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Il culto micaelico a Sant’Angelo in Formis

Come sostiene Ada Campione, per quanto riguarda l’Italia, “il culto micaelico ha avuto grande fortuna, soprattutto in Campania dove esiste tuttora un ricco patrimonio di grotte e santuari che si richiamano, per vie diverse, all’esperienza garganica”. E’ noto che il culto micaelico si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione al cattolicesimo del popolo germanico, avvenuta nel 568 in seguito al loro stanziamento in Italia e progressivamente completata durante il regno di Cuniperto I , che terminò nel 700. I Longobardi riservarono una particolare venerazione per l’arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino . All’arcangelo i Longobardi dedicarono diversi edifici religiosi in tutta Italia; in particolare, nel territorio del ducato di Benevento sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dalla loro conquista del Gargano nel VII. Luogo topico del culto micaelico presso i Longobardi fu il santuario del Gargano, dal quale si irradiò in tutto il regno longobardo e l’arcangelo guerriero fu considerato in breve tempo il santo patrono dell’intero popolo longobardo.
A San’Angelo in Formis una prima chiesa in onore dell’Arcangelo Michele fu edificata dai Longobardi, tra la fine del VI secolo e l’inizio del VII secolo sulle rovine di un tempio dedicato a Diana Tifatina. Tale chiesa fu costruita per ricordare l’apparizione dell’Arcangelo sul Gargano, a riprova del culto micaelico e angelico, caro ai Longobardi.
I padri benedettini cassinesi, fin dall’antico 720, si erano valsi della facoltà, concessa dai principi longobardi di Benevento, di edificare per tutto il Principato capuano monasteri secondo la regola di San Benedetto.
Al tempo del vescovo di Capua Pietro I (925-938), la chiesa di Sant’Angelo in Formis fu donata ai monaci di Montecassino, che volevano costruirvi un monastero. In seguito fu poi tolta ai monaci e ridonata loro nel 1072 dal principe di Capua, Riccardo. L’allora abate Desiderio di Montecassino (il futuro papa Vittore III) decise di ricostruire la basilica (1072 – 1087) e ne rispettò ancora gli elementi architettonici di origine pagana. A lui si devono gli affreschi di scuola bizantino-campana che decorano l’interno e che costituiscono uno tra i più importanti e meglio conservati cicli pittorici dell’epoca nel sud Italia. L’epigrafe posta sulla porta centrale sintetizzava la riedificazione da parte dell’abate Desiderio quale nuovo cammino verso la verità, attraverso una discesa nella propria interiorità. Secondo il prof. Gino Ragozzino, la dedica della chiesa all’arcangelo Michele non fu dovuta solo alla predilezione che i Longobardi avevano per tale Arcangelo, ma anche contro le ostinate e radicate sopravvivenze del culto di Diana Tifatina. Il suo stare a difesa della chiesa diventava una difesa della chiesa del Dio di Gesù Cristo contro ogni reminiscenza pagana.
L’arcangelo Michele, a cui la chiesa di Sant’Angelo in Formis è dedicata, è iconograficamente una tipica pittura bizantina, comune a partire dal secolo XI. La figura si inserisce nella luce della lunetta con nella mano destra una lunga verga in forma di scettro e il globo nella mano sinistra con lettere di un greco in corsivo, con paramenti bizantini orientali, i cui limiti sono ripetuti ad eco dal contorno delle ali, dalle curve delle maniche, dall’aureola, dal volume complessivo delle chiome, dove discende ai lati una fascia. Il volto rivela serenità e con un equilibro da renderlo inumano tramite flussi di chiaroscuro, come si necessario comunicare tramite una figura angelica posta a guardia della Basilica.

Bibliografia:
Ada Campione- Il culto di San Michele in Campania- Bari -2007
Francesco Duonnolo- Come un roveto ardente- La teologia visiva della Basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis- Libreria Editrice Vaticana- 2016

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