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Il Filo Sacro “ SAI SIN”

La tradizione del Sai Sin o “ Filo Sacro ” è una pratica che nasce e trova le sue origini storiche nel riti Vedici e Animisti e si diffonde con il Bramanesimo, l’Induismo e il Buddismo in tutta l’Asia, così come nello Sri Lanka.
Il filo di cotone bianco o rosso è essenziale nella tradizione buddista perché sacro ai Buddisti.
Questo filo di cotone, sia nelle cerimonie buddiste che per chi lo indossa, sta a significare protezione e buona salute e quello di colore bianco significa anche purezza.
Il “Sai Sin” è sempre presente nelle cerimonie buddiste, dalla benedizione della nuova casa al matrimonio quale segno di prosperità, protezione e salute ed è altresì indossato ai funerali per significare che al defunto si augura buona fortuna per la sua seconda vita.
Il “Filo Sacro” unisce tutti i presenti alla cerimonia, dal monaco all’immagine sacra di Buddha, affinché il canto dei monaci giunga a tutta la congregazione.
La forma circolare del “Sai Sin” ha, inoltre, una sua importanza per veicolare il messaggio di un potere di protezione, prosperità e salute, che si rivela più forte proprio in virtù della sua continuità all’infinito.
Il potere della trinità nella filosofia Bhuddista è fondamentale e rappresenta le tre gemme che caratterizzano il buddismo : Buddha, Dharma ( Maestro di Bhudda ) e Sangha ( comunita’ bhuddista rappresentata dai monaci).
Il numero tre intende comunincare che il “Sai Sin” viene legato intorno al polso ben tre volte e nel contempo tenerlo al polso per almeno tre giorni.
La cerimonia Buddista inizia con l’offerta del cibo ai monaci nella loro umile mensa del tempio, e a seguire solo ed esclusivamente a un fedele noto nella comunità buddista per la sua forte devozione viene concesso l’onore di portare le reliquie di Buddha dai piani superiori, dove sono custodite, in processione sino all’altare della preghiera, che dura tutta la notte e si rivela una vera e propria veglia di preghiera.
Un rito, quello della preghiera, che generalmente accomuna i fedeli di quasi tutte le religioni, siano essi osservanti cattolici, buddisti, Hindu, musulmani e di altre religioni in quanto essa costituisce una delle pratiche che accomuna e unisce.
Con essa, infatti, noi ci rivolgiamo alla dimensione del Sacro sia con la parola che con il pensiero avendo molteplici scopi : invocare, chiedere un aiuto, chiedere una grazia, chiedere perdono, lodare, ringraziare .
Con la preghiera noi solitamente parliamo al “Sacro” mentre la fase inversa è costituita dalla meditazione, durante la quale è il “Sacro” che parla a noi.
La preghiera può essere vocale o mentale, personale o comunitaria, libera oppure liturgica. La forma di preghiera più diffusa tra le diverse religioni è il canto devozionale, un particolare tipo di composizione musicale, considerato da tutte le maggiori religioni mondiali un importante strumento della disciplina spirituale in grado di connettere mente e cuore e, quindi, di avvicinare l’uomo al Sacro.

Lo Sri lanka, definita l’isola delle preghiere per eccellenza, ci offre in tal senso un esempio concreto di convivenza tra diverse religioni, dove appunto preghiere, suono delle campane e canti differenti, rivolti al proprio Sacro, si susseguono ad ogni ora del giorno. Rimarcando propro la comunanza della valenza della preghiera, possiamo definire lo Sri Lanka l’isola dello “sposalizio” tra fedi e religioni diverse, con l’uomo buddista che sposa la donna cattolica, la donna musulmana che si converte al cattolicesimo per sposare l’uomo, di religione diversa, che ama e viceversa.
Tale “Filo Sacro” invisibile unisce, pertanto, tutte le persone per testimoniare una convivenza pacifica, che va oltre la distinzione di etnie e di religioni e soprattutto dove tutti, sull’isola della preghiera” e “paradiso sulla terra”, attestano di sentirsi fratelli e sorelle.

CARLO SCIALDONE
SRI LANKA

Il Filo Sacro ” Sai Sin”

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