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Gli ultimi anni di vita di Scorpio e la richiesta di adesione al Fascismo

Con accuse di peculato e concussione e ridotto al ruolo di consulente, Scorpio non aveva stimoli né le forze. Abbandonato da amici e parenti, Scorpio assistette all’inesorabile declino delle sue fortune, insieme a quelle del gruppo a cui era legato. Convinto di essere stato protagonista di una vita che non aveva premiato i suoi meriti, gli anni gli apparivano sempre più come una concatenazione di congiure ai suoi danni, tramate da psudo-amici in un ambiente meschino.
Negli ultimi anni di vita si avviava per lui un declino anche fisico, in quanto era spesso ammmalato con ben nove figli per cui si ritirò a Pignataro Maggiore nella casa del padre Giuseppe, lasciando l’abitazione che aveva anche a Caserta.
Essendo un ambizioso, Bartolomeo Scorpio, negli anni di solitudine a Pignataro Maggiore, non riandava al pensiero di ciò che era, comunque, riuscito a realizzare: la costituzione di una Società Operaia, di un Consolato Operaio Campano e di una Banca Cooperativa. Aveva mancato l’elezione a deputato alle elezioni politiche del 1891 nel collegio di Sessa Aurunca, e pertanto le sue ambizioni erano rimaste ingabbiate in un ambito provinciale di cui si sentiva non appagato per le potenzialità che avrebbe potuto dare alla politica nazionale, di cui pure si era occupato. Quindi, ad un uomo tale sembrava che la vita avesse sottratto molto, e, in relazione ai suoi meriti, tutto gli appariva come una sorta di congiura ai suoi danni, messa in atto da “ una piccola ma malvagia e vendicativa falange socialistico-massonico”, che aveva, secondo lui, i mandanti nella “ sudicissima Propaganda di Napoli” e il “ gabinetto di Palazzo Braschi”.
Nel gennaio 1923, qualche mese prima del suo decesso, in una lettera indirizzata a Michele Bianchi, segretario generale del Ministero dell’Interno, Scorpio chiedeva aiuto, invocava giustizia, rivalutazione e rivalorizzazione, scrivendo parole di assoluto rammarico per l’ingratitudine e dichiarandosi vittima di una congiura del silenzio immeritata.
Con Michele Bianchi Scorpio aveva in comune un’adesione giovanile alle idee laiche di derivazione massonica, che poi erano maturate nello stesso clima culturale delle logge, seppur in luoghi diversi, essendo Bianchi calabrese. Ancora di più Bianchi aveva un passato speso nel giornalismo, collaborando con “l’Avanti”.
Intendeva, tuttavia, far conoscere la sua voluminosa opera : “Lo Stato nella Storia, nelle dottrine, nelle funzioni “, un lavoro di più di mille pagine in cui aveva dato il meglio del suo studio sulle varie forme di governo, mostrando la sua propensione per l’ideale mazziniano.
Scorpio scriveva testualmente a Michele Bianchi:
“In attesa da anni che la fortuna respexisset inertem, vedo che essi incalzano: onde l’urgenza di rompere la congiura del silenzio ed invocare giustizia rivalutazione e rivalorizzazione a Lei, uno dei maggiori antistanti a quel trono che il Fascismo ha eretto, e che di questa stata sinora troppo umile Italia fia salute.
Le presento il mio volume sullo “ Stato nella Storia , nelle dottrine, nelle funzioni”.Nel libro emerge chiara la mia posizione intellettuale e scientifica: antisocialista= mazziniano=statolatra. Ce n’era per aver le barricate contro, specie delle diverse invide, sorprese, sconcertate democrazie, da allora e ahimé tuttora imperanti[…]Eccellenza, nel mio libro vi sono concessioni organiche intorno a ciò che sia, a ciò che dovrebbe essere lo Stato autoritario, funzionale, che ora, in una parola, è detto Fascista. Dunque Le chiedo un atto una volta detto di giustizia.[…] Tutte le democrazie liberali o diversamente aggettivate, succedutesi, con vece alterne, al governo dell’amministrazione provinciale di Terra di Lavoro, unica fucina della politica prevalente, mi hanno sfruttato, mi hanno fatto vittima, causando a me e alla mia famiglia innumerevoli e irreparabili danni, e ciò adottando il più perfido sistema, quello della congiura del silenzio, che uccide, senza che la vittima possa reagire nella sua lenta agonia asfittica. Si figuri che, oltre all’alto ufficio guadagnato per la via più chiara, e tenuto con dirittura di schiena e purezza di mani per sette anni, e poi dovuto lasciare in cambio del presente di avvocato e consulente dell’amministrazione provinciale, per una scelleraggine massonica socialista[…] metto a disposizione di V.E. e del Fascismo questo resto di attività che le mie forze consentono”
Certamente alcune parole risentono della volontà di non arrendersi e voler dare un seguito al suo impegno politico, rimarcando, tuttavia, un accostamento improprio del contenuto della sua opera maggiore al credo del movimento fascista, ma era ormai un uomo poco lucido e prossimo alla morte.
Bartolomeo Scorpio, uno dei protagonisti della democrazia radicale dell’Ottocento, si spegneva a Pignataro Maggiore nel 1923 all’età di 77 anni. Prima di morire, Scorpio abiurò la sua fede massonica, si avvicinò alla religione cattolica e fece bruciare tutti i suoi numerosi scritti inneggianti alla Massoneria, dato che aveva, nel corso degli anni, raggiunto il 33° grado, il livello più alto della società massonica. Tra le sue ultime disposizioni, espresse il desiderio di essere seppellito a Pietravairano, dove riposavano i suoi avi.

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1 comment for “Gli ultimi anni di vita di Scorpio e la richiesta di adesione al Fascismo

  1. GIUSEPPE
    1 Dicembre 2018 at 11:31

    Non vorrei essere in errore, ma Scorpio é deceduto nel 1924 non nel 1923

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