi erano stati deposti i corpi di quanti avevano trovato la morte, con ogni probabilità, nell’epidemia di peste del 1656. Queste informazioni le apprendiamo dalla descrizione più completa redatta in seguito alla visita pastorale del 1686.
In seguito al terremoto del 1980, la struttura subì diversi danni, per riparare i quali il sacerdote don Pierino Pettrone, parroco di Partignano, commissionò una serie di lavori. Il portico soprattutto non era più visibile, probabilmente crollato durante l’evento sismico. Quello attualmente presente rappresenta solo un maldestro tentativo di ricostruirne le fattezze originali.
Oggi l’ingresso è sormontato da un arco con una cornice raffigurante la Madonna col Bambino ed altre figure sacre oggi poco riconoscibili (forse apostoli).
Come già accennato in precedenza, molto poche sono le notizie in nostro possesso riguardo a questa Chiesa, e ciò non vuole affatto scoraggiare, ma incentivare la ricerca, promuovere indagini archeologiche sempre più dettagliate e approfondite, che possano contribuire alla scoperta del passato del nostro paese. Infatti, nell’atrio della Chiesa si trovano parti di due colonne, di origine ignota, trasportate in quel luogo forse nel XVIII secolo. Su una di esse sono incise due lettere: V. P. e I.G., rispettivamente a sinistra e a destra di un albero che ricorda molto un pino, stemma civico di Pignataro.
Studi successivi hanno cercato di dare un volto, qualora si tratti di persone, alle due lettere. In particolare, di un certo I.G. Pignatarum si fa riferimento anche in un documento rinvenuto presso la chiesa di Santa Croce di Pignataro. Benché l’originalità del documento sembra risalire soltanto a un falsario settecentesco, diversi studi hanno cercato di vedere nella I. un nome (Iulius, Iustus, ecc.) o una carica pubblica (Iudex); mentre per la G le ricerche sono più vaghe, potrebbe trattarsi di “Gastaldus”, funzione che nel Medioevo indicava la custodia dei beni di una persona o un amministratore di beni demaniali. Ciò nonostante, in merito la ricerca è ancora in fase teorica e si rendono necessari ulteriori approfondimenti.
Un altro dei misteri che circondano l’antica chiesetta riguarda il suo singolare toponimo: Grazzano (nelle Rationes si dice de Graczano), per spiegare il quale sono state avanzate numerose ipotesi. All’inizio si è pensato che potrebbe riferirsi a un cognome (forse il Bernardinus Canzanus che avrebbe voluto la realizzazione dell’affresco) o ad una località, deriverebbe quindi da Graeciarum, termine latino che venne progressivamente volgarizzato fino ad diventare così come lo conosciamo oggi. Non bisogna dimenticare che, intorno al X-XI secolo, molti Greci giunsero in Campania in seguito alle invasioni saracene.
C’è poi chi propone tesi più pionieristiche, che vorrebbe quindi far derivare il singolare toponimo dal nome Graeci, che però, stando alle fonti medievali campane, non sarebbero gli abitanti della penisola ellenica, bensì un termine con cui verrebbero indicati i Bizantini. Gli estimatori di questa tesi sostengono quindi che l’edificio ecclesiastico avrebbe un impianto di tipo romanico con suddivisione architettonica interna di possibile derivazione bizantina.
In ultima analisi, c’è poi chi propone una spiegazione più semplicistica, ovvero imputerebbe il toponimo alla volgarizzazione del latino gratiarum, perché proprio quella Chiesa sarebbe dedicata a S. Maria delle grazie (in latino “gratiarum”).

Angelo Martino
redazione culturale

Bibliografia:
Giovanni Penna- Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo miglioramento- Tipografia dell’Intendenza- Caserta- 1833
Nicola Borrelli- Memorie storiche di Pignataro Maggiore- 1940
Antonio Martone- Storia di Pignataro in età moderna- Il Cinquecento- 2009
Antonio Martone- Storia di Pignataro in età moderna- Il Seicento-prima metà) 2013

Chiesa Di Grazzano

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