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CASTELVOLTURNO – Scemata la rabbia, esplosa violentemente lungo le strade di Castelvolturno, la rassegnazione e lo sconforto assalgono i conoscenti di alcune delle vittime della "strage di San Gennaro", di giovedì sera, con sei extracomunitari uccisi, oltre al titolare italiano di una sala giochi.
Sconforto perché pur invocando giustizia hanno in cuor la convinzione che non ci sarà alcuna giustizia. Perché "questa non è terra di giustizia".
"Perché stare a Castelvolturno? Perché conviene, perché puoi andare in auto senza avere l'assicurazione, tanto nessuno ti controlla, perché
chi è attratto dal "business" può farlo".
È uno di loro a parlare. Quale sia il "business" non vuole dirlo. "Business, qualsiasi business, dal negozio etnico, alla piccola fabbrica ad altro…". Questo, più o meno, la sua risposta.
Una città dove il controllo del territorio è nelle mani di tutti fuorché dello Stato.
Castelvolturno rappresenta un mix esplosivo che non ha eguali nella storia moderna. Un luogo dove la presenza di immigrati eguaglia se non supera le popolazioni autoctone. Dove la delinquenza, l'ambiente, la povertà, e con essa la diffidenza, sono tanto diffuse da rendere l'intera area una vera e propria "polveriera", pronta ed esplodere al primo "innesco".
In questo quadro desolato, purtroppo, c'è un ulteriore fenomeno, trasversale a tutti gli altri: la camorra. Camorra che sui malesseri fin qui descritti fonda parte del suo dominio, esasperandoli e alimentandoli ulteriormente.
Non sono mancati, in passato, esperimenti di integrazione condizionati però dall'errore di non aver capito che non esiste "un fenomeno immigrazione" ma "tanti fenomeni immigrazione".
Ciò che per molti è "la comunità di colore", è in realtà un coacervo di "clan", divisi, con usi, costumi ed abitudini diverse. Gruppi ed etnie non integrate, che spesso vengono messe in un "unico calderone" quando si tenta di affrontare il problema dell'integrazione.
Integrazione che a Castelvolturno pure trova due esempi positivi: nei servizi sanitari ed in quelli scolastici. A rivelarcelo sono proprio gli immigrati ai quali ci siamo rivolti per cercare di comprendere meglio ciò che sta accadendo.
Ciò che "sta accadendo" e non "ciò che è accaduto", perché quello a cui abbiamo assistito è una manifestazione di un disagio che ha radici profonde, che stanno lentamente affiorando in tutta la loro forza.
"Italiani assassini" e "Italiani Bastardi". Lo abbiamo sentito di nuovo. Lo hanno detto a noi, ieri. Ma di quale integrazione vogliamo parlare se sui giornali si enfatizzano queste parole, dette sull'onta di una rabbia enorme, come può essere quella di vedere morire sotto i colpi di mitra degli amici?
Di che integrazione si vuole parlare se non si dovesse riuscire a dare loro -- la giustizia che reclamano? Quella giustizia che non di rado viene negata anche agli stessi italiani?
"Ci diano giustizia e andiamo via. Siamo pronti a tornare da dove siamo venuti. Qui non ci vogliono più. Prima però vogliamo che sia fatta giustizia, che i responsabili vengano trovati ed arrestati". Una richiesta ragionevole. Sarebbe bello poterla onorare.
Bartolo Mercone
Pietro Ricciardi
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