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La questione del brigantaggio postunitario non è una partita Napoli- Juve

Il brigantaggio postunitario è una problematica complessa, dovuta a diverse motivazioni storiche, che includono, anche secondo diverse zone geografiche, il legittimismo, l’aspetto sociale e quello prettamente criminale.
Pertanto, come hanno rilevato storici seri, si dovrebbe parlare di brigantaggi e non di brigantaggio, data la varietà che caratterizzò tale fenomeno, d’altronde non nuovo in alcune località dell’ex Regno delle Due Sicilie. Lo stesso Franco Molfese, che ha diffuso in maniera scientifica la questione del brigantaggio sociale, fa riferimento a tante altre componenti che lo caratterizzavano.
Dello stesso avviso è il professore Alessandro Barbero, che, pur essendo specialista di storia medievale, non è certamente uno sprovveduto in relazione a tale complessa e delicata problematica.
E’ stato giusto pubblicare e diffondere “in rete” tanti articoli per comunicare gli studi di storici seri, soprattutto in relazione alla figura di Carmine Crocco, che non era affatto un brigante sociale o presocialista. Il libro dello storico Ettore Cinnella, unico studio recente serio su tale brigante postunitario, lo dimostra con ampia e rigorosa documentazione.
Lo storico è colui che ha appreso con rigore scientifico la tecnica della ricerca storica e non ci si può improvvisare tale con lo stesso spirito di chi segue una partita di calcio da una delle due opposte curve.
A tal riguardo condivido il pensiero del professore Alessandro Barbero, che non ha cercato di imporre una propria verità assoluta, ma ha comunicato, nei confronti che ha avuto con i cosiddetti ” neoborbonici”, quanto complessa e delicata fosse, in relazione anche a diverse aree geografiche dell’ex Regno delle Due Sicilie, l’analisi storica della questione del brigantaggio postunitario.
Non ci si può appassionare a certi “primati”, perché i veri primati sono stati, in tale periodo storico, quelli mirati a costruire gradualmente una società democratica, sia essa liberale o radicale, rivolti alla conquista delle garanzie costituzionali, al superamento di un’ inaccettabile alleanza fra “Trono e Altare”.
Inoltre il Risorgimento non è iniziato nel 1860; è stato, invece, un percorso lungo da quando, nei primi anni dell’Ottocento, si intendeva avere una patria, l’Ausonia, proprio nel Sud.
Dante Alighieri, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi e tanti spiriti nobili del passato meritano ampiamente di essere annoverati tra i precursori dell’ideale risorgimentale. Lo sappiamo, o forse lo dovremmo riscoprire.
“Ahi serva Italia di dolore ostello” scriveva Dante, e tale citazione si mostra coerente con la tematica se dobbiamo confrontarci con quelli che scrivono o riscrivono la storia del Risorgimento a partire dal 1860, senza far riferimento ai moti costituzionali e rivoluzionari napoletani del 1820, del 1848, per ricordare solo due tra i tanti, ossia quelli più fortemente pregni di valenza storica.
E poi ci si rende ridicoli a propagandare un Regno delle Due Sicilie, quando è verità storica acclarata che la Sicilia odiava i Borbone tanto quanto i milanesi gli occupanti austriaci.
Se dimentichiamo e rimuoviamo dalla memoria che Messina fu addirittura bombardata dai Borbone, a cosa ci giova?
La passione prende, ma poi si ritorna alla razionalità di chi è consapevole che non stiamo giocando una partita Napoli- Juve e l’analisi storica del brigantaggio postunitario è una problematica complessa, avente componenti varie e diverse, quella legittimista, quella sociale e quella prettamente criminale.
Giova ricordare la figura più splendida di brigantaggio sociale, quella di Angelo Duca, alla cui storia si appassionò Benedetto Croce, ed è poco conosciuto proprio perché non fu un brigante postunitario, ma di anni precedenti, come tanti altri, con fini decisamente meno nobili di quelli di Angelo Duca.
Sul brigantaggio unitario non ci sono verità assolute ed è auspicabile che lo interiorizzino quelli a cui piace stare dall’una o dall’altra parte della curva.
Riguardo agli eventi tristi, deplorevoli ed esacrabili di Pontelandolfo e Casalduni, anch’ essi complessi in quanto furono preceduti da un’altrettanto tremenda strage di soldati, è utile il confronto storico ma esso diventa inutile quando ci si pone con spirito di contrapposizione tale da far passare la novantaquattrenne Maria Izzo” la più bella del paese”, stuprata dai soldati regi. Invece Maria Izzo, che aveva 94 anni, non fu stuprata da nessuno e morì ” arsa” in casa. Lo riporta il testo di Luciano Priori Friggi “Brignati contro l’Italia”, che fa riferimento ad una ricerca di Don Davide Fernando Panella, prelato della zona, che costuisce attualmente lo studio documentato dei tragici eventi storici di Pontelandolfo e Casalduni, scevro dalla vulgata di accostare i fatti di quei giorni alle stragi naziste, come è stato inaccettabilmente fatto. Per quanto riguarda la tragedia della novantaquattrenne Maria Izzo, evidentemente lo stupro di una giovane, anche se non vero, si è mostrato molto più funzionale a fomentare avversione in un dibattito storico che si è caricato di spirito da opposte tifoserie da curva, dall’una e dall’altra parte.
Qual è l’altra parte? Quella che stenta ad interiorizzare che il brigantaggio postunitario non fu solo una questione prettamente criminale e legittimistica, e che fu lo stesso Garibaldi a denunciare in maniera forte più volte, e in qualche occasione drammatica, gli errori del governo, in primis lo scioglimento dell’esercito meridionale, prima e dopo l’emblematico scontro a fuoco di Aspromonte.

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