CdP

Il pensiero reazionario di Monaldo Leopardi, avverso alla Costituzione

Monaldo Leopardi, padre del più famoso Giacomo, era talmente reazionario che, vestirsi di nero e portare la spada come i cavalieri antichi, era per lui una maniera di evidenziare l’immutabile ordine sociale dell’Antico Regime da ostentare anche esteriormente. Per lui le disuguaglianze sociali era legittimate dalla monarchia assoluta, secondo un disegno di Dio, che legava indissolubilmente il Trono all’Altare.
Scriveva nelle sue memorie: ” all’età di diciotto anni mi rivestii tutto di nero, e così ho vestito e sempre vesto, sicché chiunque non mi conobbe fanciullo, non mi vide coperto di altro colore. Portai la spada ogni giorno come i Cavalieri antichi e fui probabilmente l’ultimo Spadifero dell’Italia, finché, nel 1798, sotto il governo Repubblicano questo vestito nobile e dignitoso decadde”.
Il suo pensiero reazionario lo portava a rifiutare e combattere con il suo lavoro di scrittore anche la monarchia costituzionale con “una mitraglia di piccoli scritti “, come si vantava, soprattutto dopo gli eventi francesi del 1830 che portarono alla concessione della Costituzione da parte di Luigi Filippo d’Orléans.
Il pensiero di Monaldo Leopardi è ben condensato in uno scritti a cui diede il titolo di “Dialoghetti”, nella cui prima parte esprimeva considerazioni legittimiste contro la stessa Costituzione, reclamata in quegli anni non solo in Italia, ma in tante nazioni liberali d’Europa.
E’ proprio Europa il nome del personaggio a cui Leopardi affida le sue idee. Infatti, Europa, replicando alla Francia, dove era stato concesso la Costituzione, esprime tale pensiero: ” Figliuola mia, l’autorità dei re non viene dal popolo, ma viene a dirittura da Dio. […] il popolo deve ubbidire a tutti i comandi del re, e questa è la gran carta, scritta con la mano di Dio, e stampata col torchio della natura”.
La carta a cui si riferisce Monaldo Leopardi è ovviamente la carta costituzionale, in quanto per lui era impensabile che il popolo potesse aver diritto ad una costituzione che concedesse di eleggere i propri rappresentanti al Parlamento, anche in una versione di monarchia costituzionale.
Ancora più grave si mostrava, per Leopardi, il fatto che nella nuova costituzione concessa da Filippo d’Orléans ai francesi non si facesse alla religione di stato, alla tradizione dinastica, al diritto divino dei re di governare secondo il principio del volere immutabile di Dio.
Pur con garbo, il conte Leopardi comunicava che tale alleanza trono-altare si mostrava legittima non solo per la religione cattolica e i re cattolici, ma anche per le altre religioni. Quindi una difesa ad oltranza della Restaurazione, che anch’essa si personifica per esprimere direttamente il contenuto del pensiero reazionario.
Nell’ultima parte dei Dialoghetti Leopardi irride con ironia al liberalismo, alla libertà e alla costituzione tramite i personaggi di Pulcinella e del Dottore, con Pulcinella che chiama costipazione la costituzione e con un attacco alla carta costituzionale, secondo il principio certo non giusto, ma considerato da una prospettiva reazionaria, di una concessione dell’espressione del voto solo ad una minima parte della popolazione.
Il successo dell’opera fu travolgente; in cento giorni se ne stamparono sei edizioni e fu letta in tutta Europa, per cui si mostrava reagire da parte del pensiero liberale e costituzionale, e fu un ex sacerdote, Félicité De Lammennais, a confutare il pensiero del conte Leopardi, per comunicare come cristianesimo e liberalismo fossero invece complementari e che, se la rivoluzione più profonda fu l’avvento del cristianesimo, in quegli anni della prima parte dell’Ottocento, si stava producendo “ una sua continuazione”, in quanto “ il principio dell’uguaglianza davanti a Dio doveva necessariamente generarne un altro”, ossia l’uguaglianza degli uomini fra di loro, l’eguaglianza sociale.

Angelo Martino
redazione

© Riproduzione riservata

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *