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La peste del 1656 nel casale di Pignataro

L’epidemia di peste del 1656, scoppiata in maniera micidiale soprattutto in Liguria e nel Regno di Napoli, colpì in maniera molto dura tutti i casali della Diocesi di Calvi. Infatti, leggendo la Relazione ad limina di due anni precedenti, precisamente del 13 giugno 1654, gli abitanti dell’intera Diocesi di Calvi erano circa 3300, con Pignataro che allora era il casale più popolato e annoverava 1060 anime. Pignataro costituiva anche il centro della Diocesi in quanto Mons. Gennaro Filomarino lo aveva scelto come sede della sua abitazione fin dagli anni venti del Seicento e proprio verso la metà del secolo aveva definitivamente abbandonato il Palazzo vescovile di Calvi sito accanto alla Cattedrale. Fu il vescovo Falcucci, nella Relazione ad limina dell’anno 1659, tre anni dopo la peste, a rimarcare come l’intera Diocesi fosse stata duramente colpita dalla calamità in termini di perdita di vite umane. Il vescovo scriveva infatti che “ la Diocesi, per la contagiosa calamità, si temette che sarebbe rimasta abbandonata dalla gente, mentre il morbo privò della vita quasi 1500 persone. Quindi durante la peste dell’anno 1656 perì quasi la metà della popolazione della Diocesi di Calvi.
“All’inizio della peste- annotava ancora Mons. Falcucci in latino- visitai la Diocesi; quando cominciò a farsi sentire la violenza del morbo, affinché i cadaveri non fosse privati della sepoltura ecclesiastica, stabilii che, in ciascuno dei casali, li tumulassero nei cimiteri e nei sepolcri, raccomandando ai Parroci che ciascuno adempisse con diligenza e pietà al proprio dovere, cosa che fu eseguita”. In relazione al casale di Pignataro, una convenzione fra i due Eletti del casale, Francesco Russo e Jacopo Giuliano, e il vescovo Francesco Falcucci stabiliva che i morti per peste fossero sepolti nella chiesetta di Grazzano, lontana dal centro dell’abitato. Il casale di Pignataro, che nell’anno 1656 contava 1060 anime, nell’anno 1658, due anni dopo la peste, dimezzava quasi la popolazione con un numero di abitanti tra i 544 e i 680.
I registri parrocchiali non hanno trasmesso della gravità della strage che un “pallido ricordo”, come scrive testualmente Antonio Martone. Infatti per Pignataro, che perdeva nella peste dai 400 ai 500 abitanti, il libro dei defunti, ne riporta solo tre, Pompeius filius qm Lucae De Vita, Aetatis suae annorum 65 in circa, Loisa uxor preditti Pompei de Vita, Margarita filia Laurentii de Vita .
A distanza di oltre un secolo da tale evento terribile, precisamente nell’anno 1772, il dottor Cesare Coppola regalava alla nuova chiesa di Santa Maria della Misericordia una tela, di autore ignoto, in cui è raffigurato proprio l’episodio della peste nel casale di Pignataro. Il quadro è presente nella sede degli Amici della Musica presso il Palazzo Vescovile di Pignataro Maggiore. Esso è stato riprodotto sulla copertina del volume di Giampiero Di Marco, dal titolo ” Terra di Lavoro nell’anno della peste”.
Chi fosse tale dottore non è stato possibile definire. Antonio Martone ipotizza che fosse ” un napoletano chiamato da Zurlo alla sua corte vescovile”. Infatti, vescovo di Calvi era nell’anno 1772 Mons. Giuseppe Maria Capece Zurlo, che ebbe tale incarico dal 1756 al 1782, prima di essere nominato Arcivescovo di Napoli.

Bibliografia:
Antonio Martone- Storia di Pignataro in Età Moderna- Il Seicento(seconda metà)- Giuseppe Vozza Editore- 2017

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