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Non per polemizzare, ma per rianimare un dibattito sulla nostra storia, che credo indispensabile per ritrovare la nostra identità culturale smarrita, replico alle riflessioni di Angelo Martino.
Innanzitutto, all’affermazione che il mio “registro linguistico (forse intende dire la mia tecnica espressiva ?) è forte”, devo obiettare che un cambiamento di linguaggio, anche se scandalizza i dotti di professione, non era più procrastinabile giacché non ne possiamo più delle costruzioni arzigogolate, farcite di parole incomprensibili e vacue, tendenti a nascondere dietro i vari stili, che spaziano dal burocratese, al leguleio, al politichese, al letterario et cetera l’evanescenza delle idee.
Ma, per Giove! siamo o non siamo mediterranei? I colori, i sapori e la luce della nostra terra, così intensi, nitidi, vigorosi e forti, che hanno nutrito il nostro animo, come possono non forgiare anche il nostro linguaggio?
Siamo o non siamo gli eredi, di quella cosa (tale purtroppo è nella mente di molti), chiamata Magna Grecia, che è madre della filosofia, della scienza, della letteratura e della democrazia, che non solo sapeva scandagliare le contraddizioni dell’animo umano, ma si era dotata anche di mezzi espressivi così perfetti, da farsi intendere dall’umanità intera, compreso gli analfabeti?.
Ritornando al nostro argomento: etichettare i sentimenti più genuini e più profondi di un popolo, quando si esprimono nella musica e nel canto, con definizioni contingenti e transitori, quali sono le parole > e > è la mistificazione storica più deplorevole che si possa fare.
Nel mio scritto ho semplicemente ricordato che l’inno in questione esprimeva l’odio popolare contro i giacobini ed ho esternato il mio risentimento per quella gratuita manipolazione, che ne stravolgeva completamente il significato.
Ma ciò che c’entra col fatto che l’inno è cantato anche della persone di sinistra?
Non ho detto che non lo devono cantare. Ho semplicemente detto che non lo capisco e non lo vogliono capire quelli che, imperterriti, malgrado l’evidenza, continuano a celebrare ed esaltare una rivoluzione estranea, antipopolare e sanguinaria, quale fu quella giacobina del 1799.
Angelo Martino si sofferma poi su alcuni dei personaggi, che ne furono protagonisti e lo fa con un tono come a voler dire: >.
Dimentica, però, che successivamente agli eventi del novantanove, seguì una lunga occupazione giacobina del regno di Napoli durante la quale la libertè, la legalitè e la fraternitè andarono a farsi fottere, ed in cui, però, la propaganda politica ebbe tutto il tempo di rendere grandi quei personaggi, la cui eccellenza è ancora tutta da dimostrare, e di dipingere come tiranno Ferdinando di Borbone.
Ma i profeti, come gli alberi, si giudicano dai frutti, diceva un tale di nome Gesù, e quali siano stati i frutti pregevoli dei personaggi citati, dopo duecento e più anni non lo sappiamo ancora.
Essi, però, si dice, sono comunque grandi e qualsiasi misfatto abbiano commesso (sino a derubricare ad avvenimento triste e deplorevole un crimine contro l’umanità quale fu l’eccidio di Isola Liri) deve essere loro perdonato perché agivano nel nome della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.
Ci risiamo è la solita tiritera della sinistra che, di fronte ai criminali storici di uguale spessore, anziché condannarli tutti, dedica ad alcuni le strade e le piazza (in d’Italia vi sono piazza Stalin ed abbondano le vie “Togliatti” ) sol perchè quelli proclamavano d’agire i nome degli ideali a loro cari.
Con quale riforme furono attuati i principi di egalitè, fraternità e libertè dai rivoluzionari del 99, però, io non lo so ancora ed aspetto che gli esaltatori di quella rivoluzione si degnino di dirmelo.
Possono, però, dire come si cercava di metterli in atto nel regno borbonico.
Comincio dall’uguaglianza, citando lo statuto di San Leucio, secondo alcuni scritto dalla stessa regina Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, figlia della grande Maria Teresa d’Austria, che in cinque capitoli e ventidue paragrafi interpretava gli ideali di uguaglianza sociale ed economica, auspicava l’istruzione e la sicurezza sociale per tutti e prestava grande attenzione alla condizione delle donne.
Le poche parole della premessa ci rendono l’dea di quanti anni luce distino gli sproloqui di certi intellettuali dei nostri giorni, che riempiano pagine e pagine del nulla, dai lineari concreti pensieri di quei governanti: >.
La libertà individuale nel regno borbonico era tutelata da un sistema giuridico completo ed efficiente, idoneo a scongiurare qualsiasi abuso.
La libertà pubblica era riconosciuta dal diritto concesso a tutti i cittadini di poter scegliere liberamente i propri amministratori locali ( diritto soppresso dai Giacobini).
Circa la fraternità non penso che qualcuno dovesse darci degli insegnamenti.
Innumerevoli erano le istituzioni di beneficenza, istruzione e cura che svolgevano la loro opera a favore di tutti.
Pressoché tutti furono soppressi dai vessiliferi della “fraternitè” che si rubarono le loro dotazioni finanziarie.
A me personalmente piace il paragone tra la repubblica Napoletana del 99 e quella di Salò e mi piace raffrontare tra loro i protagonisti.
Le vicende della nobile Eleonora Pimentel Fonseca (Roma, 13 gennaio 1752 – Napoli, 20 agosto 1799), sono paragonabili a quelle di Ermanno Amicucci (Tagliacozzo, 1890 – Roma, 1955).
La Pimentel divenne direttrice del giornale ufficiale della Repubblica, il Monitore Napoletano.
Ermanno Amicucci assunse la direzione del corriere della sera il 6 ottobre del 1943 e da quel momento il quotidiano divenne l’organo di stampa della repubblica di Salò.
La Pimentel ricoprì la carica perché aveva favorito l’ingresso dei francesi invasori in Napoli (più collaborazionista di così !);
Ermanno Amicucci perché aveva firmato i manifesti razziali.
Entrambi erano di grande cultura e di grande ingegno, ma nessuno dei due seppe usare questo grande dono di natura per ben operare.
Eleonora Pimentale Fonseca, alla quale piaceva la vita dissoluta, lo usò per fare carriera.
Amicucci per giustificare la superiorità della razza Ariana e la persecuzione degli ebrei.
Ad Eleonora arrestata, in un primo tempo la Giunta di Stato le riconobbe solamente una "obbliganza penes acta", in sostanza un contratto ed una sentenza insieme, con cui il giudice ed il condannato rinunciavano al processo ed il secondo giurava, pena la morte, di non rientrare nel Regno.
Successivamente tuttavia la Giunta di Stato, cedendo alle pressioni dell'Ammiraglio inglese Orazio Nelson, il 17 agosto la condannò a morte e la fece impiccare nella storica piazza del Mercato, il 20 agosto 1799.
Ermanno Amicucci, più fortunato, fu prima condannato a morte per collaborazionismo, ma poi la pena gli venne commutata in trenta anni di reclusione.
Avv. Pasquale Iovino
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