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Il sanguinoso conflitto tra Diomede Carafa e Masaniello

La rivolta di Masaniello del 1647-48 ebbe in Terra di Lavoro un importante rilievo in quanto in tale provincia si combatterono battaglie rilevanti tra i baroni e rivoltosi. Infatti, appartenevano alla feudalità di Terra di Lavoro alcuni feudatari che furono tra i maggiori rappresentanti del baronaggio filo-spagnolo, primi tra tutti Diomede Carafa, duca di Maddaloni e peggior nemico di Masaniello. Diomede Carafa era stato un barone sempre fedele al sovrano spagnolo e al Viceré. Nel 1647, allo scoppio della rivolta, il Carafa era prigioniero a Sant’Elmo, accusato di aver dato protezione a banditi e di aver commesso soprusi contro i suoi sudditi.
Quando il potere passò nelle mani del popolo, il duca di Maddaloni si diede da fare per arruolare quei banditi, di cui si era servito fino ad allora per contrastare la rivoluzione in atto. Uno dei suoi uomini, secondo Giuseppe Donzelli, sostenitore di Masaniello, scrisse che il duca aveva mandato i banditi “ non solo per ammazzare Mas’ Aniello, ma anche per una già fatta mina tutta l’Isola della Casa di Mas’ Aniello, e altre contigue sotto della quale erano già posti ventiotto barili di polvere, e con questa eziandio il Convento stesso del Carmine, sotto il quale stava già pronta un’altra mina con molta quantità di polvere”. Un altro bandito, in cambio della vita, rivelò che era minata la piazza del Mercato e che sarebbe stata fatta saltare “ nel più bel tempo, che fosse stata quella piena, e calcata a martello d’infinito popolo armato”: trattandosi di quindicimila libbre di polvere, oltre alla distruzione degli edifici, sarebbero morti da centocinquanta a mille anime”. Inoltre i cavalieri del duca di Maddaloni avrebbero dovuto concludere tale terribile crudeltà, passando a fil di spada il resto della plebe, oltre che ad avvelenare alcune fontane nei quartieri abitati “ dal più infimo popolo”. Aurelio Lepre rileva che “ se la narrazione del cronista sembra avere avuto lo scopo soprattutto di giustificare la successiva vendetta popolare, la ricerca di prove e la formulazione di accuse da parte del gruppo dirigente della rivoluzione contro il Duca sembra sia stata mirata, in primo luogo a sfruttare la vittoria sui banditi per portare al massimo livello il conflitto sociale e politico, rivolgendola contro colui che in quel momento poteva apparire come un vero e proprio simbolo della feudalità, o almeno di quella parte che si era schierata contro il popolo”.
In tale atmosfera di rilevante scontro, non potendo catturare Diomede Carafa, gli uomini di Masaniello decisero di vendicarsi sul fratello Giuseppe, e far scempio del suo corpo, ma non solo. Come riporta il cronista Alessandro Giraffi: arrabbiati per la fuga di Diomede Carafa “i suoi persecutori del di lui scampo, avevano preso quanti banditi suoi dipendenti, servitori, paggi anche giovani Musici, che avevano potuto aver nelle mani, la maggior parte de’ quali spietatamente avevano ucciso. Non solo banditi, dunque, ma anche i servi, i paggi e i musici e tutti coloro che abitavano il palazzo baronale e formavano la piccola corte napoletana del Duca di Maddaloni. Lo stesso Masaniello si recò al palazzo e diede al ritratto paterno di Diomede Carafa “ infiniti colpi di spada, trapassò gli occhi e tagliò la testa , com’anche fé a quello del Duca Figlio vivente, fracassando tutto il resto della casa, con spade, e albarde”. Inoltre, indossò un abito del Duca di Maddaloni ” ricamato di seta turchina e di argento, con una catena d’oro, ed una gioia di diamanti al cappello, mentre sua moglie si serviva di una carrozza di grande valore di Diomede Carafa. Poi, tornato al Mercato, Masaniello “ attaccò di sua mano sotto il cadavere del misero D. Giuseppe il deposto busto, e capo tronco del Duca, con una cartella che diceva: “ Questo è il Duca di Mataloni ribelle di Sua Maestà e traditore del fedelissimo Popolo”. Anche dopo la terribile uccisione del fratello Giuseppe, Diomede Carafa continuò ad essere considerato come il nemico più irriducibile della nobiltà alla rivoluzione. Nei capitoli stipulati, il 31 agosto 1647, tra il viceré e il popolo, Diomede Carafa fu condannato all’esilio perpetuo dal Regno.
Uomo prepotente e rissoso- scrive Giuseppe Coniglio- Diomede Carafa “ lasciò numerosi ricordi, sostanzialmente negativi; gli fu attribuito un atteggiamento di opposizione alla Spagna, che si potrebbe considerare ancora una manifestazione del suo carattere puntiglioso e ostinato, per cui, malgrado la fedeltà agli spagnoli mostrata durante i moti detti di Masaniello, finì con l’essere chiamato in Spagna, assegnato in un primo tempo al confino a Pamplona, che poté lasciare per recarsi a Madrid, ove morì nel 1660”.

Bibliografia:
Aurelio Lepre- Terra di Lavoro in Storia del Mezzogiorno- Vol. V- Le province del Mezzogiorno- Edizioni del Sole- Roma 1986
Giuseppe Coniglio- Maddaloni nell’età moderna- Maddaloni -1985

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