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Aspetti culturali e politici nella prima storia del circondario di Pignataro

” Nel 1833 un piccolo avvenimento letterario riempiva le cronache della tranquilla vita cittadina”. In tal mondo inizia il saggio critico di Don Salvatore Palumbo sull’opera del canonico Giovanni Penna, la quale reca il titolo di ” Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo miglioramento”.
L’ex arciprete di Pignataro Maggiore, studioso, poeta e musicista, non a caso usa tale incipit in un saggio critico che dedica alla figura e all’opera del canonico Penna, in quanto colui che aveva scritto tale prima storia di Pignataro e del suo circondario era un canonico che, nella lista di Mons. De Lucia, vescovo di Calvi, era definito ” iscritto alla carboneria…irrequieto”.
In effetti, il saggio critico di Don Salvatore Palumbo è una pubblicazione di una conferenza che l’arciprete tenne nell’anno 1966 dal titolo ” Aspetti culturali e politici nel primo storico di Pignataro Maggiore, il Canonico Giovanni Penna”. Dato l’acume con cui Don Salvatore aveva affrontato alcune questioni presenti nella prima opera su Pignataro, apportando anche nuova documentazione, nell’anno 1988 il contenuto di tale conferenza, divenne il saggio introduttivo alla ristampa dell’opera che il Penna aveva dedicato a Pignataro e al suo circondario, stampato per la prima volta a Caserta nell’anno 1833.
Nella prima parte del saggio sono fornite le prime notizie biografiche sul canonico di Pignataro, il quale, nato il 20 ottobre del 1754, era figlio di Giuseppe, che era stato sindaco di Pignataro nell’anno 1766, e Giovanni ci fa sapere con orgoglio che durante il mandato di suo padre si era proceduto a lastricare le vie interne di Pignataro. Il Penna studiò nel seminario di Calvi, dove conobbe il vescovo Giuseppe Capece Maria Zurlo, che prese a ben volerlo e lo volle accanto a sé come segretario. Anche quando divenne Arcivescovo di Napoli, Zurlo lo condusse a Napoli, apprezzando le sue doti di studioso. La morte del fratello Carlo, nel settembre 1802, lo richiamò a Pignataro e nel 1806 fu nominato canonico della cattedrale. Aprì in paese una scuola per istruire i giovani, ma gli fu imposto di chiuderla. Verso il 1827 diede inizio alla composizione della sua opera di storia locale, che avrebbe terminato e pubblicato nel 1833. Giovanni Penna si spegneva il 30 maggio dell’anno 1837.
L’opera storica del canonico non riguardava solo Pignataro, ma anche tutto il circondario che, nella divisione amministrativa di quegli anni comprendeva Partignano Giano, Pastorano, S. Secondino, Pantuliano, Camigliano, Vitulazio, Bellona, Calvi, Rocchetta e Croce, Sparanise.
Il canonico intraprese una battaglia per favorire la scuola e la cultura in genere, aprendo una sua scuola che fu chiusa. Proprio alle motivazione della chiusura della scuola si interessò Don Salvatore Palumbo, il quale ne ricercava le cause, interrogandosi su varie ipotesi, tra cui il sospetto dei Borbone per la scuola e la cultura nei tempi in cui si annunciavano idee nuove e rivoluzionarie. Cosa rendeva sospetta alla polizia borbonica la scuola del Canonico Giovanni Penna?
Lo stesso storico locale ne parla con parole piene di tanta disillusione:
“Dopo la morte di mio fratello, accaduta il 5 settembre 1802, mi rimpatriai; e sebbene avessi portato con esso me le mie imperfezioni, che con il mutar del cielo non si cambiano, purtuttavia con ogni studio incominciai ad istruire alcuni figliuoli.
Ma il demonio che s’oppone sempre al bene, frastornò un’opera così santa e così accetta a Dio, venendomi impedito l’insegnare e l’istruire. Come questo sia stato, non saprei io dirvi se non che fu così. Sospettai qualche calunnia, ma qualunque fosse stato il motivo, il fatto è certissimo e così va la cosa, ben potete pensare quanto dispiacere ne sentissi; però se essere sincero ed accurato ecclesiastico e non essere adulatore, né iniquo uomo è colpa, confesso in ciò aver peccato; ma di tal peccato non chiederò mai perdono.”
Parole nobili piene di dignità che non potevano non incuriosire Don Salvatore Palumbo, il quale decise di andare a fondo della questione, riuscendo a trovare un rapporto di Monsignor De Lucia sui sacerdoti della diocesi di Calvi bollati quali “carbonari” e il canonico Giovanni Penna vi figurava, come premesso, iscritto alla carboneria…irrequieto”.
Don Salvatore Palumbo ci conduce ad analizzare il contesto storico del periodo al fine di comprendere chi avesse impedito al canonico Penna di insegnare e istruire e perché.
Il Penna era vissuto accanto a colui che sarà l’arcivescovo di Napoli nel periodo della Repubblica Napoletana del 1799 e non possiamo non fare riferimento a tale figura per comprendere non solo il contesto storico, ma anche la misura in cui il rapporto tra il Penna e Zurlo fosse stato più o meno stato decisivo per influenzare le attività di iniziative sociali del Canonico tali da attribuirgli la fama di irrequieto e carbonaro.
Il cardinale Zurlo ebbe rapporti difficili con il potere costituito borbonico e con la S. Sede in diverse occasioni, ma ciò che gli fu rimproverato decisamente è non avere usato tutto il suo prestigio per screditare la Repubblica Napoletana. Come scrive Don Salvatore Palumbo:
“Il vecchio cardinale si era trovato impigliato nelle vicende della Repubblica Partenopea.
C’era stato in Lui un gesto coraggioso , ma certamente non in linea con la politica della S. Sede a quel tempo.”
In effetti il Cardinale Zurlo non sottostava in maniera celere alle pressioni della S. Sede allorché le truppe del restauratore Cardinale Ruffo insidiavano le sorti della Repubblica Napoletana.
Il cardinale napoletano “aveva pubblicamente anatematizzato l’esercito della S. Fede organizzato da un altro cardinale, Fabrizio Ruffo, in Calabria, per attaccare la Repubblica Partenopea; come abbia agito così, dimenticando le persecuzioni della rivoluzione francese, l’incarceramento di Pio VI non riusciamo a spiegarcelo.”
Forse – prosegue Don Salvatore Palumbo – fu la presenza di sacerdoti fra le personalità maggiori della governo repubblicano napoletano (uno dei martiri del 1799 fu un Sacerdote: il Conforti).
In effetti alla Repubblica Napoletana del 1799 avevano dato il sostegno e preso parte in maniera attiva tanti sacerdoti e vescovi: oltre Francesco Maria Conforti ricordiamo Mons. Giuseppe Andrea Serrao, Mons. Michele Natale e Mons. Francesco Saverio Granata, Marcello Eusebio Scotti, Antonio Scialoja, martiri della breve esperienza della Repubblica Napoletana.
Don Salvatore Palumbo così prosegue in tal modo al riguardo: “La reazione borbonica, abbattuta la Repubblica Partenopea, non risparmiava il novantenne Cardinale Zurlo. La ingenerosa corte borbonica, senza trovare negli anni del cardinale un’attenuante, lo esiliava a Montevergine dove moriva due anni dopo, il 31 dicembre 1801″.
A questo punto Don Salvatore Palumbo ritiene molto probabile che le disgrazie del Cardinale Zurlo abbiano pesato anche sul nostro Canonico Giovanni Penna, il quale aveva vissuto tutte le sue vicissitudini in stretto rapporto con lui a Napoli. Don Salvatore Palumbo esclude un’imposizione da parte della diocesi di Calvi, in quanto “in qualunque anno vogliamo porla, non si sfugge all’anno lunghissimo dell’episcopato di Mons. De Lucia (1792-1829); ora il nostro Penna nella sua opera dedica molte pagine a questo Vescovo, che, anche se non hanno il tono di profonda ammirazione e venerazione di quelle dedicate al Cardinale Capece Zurlo, tuttavia sono sempre elogiative. Avrebbe egli scritto quelle pagine, se a quel vescovo risaliva quel provvedimento che lo colpiva così duramente, la chiusura della scuola?
E’ difficile pensarlo e quindi si potrebbero, tramite gli indizi, individuare tre ipotesi plausibili.
La seconda ipotesi plausibile va ricercata nella sensibilità del Canonico Penna per le condizioni del “basso popolo” che egli descrive nella sua opera con dettagli per rimarcare quanto “tali nostri uguali o nostri fratelli conoscessero fatiche dure, eccessive, ingiustizie essendo la loro sorte già segnata dalla nascita”.
Dal saggio di Don Salvatore Palumbo, pertanto, emerge altresì che il Penna era un uomo che guardava in anticipo alla questione sociale con l’occhio del sacerdote sensibile alla miseria umana, ma che non chiudeva nel suo animo la disapprovazione verso l’ordine costituito che gli sta innanzi, bensì alzava la voce in favore degli oppressi quando nessuna voce si levava.
“E’ questo- aggiunge testualmente Don Salvatore Palumbo- il lato più umano del Canonico Penna, che lo avvicina ai nostri tempi, ce lo rende più simpatico. E’ bene che anche i Pignataresi di oggi sentino e meditano sulla parola scritta, 140 anni or sono, da questo sacerdote.”
Don Salvatore Palumbo scriveva tali nobili riflessioni, proseguendo in tal maniera:
“Ma mi domando: non erano questi i fermenti che avevano agito nella Rivoluzione Francese? Una migliore giustizia sociale di fronte alle classi privilegiate”. Quindi quale seconda ipotesi ritroviamo la sensibilità verso il popolo non gradito all’ordine costituito.
La terza ipotesi concerne la simpatia del Penna per Mario Pagano, uno dei martiri della Repubblica Napoletana del 1799. Il Penna a pag. 266 della sua opera, in una nota ci comunica che egli aveva scritto delle dissertazioni, due delle quali erano state pubblicate in un libro del barone Ricca sotto il nome di Mario Pagano, l’illustre giurista condannato nel 1799, nobile vittima della rivoluzione partenopea.
E’ un indizio molto sintomatico: avrebbe posto i suoi scritti sotto quel nome, se quel nome non gli avesse ispirato profonda simpatia?” si chiede ancora l’ex Arciprete di Pignataro.
Anche queste ultime parole di Don Salvatore Palumbo ci confermano che il Penna era un sacerdote molto serio nell’affrontare tematiche storiche delicate e anticipatrici della questione sociale.
Una polemica dura derivò dal fatto che il Canonico nel suo testo dedicava un centinaio di pagine al tema dell’istruzione impartita nel seminario diocesani di Calvi, criticando duramente i sistemi pedagogici ed educativi impartiti .
Il Rettore del Seminario, i professori e il Vescovo stesso lo ritennero uno scandalo per cui il libro era da proibire e da scoraggiare in tutti i modi la sua diffusione.
Il libro del Canonico Penna offuscava il buon nome del Seminario e il canonico teologo Filippo Sgueglia, rettore del Seminario, in un documento in latino del 10 maggio 1834, ne chiedeva il sequestro di tutte le copie”, proponendo che l’autore fosse sospeso a divinis finché non avesse presentato in curia tutte le copie del suo libro sequestrato”.
Le accuse del Penna furono considerate velenosi morsi dei maldicenti e il suo libro opera di un cane rabbioso. Conseguentemente fu molto difficile trovare il saggio storico di Giovanni Penna per tanti anni. Solo nell’ottobre del 1988 l’Editrice Atesa di Bologna riuscì in qualche modo a trovarne una copia per farne una riedizione anastatica. Quindi un testo di storia che va oltre la storia del paese natìo, a cui, comunque dedica una sessantina di pagine.
Circa l’origine di Pignataro e del suo circondario, il canonico Penna, scrive che “ alcuni di questi Villaggi ebbero origine dopo il Mille, alcuni forse più antichi, soffermandosi su Pignataro dalla pagina 165 del testo, e specificamente sulla Chiesa di S. Giorgio al cui riguardo ci parla della pergamena n. 3792 dell’Archivio Arcivescovile campano, sulla vecchia chiesa di S. Maria della Misericordia e sulla Cappella di S. Maria Lauretana. Nel prosieguo Penna ci parla del monastero dei frati alcanterini, dell’iter della costruzione del convento, che proseguì nonostante la morte di Mons. Filippo Positano, che ne aveva voluto la costruzione. Seguono notizie sulla chiesa di Grazzano, su quella di Partignano prima di addentrarsi nell’analisi storica delle arti e del commercio.
Tuttavia è la parte dedicata alle origini del toponimo Pignataro che ha attirato l’attenzione degli storici locali. Penna ne accenna a pag. 205, scrivendo “ L’origine di questa patria mia s’ignora affatto, e resta occulta sotto una scura notte per mancanza di scritture”. Tuttavia il canonico non si perde d’animo, cercando tra le pergamene dell’Archivio Arcivescovile e trovando la pergamena 2427 del 1268. Scrive testualmente Penna: Eravasi in quel tempo una civile famiglia detta Pignataro, di cui si fa degna commemorazione in esse Pergamene, nelle quali si trova: a campo Pignataro, a mio intendimento dal nome del territorio ritrae il suo nome.” Quindi per Penna è la famiglia Pignataro che trae il suo nome dalla Villa di Pignataro e non viceversa.
La seconda parte del testo non poteva non contenere informazioni su Calvi Antica nel periodo in cui era colonia dei Romani, sulla Calvi longobarda e sui suoi preziosi monumenti.

Riferimento bibliografici:
Don Salvatore Palumbo- Conferenza tenuta nel Palazzo Vescovile di Pignataro Maggiore nel novembre del 1966, pubblicata sul Pino numeri 3 e 4, anno 1972 e saggio introduttivo della ristampa di ” Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo miglioramento”- anno 1977;
Giovanni Penna- Stato antico e moderno del circondario di Pignataro e suo miglioramento- prima edizione- 1833

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