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Le infermiere garibaldine

La figura di Giuseppe Garibaldi è indissolubilmente legata alle sue imprese sui campi di battaglia. Ma anche con il gentil sesso dimostrò di saperci fare. Era affascinante e carismatico, e ammaliava chiunque si specchiasse nei suoi occhi. Le donne di tutte le estrazioni sociali d’Europa e d’America del sud cadevano ai suoi piedi tanto da essere ribattezzato da Luca Goldoni “l’amante dei due mondi”.
Nel risalire la pianura campana verso Calvi per incontrare Vittorio Emanuele II, Garibaldi era accompagnato da due donne che avrebbero svolto il compito di “consolatrici dei feriti sui campi di battaglia”: la contessa italiana Maria Martini Giovio della Torre e l’inglese Jessie White Mario.
Maria Martini, all’anagrafe Maria Luisa Alessandra Flavia Canera di Salasco, 30 anni, era colta, aristocratica e bella. Nello specifico, aveva un volto perfetto, due occhi neri e un fisico atletico. Vestiva sempre alla militare ed incantava i combattenti garibaldini. Nel maggio del 1854 a Londra s’incontrò la prima volta con Garibaldi e se ne invaghì pazzamente.
L’altra, Jessie Jane Meriton White, 28 anni, inglese di nascita, nel settembre del 1854, con Emma Roberts, effettuò un viaggio a Nizza e in Sardegna per una caccia al cinghiale; in quella occasione visitò Caprera e, fortemente attratta dalla personalità di Garibaldi, decise di restare in Italia e di dedicarsi alle lotte per l’indipendenza. Nel 1857 sposò il rivoluzionario Alberto Mario. Patriota e scrittrice, alta di statura, dai lineamenti marcati e dal portamento altezzoso ma non di certo avvenente, indossava spesso abiti da uomo con la giberna al fianco e raccoglieva la sua folta chioma in un cappello.
Nel primo mattino del 25 ottobre 1860, sulla strada che da Triflisco conduceva a Calvi, lo stato maggiore si ricongiunse con la Contessa a Partignano, frazione di Pignataro Maggiore. Camminava coraggiosamente a piedi perché la sua carrozza non aveva potuto attraversare i ponti alla Scafa di Formicola a causa della loro mal costruzione.
L’aristocratica piemontese indossava la divisa invernale di panno grigio delle Guide di Garibaldi decorata con una treccia ussara, con una giacca che le scendeva fin sotto il ginocchio in sostituzione della lunga veste sciolta e con le insegne di ufficiale superiore sulle maniche.
Arrivati a Calvi, Maria Martini e alcuni ufficiali si stabilirono nella locanda a Taverna Mele a Visciano e, dopo ripetute ricerche, trovarono una oste improvvisata, una signora grassa, che acconsentì alla loro richiesta di ammazzare e cucinare dei polli. Il semplice pranzò fu accompagnato e reso più “frizzante” da un pò di vino.
Verso le 18:00, al calar delle tenebre, i soldati radunati al bivio di Calvi erano pronti a marciare verso nord preceduti dalla diligenza requisita alla Posta Reale. All’interno, dovevano prendere posto Francesco Vigo Pellizzari, molto sofferente per una dissenteria, la Contessa, il vecchio conducente delle poste e un soldato della Brigata Milano; all’esterno, il postiglione e un altro soldato. I cavalli degli ufficiali dello stato maggiore erano già sulla Strada Regia di Venafro (l’attuale Casilina), quando improvvisamente nel cortile della taverna si udirono due colpi. Erano due soldati inglesi che si erano feriti in una rissa. La contessa, in un impeto di zelo, si adoperò per soccorrere i malcapitati nella corte dello stabile seguita da un medico-chirurgo inglese da lei salutato calorosamente. Contestualmente arrivò il medico Francesco Ziliani con l’ambulanza e, nell’avvicinarsi agli sventurati per prestare le prime cure, fu accolto con aggressività e maleducazione dal duo italo-inglese. Ziliani rispose allo stesso modo soprattutto alla contessa che si lamentò con il Rustow, ma il brigadiere ritenne opportuno non intervenire nelle loro discussioni ignorando l’accaduto.
Le truppe ripresero la marcia in colonna e, raggiunta la meta prestabilita, si raccolsero per trascorrere la notte nei boschi tra Calvi e Caianello. I bagliori di grandi falò accesi a destra e sinistra della strada illuminavano a giorno ogni angolo del bivacco. Il Dittatore si addormentò in un grande pagliaio con la testa appoggiata sulla sella del suo cavallo.
Nelle prime ore del giorno successivo, 26 ottobre 1860, Garibaldì comunicò ai suoi ufficiali di avanzare sulla strada di Venafro.
Era ancora buio e, nel conversare con Garibaldi, il Rustow notò la presenza di una persona non riconoscibile che si muoveva in mezzo alla paglia.
In prossimità della carrozza, miss Jessie White si avvicinò al brigadiere e gli chiese il permesso di sedersi all’interno. Le fu concesso di accomodarsi accanto al vecchio conducente e al soldato di guardia. Era lei la persona non riconosciuta in precedenza che aveva trascorso la notte nel pagliaio vicino a Garibaldi.
Percorsi pochi passi per impartire ordini, il Rustow ritornò vicino alla diligenza e trovò Jessie già seduta insieme ad un individuo con un cappello a cilindro. L’uomo fu invitato a lasciare il posto occupato abusivamente perché non assegnato a lui.
La contessa, intanto, chiese in modo perentorio al brigadiere di far scendere Jessie White dalla carrozza. Le due donne si detestavano a vicenda senza farne troppo mistero perché l’italiana era bella e la straniera rientrava tra le grazie di Garibaldi. Consapevole di ciò, il prussiano, lasciò Maria Martini all’esterno e collocò Jessie all’interno con la certezza che quest’ultima fosse rimasta al suo posto nonostante le pressanti richieste della contessa.
Il Rustow si allontanò adottando tutte le precauzioni possibili e successivamente guardò bene dall’avvicinarsi alle contendenti per evitare ulteriori problemi.
Trascorso un pò di tempo, dal lato più lontano della diligenza, una banale discussione tra le due infermiere sfociò in un violento litigio. Le due signore passarono dalle parole ai fatti: volarono pugni, calci, e anche qualche morso. I soldati presenti in loco intervennero per separare le litiganti e riportare la situazione alla calma.
Dopo lo storico incontro di Garibaldi e Vittorio Emanuele II, le camicie rosse ritornarono agli accampamenti di Calvi.
Il Dittatore stabilì il suo quartier generale nei pressi della Cattedrale. Qui confidò alla White Mario la delusione per la rapidità con la quale i piemontesi si erano impossessati della sua impresa («Jessie, ci hanno lasciato alla coda»). Proprio dalle confessioni di Calvi l’eroe dei due mondi inizierà quel processo di revisione dell’incontro che lo porterà nel 1868 a scrivere “non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate da popoli che mi ritengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano”.
Quella sera Garibaldi, Jessie White e Alberto Mario dormirono su un pò di paglia in un “tempietto” di Calvi Vecchia.
Gli Ufficiali dello Stato Maggiore, invece, ripresero possesso della locanda di Calvi occupando due camere al 1° piano del fabbricato utilizzate prima come deposito di una fabbrica di carta. Il “singolare” mobilio era costituito da un misero tavolo, una lampada fumosa per illuminarsi e dei pacchi di carta per sedie. Le guide, con il fieno presente in abbondanza, prepararono i letti; Maria Martini, Francesco Vigo Pellizzari e Friedrich Wilhelm Rustow occuparono la camera più piccola e gli altri ufficiali passarono la notte nella più grande.
Il 27 ottobre le due donne trascorsero la giornata e la notte nei rispettivi accampamenti, distanti qualche chilometro l’uno dall’altro. Il giorno successivo i 5000 soldati della spedizione ritornarono a S. Angelo e la marcia si concluse senza ulteriori incidenti tra le due infermiere.
L’ultimo episodio che merita di essere menzionato nei tre giorni di permanenza a Calvi “dell’amante dei due mondi” è legato ad una nobildonna calena. Narrava la sig.ra Anna Mele di Calvi Risorta, la cui nonna aveva assistito all’arrivo delle camicie rosse a Zuni, che Garibaldi avrebbe trascorso una notte (il 26 o il 27 ottobre) nel palazzo baronale dove avrebbe tentato un approccio con la baronessa. Inoltre, ricordava che il Dittatore punì severamente con la fucilazione uno dei suoi soldati, ma non sapeva se per motivi passionali o per aver compiuto razzie, e gettato il suo corpo in un pozzo che la nonna era solita indicare ai familiari nei pressi della sua casa di campagna.

Lorenzo Izzo

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