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I manoscritti di Mons. Zurlo e l’accusa di plagio all’abate Zona

I manoscritti del vescovo di Calvi Mons. Capece Zurlo, ritrovati nel Palazzo Pratilli in Partignano di Pignataro, ci danno la conferma che l’abate di Sparanise Mattia Zona attinse ampiamente, per le opere “Santuario Caleno”( 1809), “Calvi Regia”(1803) e per “Calvi antica e moderna”,(1820) da tali manoscritti.
Il barone Antonio Ricca di Sparanise, nell’accusare l’abate Mattia Zona di plagio, scrisse chiaramente in “ Osservazioni sull’Antica Cales” del 1823 che i manoscritti di Capece Zurlo avevano “ girato per varie mani, finché occultate da uno sconosciuto plagiario avranno barbaramente subìta la prova del fuoco, dopo aver pubblicato il Santuario Caleno, inserendovi qualcosa del suo”.
Dopo dieci anni fu il canonico pignatarese Giovanni Penna a scrivere in “Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo mandamento”: “ Qui il mio leggitore desidera sapere da me come mai la storia di questa Chiesa di Calvi, opera certo di Mons. Zurlo, siasi alle stampe dall’abate Zona come fatica sua, col titolo “ Santuario Caleno”; la giustizia vuole che sia soddisfatto; a tal uopo farò una vera narrazione dei fatti”. In effetti Mons. Capece Zurlo, come riporta il Penna, nominato arcivescovo di Napoli, aveva consegnato i manoscritti, scritti negli anni tra il 1770 e il 1777, al parroco Pratilli di Partignano, incaricato a sua volta di consegnarli al successore di Zurlo, Mons. De Lucia, il quale li avrebbe passati all’abate Mattia Zona. Le accuse del barone Antonio Ricca e del canonico Giovanni Penna, quindi, consistevano in plagio, in quanto l’abate Zona aveva riportato nelle sue opere i manoscritti dello Zurlo, “ aggiungendovi qualcosa del suo”.
Antonio Martone, pur condividendo le accuse di plagio e apportando nuove prove, scrive che “ forse, l’abate Zona credeva (in buona fede?) di non plagiare i manoscritti per il fatto che non copiava interi capitoli ma prendeva un pezzo di qua, un altro di là, variava una parola, l’altra la sostituiva, anticipava o posticipava un brano, aggiungeva qualcosa di suo, inseriva una citazione; e in questo modo credeva di stare in pace con la sua coscienza. Diversamente non si spiegherebbe quella sua ostinazione a negare, quell’affermare ad oltranza la sua innocenza”.
A conferma che l’abate Zona avesse plagiato molte parti dei manoscritti di Zurlo e dei suoi collaboratori, Antonio Martone pone a confronto, in appendice del testo “ l’Abbate, il Barone, il Canonico”, alcune parti dei manoscritti di Zurlo con estratti delle opere dell’abate Mattia Zona.
Come poi i manoscritti, che il barone Antonio Ricca riferisce essere stati passati per varie mani, giunti allo Zona e finiti addirittura tra le fiamme, fossero ricomparsi negli anni ottanta del Novecento, “ smembrati” nel Palazzo Pratilli di Partignano, non ci è dato allo stato attuale conoscere.

Bibliografia:

Giovanni Penna- Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo mandamento- 1833
Antonio Martone- L’Abate, il Barone e il Canonico- Dicembre 1990- a cura della Biblioteca Comunale di Pignataro Maggiore

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