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Il processo alla Setta dell’Unità d’Italia di Napoli

La Setta dell’Unità Italiana o Setta dell’Unità d’Italia si costituì a Napoli dopo i moti costituzionali del 1848 e si differenziava dalla Giovane Italia mazziniana, in quanto raccoglieva le proprie adesioni per lo più in ambienti di patrioti di fede monarchica. Una sorta di programma della Setta dell’Unità Italiana fu esplicitato apertamente da uno dei principali promotori, Nicola Nisco, sul giornale l’Unione dell’11 novembre 1848, tramite la seguente lettera:
“ Non credo che ad un uomo liberale possa venire più desiderato pensiero che del fare con animo franco e fronte alta la professione di fede politica, quando si ha la coscienza che il programma della propria vita riposi nei fatti e nelle parole. La sovranità del popolo svolta secondo il caso di un sistema di necessità e di provvidenza che il mondo morale regola e governa, è la mia massima fondamentale, come l’indipendenza e la nazionalità d’Italia è il principalissimo mio scopo, ed il più caro mio desiderio, perocché stimo che l’autonomia delle nazioni civili è la conseguenza necessaria della personalità dei popoli dalla quale deriva ogni sociale benessere. Zelantissimo poi dell’ordine e della prosperità duratura della nostra comune Madre Patria, l’Italia, io sono propugnatore del progresso, non della conservazione, della politica, cioè, di vita, non quella di morte”.
Il testo della lettera, che rivendicava Indipendenza, l’Unità e la sovranità popolare, pur senza far riferimento alla forma costituzionale repubblicana, non poteva, comunque, destare indagini da parte del governo che scoprì, tramite i rapporti epistolari dello stesso Nicola Nisco con Cesare Braico, Filippo Agresti, con il medico Tartaglia e con i popolani Pasquale Chiungi e Giovanni Cangiano, una diffusione di tale associazione patriottica a Napoli, soprattutto dopo che la polizia accertò che il Nisco, insieme a Giuseppe Caprio, aveva con successo propagandato tali ideali tra le stesse forze dell’ordine. Infatti, dopo l’arresto di Nicola Nisco e di Giuseppe Caprio, furono nei mesi successivi identificati e arrestati molti aderenti. Nella notte dal 16 al 17 marzo 1849 fu arrestato Filippo Agresti, che aveva rapporti con il sergente Michele Di Leo e altri militari. Il 23 giugno 1849 sarebbe stato arrestato Luigi Settembrini e di nuovo Carlo Poerio, che aveva conosciuto per le sue idee liberali il carcere già prima dei moti costituzionali del 1848. La scoperta di tale associazione avrebbe condotto agli arresti e al processo, iniziato il primo giugno del 1850, di ben 42 patrioti:
Nicola Nisco, di anni 30, proprietario;
Felice Barilla, di anni 40, sacerdote;
Filippo Agresti, di anni 52, proprietario;
Antonio Leipnecher, di anni 36, negoziante di fiori;
Luigi Settembrini, di anni 36, professore di lettere;
Michele Pironti, di anni 33, avvocato;
Michele Persico, di anni 35, negoziante;
Francesco Gualtieri, di anni 26, ricevitore della Real Strada ferrata;
Carlo Poerio, di anni 48, avvocato;
Ferdinando Carafa dei Duchi d’Andria, di anni 32, proprietario;
Gaetano Romeo, di anni 45, tipografo;
Ludovico Pacifico, di anni 40, cantante;
Cesare Braico, di anni 29, medico;
Francesco Nardi, di anni 35, sacerdote;
Giuseppe Tedesco, sacerdote;
Francesco Cocozza, di anni 35, proprietario;
Salvatore Brancaccio, di anni 66, legale;
Giovanni Di Giovanni, di anni 40, farinaio;
Giuseppe Caprio, di anni 38, falegname;
Emilio Mazza, di anni 41, servo di pena nei ferri;
Giovanni Miraglia, di anni 20, impiegato;
Vincenzo Dono, di anni 44, farmacista;
Salvatore Colombo, di anni 40, caffettiere;
Lorenzo Vellucci, di anni 23, scribente;
Achille Vallo, di anni 23, soldato congedato;
Francesco Catalano, di anni 27, proprietario;
Errico Piterà, di anni 20, calligrafo;
Salvatore Faucitano, di anni 42, appaltatore;
Gaetano Errichiello, di anni 40, fabbricante di tessuti;
Giovanbattista Torassa, di anni 52, meccanico;
Luciano Margherita, di anni 27, architetto;
Francesco Cavaliere, di anni 56, medico;
Giovanbattista Sersale, di anni 55, caffettiere;
Giovanni De Simone, di anni 38, profumiere;
Francesco Antonetti, di anni 35, commesso spedizioniere;
Pasquale Montella, di anni 44, cantiniere;
Niccola Molinaro, di anni 40, sacerdote;
Antonio Miele, di anni 35, sacerdote;
Raffaele Crispino, di anni 50, già cancelliere di Giudicato Regio;
Niccola Muro, di anni 56, cuoco;
Vincenzo Esposito, di anni 24, sartore;
Onofrio Pallotta, di anni 48, brigadiere dei Dazi Indiretti.

La discussione dibattimentale si protrasse per otto mesi, e quindi il processo si concluse il 31 gennaio 1851 con le seguenti condanne:
pena di morte per Salvatore Faucitano, Filippo Agresti e Luigi Settembrini; ergastolo per Felice Barilla ed Emilio Mazza; 30 anni di ferri per Nicola Nisco e Luciano Margherita; 25 anni di ferri per Francesco Catalano, Lorenzo Vellucci e Cesare Braico; 24 anni di ferri per Carlo Poerio, Michele Pironti e Gaetano Romeo; 20 anni di ferri per Achille Vallo; 19 anni di ferri per Francesco Nardi, Francesco Cocozza, Giuseppe Caprio, Vincenzo Dono, Salvatore Colombo, Gaetano Errichiello, Francesco Cavaliere, Giovanni De Simone e Francesco Antonetti; 6 anni di relegazione per Antonio Miele e Raffaele Crispino; 1 anno di prigionia per Ferdinando Carafa, Ludovico Pacifico, Giuseppe Tedesco, Enrico Piterà, Giambattista Torrassa; 15 giorni di detenzione per Pasquale Montella e multa di 50 ducati per Niccola Molinaro. Per Michele Persico, Francesco Gualtieri, Giovanni Di Giovanni, Onofrio Pallotta, Giambattista Sersale, Giovanni Miraglia, Vincenzo Esposito e Niccola Muro, invece, si ordinava la libertà provvisoria.
Le condanne a morte per Salvatore Faucitano, Filippo Agresti e Luigi Settembrini furono commutate, con decreto reale del 3 febbraio 1851, in ergastolo.

Bibliografia:
G. Paladino, Il processo per la setta l’”Unità Italiana” e la reazione borbonica dopo il ’48- Firenze, 1928
Domenico Capecelatro Gaudioso- Ottocento napoletano- Roma- 1971

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