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“La fine dell’uguaglianza” nel pensiero di grandi sociologi ed economisti

Se viene meno l’uguaglianza, se si decreta la sua fine, sono messi in discussione quei valori primari, fondamentali della costituzione, le grandi conquiste dell’era moderna. Tale rischio ci riporterebbe indietro all’epoca anteriore alla Rivoluzione americana e a quella francese, che hanno segnato l’inizio dell’epoca moderna.

Per Vittorio Emanuele Parsi, autore di ” La fine dell’uguaglianza” non vi sono dubbi al riguardo: “senza uguaglianza la libertà si chiama privilegio” e la democrazia viene colpita nei suoi fondamenti. L’ uguaglianza di tutti è l’essenza della democrazia dei moderni . A tal riguardo Parsi pone l’accento sulla differenza tra l’uguaglianza di Pericle “ l’uguaglianza tra i pochi “ e quindi di fatto fondata sull’esclusione, e quella moderna di Jefferson che postula fondamentalmente l’inclusione. Infatti le conquiste delle Grandi Rivoluzioni, quella americana e quella francese, si pongono quale definitivo taglio, separazione con la società dell’antico regime.
Quindi la «fine dell’uguaglianza» a cui allude Parsi non è il venir meno di un improponibile egualitarismo, quanto il serio rischio di una ” fine “di quegli ideali che sono alla base della democrazia moderna” e l’autore lo esplicita bene nelle prime pagine dell’omonimo testo allorché scrive : «La sostanza della promessa democratica consisteva – e ancora consiste – nel far sì che i vecchi privilegi, abbattuti grazie all’azione congiunta di democrazia e mercato, non venissero sostituiti da nuovi privilegi questa volta costruiti proprio dall’azione economica delle dure leggi del mercato. La società dell’uguaglianza non avrebbe mai dovuto cedere il passo al ritorno della società dei privilegi, e ciò sta succedendo, è successo.
Se il mercato e la democrazia sono riusciti a procedere insieme, ciò che caratterizza gli ultimi anni è il procedere in maniera diversa, se non opposta, tra uguaglianza e mercato con quest’ultimo che ha perso quella carica etica, diventando un idolo nel momento in cui la libertà del mercato è diventata la dittatura di un mercato senza etica e senza regole. Infatti, procedendo nella lettura, si avverte tutta la nostalgia per il “ New Deal” di Roosevelt, un invito a ricercare le condizione per un contemporaneo New Deal. Parsi traccia un anche un parallelo tra la Grande Depressione degli anni Trenta e il nostro difficile presente, sottolineando le similitudini tra i due momenti storici.
Nel corso della crisi degli anni Trenta i leader politici europei e americani scelsero di uscire dalla crisi attraverso una profonda redistribuzione della ricchezza dai più ricchi ai più poveri, e inaugurando così un’epoca di straordinario sviluppo economico e di benessere diffuso, mentre oggi i loro eredi appaiono incerti sulle soluzioni da adottare.
La lezione che Parsi invita a riscoprire è quella del liberalismo di Einaudi e Erhard, con una proposta concreta di una tassa sulle transazioni finanziarie che riequilibri i rapporti di forza tra finanza ed economia reale e più in generale un nuovo incontro tra libertà e uguaglianza.
Con altre argomentazioni che derivano da studi seri e riferimenti ad altri sociologi ed economisti internazionali, Zygmunt Bauman evidenzia in maniera convincente perché è giusto opporsi alla disuguaglianza e contrastare le politiche ingiuste basate su una distribuzione della ricchezza in maniera talmente disuguale da non permettere l’accesso alle istruzione da parte di tanti giovani pur meritevoli, ma privi delle opportunità, delle possibilità. Bauman parla di una disuguaglianza talmente radicata nelle menti da costituire un vero e proprio “dogma dell’ingiustizia” che è tenuto lontano dal dibattito politico, come se fosse un retaggio di un socialismo utopistico, di una società utopica descritta nella “Città del Sole” di Tommaso Campanella.
Opporsi alle disuguaglianze non significa ritornare senza una riflessione critica alle ideologie del Novecento, ma interrogarsi su quelle che sono le politiche sociale ed economiche che hanno determinato la disuguaglianza, affossando di fatto tante potenzialità umane a cui è impedito l’accesso alle opportunità di partenza. Bauman constata, in accordo con altri sociologi ed economisti, che la coesione sociale e lo stesso benessere collettivo in termini di felicità sono in relazione alla maggiore o minore grado di uguaglianza. Più coesione sociale e maggior benessere collettivo in relazione al felicità sono collegati all’uguaglianza, mentre la disuguaglianza si mostra terreno più che fertile per il disagio sociale, l’assenza di senso civico ed etico collegato all’egoismo. Quindi si mostra necessaria ciò che si definisce policy, ovvero la ricerca di strategie volte a contrastare l’iniquità e favorire riforme a favore delle stesse opportunità di partenza per tutti. Zygmunt Bauman cita uno studio del 2013 dell’Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo (World Institute for Development Economics Research) dell’Università delle Nazioni Unite il quale riferisce che nel 2000 l’1 per cento delle persone adulte più ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse globali, e che il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. La metà inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l’1 per cento della ricchezza globale. Dati che provocherebbero lo sdegno di tutti i grandi pensatori del settecento, dell’ottocento e del novecento protagonisti delle lotte per l’uguaglianza politica e sociale.
Ma è nell’ambito della stessa Nazione che i partiti, soprattutto quelli di sinistra, i partiti socialdemocratici non sono riusciti a conservare una visione complessiva del bene comune, dimenticando che la lotta alla disuguaglianza è collegato anche ad un aspetto educativo ed etico mirato alla partecipazione, alla cittadinanza attiva di tutti, all’inclusione e non all’esclusione sociale.
Richard Wilkinson e Kate Pickett, nell’opera ” La misura dell’anima”, analizzano perché le diseguaglianze rendono le società più infelici”, additando anche le politiche economiche dei Paesi che hanno dato un chiaro indirizzo di scelte economiche ugualitarie : Svezia e Giappone, nazioni esemplari nell’opporsi alle politiche economiche degli Stati Uniti e dell’Europa, che hanno determinato un così rilevante livello di disuguaglianza.
L’originalità, tuttavia del lavoro di Wilkinson e Pickett consiste nel comunicare che la diseguaglianza è considerata il principio dei tanti malesseri sociali della società post moderna in quanto produce non solo disagio sociale ma disagio psicologico, spirituale per alcuni versi. Più violenza, più ignoranza, maggiore disagio psichico da parte di chi subisce la disuguaglianza comporta non solo più problemi per la società, ma per gli stessi ricchi e benestanti, che nella rincorsa sempre più spasmodica di accumulare, si trovano in un circuito dell’avere perverso pieno di infelicità e di solitudine. Potrebbe sembrare una tesi ardita quella di Wilkinson e Pickett, da ” luogo comune” che la ricchezza non fa la felicità, ma gli autori lo dimostrano con cifre alla mano, senza additare prospettive di un astratto ideale egualitario di nessun tipo. Traendo dati da fonti come la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, le Nazioni Unite e l’Ocse, i due autori hanno lavorato per anni alla ricerca di correlazioni forti tra problemi sanitari e sociali di varia natura e dati relativi al reddito dei Paesi di volta in volta considerati. Il nucleo della ricerca di Wilkinson e Pickett consiste nel mostrare che le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi sono fortemente correlate all’incidenza di problemi sanitari e sociali, come il basso livello dei rendimenti scolastici, la precarietà i tassi di detenzione carceraria, gli episodi di violenza, lo stessa senso rilevante di ‘fiducia’ verso gli altri.
La comunità sociale risente pertanto di tanta insicurezza, sfiducia, delusione in relazione ai rapporti umani, e le persone ricche e benestanti diventano insicure degli stessi amici, spinte a consumare in continuazione e prive di una vita di comunità degna di questo nome, in assenza di un contatto sociale, morale e spirituale gratificante. Persino la mobilità sociale (sia intra-che inter-generazionale), che pure è stata l’architrave delle moderne società occidentali, apporta un senso di disagio nei rapporti sociali basilari, aumentando, soprattutto tra i giovani, il senso di disagio interpersonale negli ambiti sociali e ricreativi comunitari, complice anche un’affermata vulgata consumistica e materialista” egualitaria” solo nell’additare gli stessi prodotti consumistici a tutti.
Joseph Stiglitz, economista statunitense, autore del saggio ” Il prezzo della disuguaglianza” è ancora più diretto nel comunicare la drammaticità della sconfitta dell’uguaglianza, evidenziando che la disuguaglianza era giustificata e la si faceva percepire anche come naturale, in quanto dava maggior impulso all’economia, con la falsa argomentazione che le persone in cima alla scala sociale davano un maggior contributo all’economia tramite la creazione di “posti di lavori”. Invece, i terribili anni conseguenti alla crisi del 2007 hanno dimostrato che tali individui portano l’economia sull’orlo del precipizio, da cui escono vittoriosi solo loro “ trafugando milioni di dollari”.
Così-prosegue Stiglitz- le società dei cosiddetti Paesi ricchi “vivono in comunità recintate, mandano i figli a scuola in scuole costose e hanno accesso a cure mediche di prima classe. Gli altri, invece, vivono in un mondo segnato dall’insicurezza, ricevono al meglio una mediocre educazione e per la salute hanno di fatto cure razionate”. E’ la rappresentazione di due mondi distinti e distanti in cui si vive tale realtà con assuefazione e normalità.
Maurizio Franzini è professore ordinario di economia politica all’Università La Sapienza di Roma e, come tanti studiosi di economia, sociologi, sostiene che la disuguaglianza, e tutto ciò che si relazione a tale tema, è stato rimosso dal dibattito pubblico ed economico, dato che è come se in qualche modo vi fossimo assuefatti. Il fatto che dieci uomini più ricchi d’Italia hanno un patrimonio pari a 500 mila famiglie operaie messe insieme è un dato che potrebbe suscitare qualche indignazione in seguito all’approfondimento di come sia stato possibile giungere a tanto in un percorso di estremo divario dagli anni Novanta, ma la sensibilità verso tale tematica si rivela molto scarsa. Eppure con parole semplici, dirette e mirate l’economista Maurizio Franzini, nel suo ultimo testo “Disuguaglianze inaccettabili” comunica che nella società contemporanea post- moderna le disuguaglianze hanno assunto un carattere ereditario da antico regime. Pertanto le disuguaglianze si ereditano, come le opportunità, e sono distribuite per nascita piuttosto che per merito, con buona pace dell’articola 3 della costituzione. Quella “ scalata sociale “, mobilità economica che ha permesso nel corso degli anni settanta e ottanta anche ai figli dei poveri dei “ meno fortunati” di poter avere le stesse opportunità dei figli dei ricchi è venuta gradualmente meno con buona pace del diritto delle opportunità iniziali. Maurizio Franzini lo scrive in maniera determinata:
“In effetti, questo meccanismo di immobilità sociale ha diverse sfumature, e forse anche qualche decisa pennellata, che lo avvicinano più all’ancien règime che non a un sistema sociale ed economico da epoca moderna”. Quindi siamo un paese di diseguali in cui i figli dei ricchi sono e saranno ricchi e i figli dei poveri sono e saranno molto più probabilmente poveri. Come nelle società dell’antico regime , dunque la nascita fa in modo che il futuro non sia uguale per tutti.
Quindi la posizione economica dei figli dipende da quella dei genitori, con buona pace dell’uguaglianza delle opportunità iniziali, pur sancite costituzionalmente.
Quindi la disuguaglianza è la vera malattia sociale della nostra epoca che reca la tristezza di una società immobile senza più “ ascensore sociale”. In relazione all’istruzione, se nel recente passato a partire dagli anni sessanta, i figli dei lavoratori riuscivano a raggiungere un’istruzione decisamente superiore a quelle dei genitori, oggi ciò si mostra decisamente più difficile, soprattutto per quanto concerne il conseguimento della laurea, che sta diventando quasi un privilegio per chi parte da condizioni sociali ed economiche avvantaggiate, le cui famiglie “ accompagnano” decisamente i figli nel percorso di studio.
Dopo aver analizzato la realtà americana, l’economista Franzini si sofferma su quella italiana , evidenziando come tali disuguaglianze gravi provocano guasti di carattere non solo sociale ma prettamente civico con una sfiducia sempre più rilevante verso lo Stato, la collettività, il merito, l’impegno, il lavoro.
In tale ingiusto meccanismo ormai avviato l’autore esplicita che “ come nell’ancien régime, i nomi e i cognomi contano più o almeno quanto le abilità e le competenze. Naturalmente questo non avviene sempre e dappertutto, ma quasi certamente spesso e in molti luoghi”.
Un tema , dunque , quella delle disuguaglianze , attuale che l’economista Franzini affronta in maniera completa, evidenziando anche il perché alcuni poveri accettano tali disuguaglianze coltivando la “lotteria “della speranza che conduca ad un fortuito cambiamento di condizione sociale. In Italia, suggerisce Franzini, è all’opera anche un altro potente fattore: le relazioni sociali. Le famiglie delle classi superiori possono trasmettere ai figli anche quest’altro “capitale immateriale”: le conoscenze. Ciò provoca conseguentemente gravissimi guasti sociali, civici e politici, primariamente la sfiducia verso lo Stato, la collettività, il merito e l’impegno.
La politica economica può non solo denunciare situazioni di fatto estremamente ingiuste, ma fare qualcosa, con particolare riferimento al reddito di cittadinanza “graduato in base alle condizioni di origine in modo da colmare lo svantaggio di partenza che può contribuire ad ammodernare il nostro complessivo sistema economico e sociale.” Per portarlo avanti – aggiunge l’economista Franzini – “ occorre un soggetto politico determinato, che sappia superare quegli ostacoli che si alimentano della “collaborazione” tra classe politica e avvantaggiati dalle disuguaglianze inaccettabili.”
Siamo ben lontani, quindi, da quanto succede nei paesi del Nord Europa, in particolare nei paesi scandinavi dove quello che capita ai figli non è dipendente da quello che fanno i genitori, e quindi i figli vengono messi in condizione di essere poco dipendenti da quella che è la posizione sociale ed economica dei loro genitori.
L’assuefazione alla disuguaglianza, con conseguente assuefazione alle ingiustizie sociali, come per altri disvalori della società postmoderna è diventato, in tal modo, un dogma.
La sintesi è comunicata da Daniel Dorling il quale scrive: “ Come quelli le cui famiglie possedevano un tempo le piantagioni coltivate dagli schiavi dovevano considerare naturale quel tipo di proprietà al tempo della schiavitù, e come il non voto alle donne era considerato un tempo una condizione di natura, così tante ingiustizie dei nostri giorni sono, per molti, semplicemente parte del panorama della normalità”

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