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La valenza etica ed estetica della poesia di Don Salvatore Palumbo

Oltre all’amore per la storia, l’Arciprete Don Salvatore Palumbo scrisse una raccolta di poesie dal titolo “Campanule” di cui fanno parte, oltre alla poesia che dà il titolo alla raccolta, Donum, Natale Triste Pianto novo, A G.S. Bach, Preghiera, Notturno, Sulla morte di un soldato tedesco. In particolare “Sulla tomba di un soldato tedesco” “ e “ Campanule” comunicano in maniera diversa il senso della morte con sentimenti autentici ed immediati in cui emergono la pietas, la valenza del rispetto e del perdono in relazione alla prima lirica e la dura presa di coscienza della brevità della vita con conseguente invito alla semplicità, all’umiltà in rapporto alla seconda lirica.

“Nessuna donna ho visto qui pregare
Nessuno ho visto mai portare un fiore
Su questa tomba”

L’animo del poeta si dichiara esplicitamente, esprimendo il rammarico per quella tomba priva della pietas della preghiera e della cura amorevole. Le spoglie dello sconosciuto soldato tedesco, che ha trovato la morte in terra straniera, provocano indifferenza mista ad astio da parte della popolazione memore di un passato recente di sofferenza per l’occupazione tedesca.
La pietas è affidata al paesaggio circostante, a quelle bianche colline, a quegli ulivi in un momento ben specifico del giorno “ quando a notte fonda tutt’intorno è silenzio. Il poeta affida la pietas ad una preghiera che sia “mormorata” dalle stesse colline piene di ulivi, dagli sterpi sparsi sul clivo, da quel paesaggio circostante che ha conosciuto le vicende e che, personificandosi, può additare la pace, finalmente la pace a delle “ ossa senza onore”, senza conforto.

“Campanule” presenta un chiaro messaggio di interiorizzazione della brevità della vita, pregna di fugaci momenti di gioia, di illusioni, di attese e di speranze che si infrangono davanti alla triste realtà della vita umana, tema con cui si sono confrontati tanti grandi poeti. Le campanule, nel corso del tempo, hanno assunto una simbologia diversa ed opposta in rapporto ai vari contesti culturali. Esse sono considerate parimenti simbolo della speranza e della perseveranza come evocazione di immagini cupe , mentre in altri casi viene loro attribuito il significato di ambizione ma anche di civetteria e umiltà.
Nella lirica di Don Salvatore Palumbo il messaggio di brevità della vita è comunicato dalle campanule in quanto delicate pianticelle , la cui fragilità è associata alla semplicità, all’umiltà. Nella loro piccolezza esse comunicano al lettore una sorta di disillusione per essere stati così brevi quei momenti che hanno vissuto, aspettando l’aurora tra il battere del martello di un fabbro, il lieto canto di una dolce fanciulla innamorata , i soavi trastulli di fanciulli. Vi è tutta la comunicazione di un’attesa di un giorno tutto da vivere. Ed invece l’ attesa del sole, della sua ardente fiamma provoca un’inconsapevole fine del tutto nell’arco di un solo giorno per pianticelle così fragili e delicate.
Se il poeta Don Salvatore Palumbo sceglie le campanule per comunicare la brevità della vita, nel contempo invita a vivere la pur breve vita con sentimenti di semplicità ed umiltà, ma le suggestioni, le emozioni, le riflessioni di cui è pregna la poesia meritano che ciascun lettore possa leggerla tutta per immergersi non solo nella metafora, ma nelle assonanze, nelle rime, nelle varie figure poetiche che contiene.

CAMPANULE
Nel chiuso di un cortile
ci aprimmo a notte al lume delle stelle.
Passò come carezza
l’alito lieve di notturna brezza.
Fu tanto bella l’alba e poi l’aurora!
Sentimmo un fabbro battere il martello,
sentimmo una ragazza che cantava
una canzone d’amore,
trastulli di fanciulle per le scale.
Quanto aspettammo la tua fiamma, o sole,
non sapendo che arse, accartocciate
ci avrebbe ripiegate sulle foglie.
E fu la morte della nostra vita
finita in un sol giorno.

In “Natale triste” Salvatore Palumbo, riflette, con un senso di intensa partecipazione, sul Natale triste dei bimbi poveri e orfani.
Per coloro che vivono tale condizione non sono presenti i momenti di allegria che il Natale apporta con i canti e i petardi, mentre si presenta in tutta la sua partecipata consapevolezza l’immagine della solitudine e della povertà, contrapposta alla gioia degli altri.
Con quel suo “ No! Non è per voi “ l’autore pone l’accento sulle disuguaglianze inaccettabili che anche il Natale reca prima di esplicitare l’autentica valenza del “Presepe tra l’asinello e il bue” che induce alla preghiera, alla partecipazione, alla condivisione, alla fratellanza del messaggio cristiano, del quale i bimbi poveri ed orfani, che sembrano di fatto tuttora esclusi, sono invece anche i destinatari, forse i principali destinatari, come esplicitato dal Vangelo in tanti e vari passi.
La condividiamo con i lettori, scrivendone l’intero testo, affinché ciascuno possa cogliere le varie emozioni e i sentimenti che l’autore intende comunicare e soprattutto possa interrogarsi su quel vocabolo iniziale “ Angelo”, così ambivalentemente usato.

Angelo, che facevi quella sera
accoccolato accanto al fratellino
sotto quell’uscio non tuo, mentre ogni via
rintronante di canti e di petardi
gridava fino alle stelle ch’era Natale?
No! Non per voi ! Il tenue raggio lunare
m’ha rivelato il tuo occhio triste, smarrito.
La mamma pose a tavola un tozzo di pane?
La sorellina s’addormentò piangendo
E sogna quella bambola che non ha.
Non è Natale per chi il babbo non ha.

Fanciulli tristi che mi stringete il cuore
La mia preghiera trova un cantuccio per voi,
là sul Presepe tra l’asinello e il bue.
Brilla un sorriso, sento nel cuore una voce:
“Anche per voi un giorno nacqui a Betlemme”.
Questo è l’inverno che spoglia e raggela ogni campo:
A primavera ogni albero fiorirà

In relazione alla sua produzione musicale, Don Salvatore Palumbo fu influenzato dal suo amatissimo Johann Sebastian Bach, a cui dedicò, come abbiano accennato, una poesia della raccolta Campanule, in cui l’autore denota tutta la sua venerazione per il grande compositore tedesco, la cui musica gli fa percepire l’essenza della divinità:

Se mai nessuno me l’avesse detto
Ch’esiste un altro mondo, esiste Dio,
l’avrei scoperto dietro quelle voci
dell’organo che prega e gema e canta.
Quello che avviene in me non so dire:
scompare tutto quello che mi circonda
e avvolto in dolci spire sono rapito
in una sola rota di celeste coro.
Tu m’inebri di Dio, tu m’inabissi
In un mare di fede e di speranza;
e, passando alle cose d’ogni giorno,
la nostalgia mi punge d’un ritorno.

Don Salvatore compose, tra l’altro, una Messa dal titolo “ De Anno Fidei e un piccolo volume di venti canti : “Cantus hebdomadae sanctae”, quella settimana santa che lo vedeva così attivo nella rappresentazione della morte e passione di Cristo. In alcuni di tali canti della Settimana Santa le melodie gregoriane sono inframmezzate alle costruzioni polifoniche a tre voci
Quindi Don Salvatore Palumbo riuscì a coniugare tanti interessi e passioni con il suo sacerdozio, e omaggiarlo per l’affetto e per qualche carezza pur forte che ci ha donato in quella che era l’allora dimora dell’Azione Cattolica, attuale sede degli Amici della Musica, è il minimo che possiamo fare per offrire la sua memoria alle generazioni future.

Angelo Martino

© Riproduzione riservata

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