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La poesia di Don Salvatore Palumbo nel commento di Giuseppe Rotoli

In occasione della giornata mondiale della poesia, che, come è noto, si celebra il 21 marzo, come ebbe a scrivere per noi il poeta Giovanni Nacca, a Pignataro Maggiore sono presenti “vistose tracce di poesia”. Abbiamo scelto quella di Don Salvatore Palumbo nel commento critico del poeta Giuseppe Rotoli, in quanto essa offre momenti di riflessione e conforto non solo in particolari momenti della vita, e, soprattutto, come ebbe a rimarcare acutamente il poeta Rotoli, si tratta di una poesia “unguento del mondo e via verso Dio”.

Già negli anni giovanili da seminarista prima e da novello sacerdote, Don Salvatore Palumbo ( Pignataro Maggiore 05-12-1915- Roma – 27-04-1974) esprimeva il suo interesse per la poesia, riflettendo sui temi portanti dell’essere e dell’esistenza. Tuttavia, è con la raccolta “Campanule” che la poetica di Don Salvatore Palumbo raggiungeva una vetta lirica tramite un linguaggio post-simbolista, che si associava ad una solida cultura classica.
Abbiamo scelto quattro liriche di tale importante raccolta poetica che il poeta Giuseppe Rotoli ha commentato ampiamente in una monografia dedicata a Don Salvatore Palumbo, e di cui riassumiamo l’analisi critica. “ A mio parere- rimarca Giuseppe Rotoli- “Campanule” è la metafora della vita umana, breve, segnata da fugaci gioie, da attese, da illusioni e dal dolore della morte”
La raccolta si apre con Donum , lirica composta da 11 versi in endecasillibi sciolti. L’io narrante si trova in un’arida petraia quando vede cadere gocce d’acqua da un cespuglio d’edera e di capelvenere:

Negli anfratti d’un’arida petraia
Ignota a tutti mi colpì un tictìo.
Non era fonte, ma rapidamente
Tra l’edera pendente e il capelvenere
una goccia cadeva dietro l’altra,
come fanciulli ricorrenti a gioco.
Raccolsi nella conca della mano
Il dono della pietra e a te lo porgo
o viandante stanco del cammino.
E’ fresca, non scostare l’aride labbra;
è poco, ma la mano è schietta e amica.

Le gocce offerte al viandante sono indicate in latino come Donum, e quindi si ravvisa “ lo status di privilegio semantico e può essere letto come il donum del sacrificio eucaristico che è l’unico che può salvare l’umanità”. In effetti, come evidenzia Giuseppe Rotoli, già da questa prima poesia della raccolta “ si configura il triangolo esistenziale che segnò la vita di Don Salvatore Palumbo e che troverà quasi sempre domicilio nelle sue composizioni. Il triangolo è costituito dall’umanità che vive in una società difficile, dal poeta-titano che coglie la difficoltà di vita della sua comunità ed infine la sua forza sacerdotale e salvifica”. Siamo, infatti, nei difficili anni del dopoguerra, ma è necessario rimarcare chhe, nelle successive poesie della raccolta, il termine “primavera” comunica speranza, contrariamente al significato di dolore e sofferenza presente nella “ Terra desolata” di T.S. Eliot.

Scritta nel dicembre del 1949, “Natale Triste” ci offre la testimonianza della nobile ed elevata sensibilità sociale dell’arciprete Salvatore Palumbo, il quale riflette, con un senso di intensa partecipazione, sul Natale triste dei bimbi poveri e orfani. Per coloro che vivono tale condizione non sono presenti i momenti di allegria che il Natale apporta con i canti e i petardi, mentre si presenta in tutta la sua partecipata consapevolezza l’immagine della solitudine e della povertà, contrapposta alla gioia degli altri.
Con quel suo “ No! Non è per voi “, l’autore pone l’accento sulle disuguaglianze inaccettabili che anche il Natale reca prima di esplicitare l’autentica valenza del “Presepe tra l’asinello e il bue” che induce alla preghiera, alla partecipazione, alla condivisione, alla fratellanza del messaggio cristiano, del quale i bimbi poveri ed orfani, che sembrano di fatto tuttora esclusi, sono invece anche i destinatari, forse i principali destinatari, come esplicitato dal Vangelo in tanti e vari passi.

Angelo, che facevi quella sera
accoccolato accanto al fratellino
sotto quell’uscio non tuo, mentre ogni via
rintronante di canti e di petardi
gridava fino alle stelle ch’era Natale?
No! Non per voi ! Il tenue raggio lunare
m’ha rivelato il tuo occhio triste, smarrito.
La mamma pose a tavola un tozzo di pane?
La sorellina s’addormentò piangendo
E sogna quella bambola che non ha.
Non è Natale per chi il babbo non ha.
Fanciulli tristi che mi stringete il cuore
La mia preghiera trova un cantuccio per voi,
là sul Presepe tra l’asinello e il bue.
Brilla un sorriso, sento nel cuore una voce:
“Anche per voi un giorno nacqui a Betlemme”.
Questo è l’inverno che spoglia e raggela ogni campo:
A primavera ogni albero fiorirà.

In una sorta di “ radiografia” analitica di tale lirica, il poeta Giuseppe Rotoli rileva come la voce narrante si riveli una preghiera salvifica per tutti i bimbi, fanciulli senza pane né giocattoli e senza nemmeno il padre. La poesia inizia con un appello accorato ad Angelo, con l’intento inizialmente di immedesimarsi in un’angoscia di privazione comune a tanti bambini. Ricordiamo che la poesia è del 1949. Pur evidenziando “ l’ambivalenza semantica del nome invocato, in quanto può essere il nome di una persona, il nome della categoria degli esseri celesti, o anche un nome comune che sta a rappresentare l’intera categoria di bambini”, il poeta Rotoli ritiene molto probabile che l’Angelo della poesia sia un bambino di allora in carne ed ossa, orfano e molto caro a Don Salvatore Palumbo. Don Salvatore si mostra attento a scegliere quei vocaboli che possano al meglio comunicare la triste condizione di “ Angelo”. Tra i vari esempi che il poeta Rotoli elenca nella sua completa analisi critica, emerge “ accoccolato”, la cui pronuncia ci dona la visione immediata di un piccino rannicchiato in una posizione fetale a cercare calore umano e materno. Nel contempo- aggiunge il Rotoli- “ il verso cresce di potenza quando prosegue sulle altre due “c” e dell’avverbio seguente “accanto”, e così le due parole, l’una affianco dell’altra si rinforzano a vicenda e stagliano con nettezza l’immagine di questo angelo e il calore che cerca. La drammaticità della condizione di esclusione dalla felicità e dall’allegria del Natale è duramente comunicata da quella forte esclamazione “ No! Non per voi!
Il verso 11- rileva a tal riguardo Giuseppe Rotoli- è un colpo d’ascia sulle esili speranze di Angelo. “Per lui e per quelli che sono nella sua condizione non c’è speranza in quel mondo di canti e di petardi”. Tuttavia, progressivamente la voce narrante, che assume la valenza di preghiera salvifica, apre un varco in tale disperazione grazie alla semplicità delle immagini del Presepe, metafora di un “ cristianesimo vivente e umile” che dona luce e speranza al bambino accoccolato.
“A primavera ogni albero fiorirà”. Con tale verso finale Don Salvatore esprime la certezza, più che la speranza, dell’inclusione quale forza necessaria della rinascita del Natale come verità di fede, annunziata per un dovuta e necessaria rigenerazione umana che sia vera luce per il bimbo accoccolato nella sua solitudine dell’ esclusione.

Il contenuto letterale della lirica ” A G.S. Bach” è semplice ed immediato: l’io narrante nella musica di Bach trova la conferma dell’esistenza di Dio.
Ciò si rivela fin dalla prima quartina, in cui si evidenzia altresì una rilevante personificazione di un organo che ” prega e geme e canta”. L’intenzione dell’autore è di comunicare, pertanto, nell’immediato al lettore e avvincerlo, affinché percepisca non il legno da cui emana la musica, ma il flusso stesso della vita scorrere nelle vene di tale strumento.
Nella seconda strofa “ Quello che avviene in me non so dire[…] in una sorta di celeste coro”, Don Salvatore Palumbo ci ricorda Dante, allorché il poeta fiorentino nella terza cantica del “ Paradiso” dichiara di non saper esprimere l’estasi mistica della sua visione del Paradiso.
Nella terza ed ultima quartina la nostalgia dell’allontanamento da Dio, ci rimanda, invece, ad una tematica cara non solo al poeta italiano Mario Luzi, ma a tanti poeti e scrittori di altre fedi diverse da quella cattolica, che si rapportano a tale nostalgia.
In Salvatore Palumbo la “nostalgia” dell’allontanamento, vissuta nell’esperienza dell’arte, in questo caso specificamente nella musica di Joseph Sebastian Bach, costituisce anche un omaggio alla grandezza del compositore tedesco, alla divina potenza della sua musica.

A G.S. Bach
Se mai nessuno me l’avesse detto
Ch’esiste un altro mondo, esiste Dio,
l’avrei scoperto dietro quelle voci
dell’organo che prega e gema e canta.
Quello che avviene in me non so dire:
scompare tutto quello che mi circonda
e avvolto in dolci spire sono rapito
in una sola rota (“di celeste coro”?).
Tu m’inebri di Dio, tu m’inabissi
in un mare di fede e di speranza;
e, passando alle cose d’ogni giorno,
la nostalgia mi punge d’un ritorno.

La quarta poesia su cui intendiamo focalizzare l’attenzione non poteva essere che “ Campanule”, che dà il titolo all’intera raccolta, e che solo i grandi poeti riescono a creare. Essa presenta un chiaro messaggio di interiorizzazione della brevità della vita, pregna di fugaci momenti di gioia, di illusioni, di attese e di speranze che si infrangono davanti alla triste realtà della vita umana, tema con cui si sono confrontati tanti grandi poeti. Le campanule, nel corso del tempo, hanno assunto una simbologia diversa ed opposta in rapporto ai vari contesti culturali. Esse sono considerate parimenti simbolo della speranza e della perseveranza, mentre in altri casi viene loro attribuito il significato di ambizione e civetteria, oppure della semplicità e dell’ umiltà.
Nella lirica di Don Salvatore Palumbo il messaggio di brevità della vita è comunicato dalle campanule in quanto delicate pianticelle, la cui fragilità è associata alla semplicità, all’umiltà. Nella loro piccolezza, esse comunicano al lettore una sorta di disillusione per essere stati così brevi quei momenti che hanno vissuto, aspettando l’aurora tra il battere del martello di un fabbro, il lieto canto di una dolce fanciulla innamorata, i soavi trastulli di fanciulli. Vi è tutta la comunicazione di un’attesa di un giorno tutto da vivere. Ed invece l’attesa del sole, della sua ardente fiamma provoca un’inconsapevole fine del tutto nell’arco di un solo giorno per pianticelle così fragili e delicate. Il poeta Rotoli ricorda come a tali umili pianticelle, “ simbolo della semplicità, dell’umiltà e della brevità esistenziale” si siano ispirati nelle loro composizioni poeti come Ida Negri e lo scrittore Scipio Slataper in un contesto comunicativo di rappresentazione dell’umanità nella sua piccolezza, che “ di riflesso ingigantisce l’autore del creato e lo glorifica”.
Se il poeta Don Salvatore Palumbo sceglie le campanule per comunicare la brevità della vita- aggiunge il poeta Rotoli- nel contempo invita a vivere la pur breve vita con tali sentimenti di semplicità ed umiltà. Tuttavia le suggestioni, le emozioni, di cui è pregna la poesia meritano che ciascun lettore possa leggerla tutta per immergersi non solo nella metafora, ma nelle assonanze, nelle rime, nelle varie figure poetiche che contiene.

CAMPANULE
Nel chiuso di un cortile
ci aprimmo a notte al lume delle stelle.
Passò come carezza
l’alito lieve di notturna brezza.
Fu tanto bella l’alba e poi l’aurora!
Sentimmo un fabbro battere il martello,
sentimmo una ragazza che cantava
una canzone d’amore,
trastulli di fanciulle per le scale.
Quanto aspettammo la tua fiamma, o sole,
non sapendo che arse, accartocciate
ci avrebbe ripiegate sulle foglie.
E fu la morte della nostra vita
finita in un sol giorno.

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